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Sparks a Bratislava – L’approccio BMC® per la cura dei bisogni speciali

Si è conclusa recentemente a Bratislava la quinta mobilità transnazionale del progetto “Sparks per bisogni speciali”, il programma europeo di ricerca e confronto interculturale nell’ambito di nuove metodologie di cura e integrazione delle persone con diverse abilità. Al centro dei lavori, il workshop di Bonnie Bainbridge Cohen sugli ultimi sviluppi del BMC® nell’interazione con i bambini con bisogni speciali e le loro famiglie.

Il meeting, dal 17 al 22 settembre 2014, è stato organizzato da Babyfit, partner del progetto Sparks in rappresentanza della Slovacchia. Gli altri membri sono Soma per la Francia, Artman per l’Ungheria, Embodymove per il Regno Unito e Leben nuova per l’Italia.

Evento centrale di questo appuntamento è stato il workshop “Engaging the Whole Child”, condotto dalla fondatrice del Body-Mind Centering© Bonnie Bainbrige Cohen. Cinque giornate di studio esperienziale, intense e coinvolgenti, cui hanno partecipato circa quaranta professionisti BMC®, tra Practitioner ed educatori IDME e SME; molti di loro anche membri del progetto Sparks.

Per i non addetti ai lavori, ricordiamo che Bonnie Bainbridge Cohen è maestra e ispiratrice di un approccio all’educazione del movimento somatico che studia le relazioni tra mente ed espressioni corporee, osservando in modo particolare l’evoluzione delle dinamiche percettive e dei processi psicofisici nei primi mesi di vita. L’insieme del suo lavoro ha quindi una influenza molto rilevante sul progetto Sparks, il cui obiettivo principale è proprio la definizione e la diffusione di nuove metodologie di cura per la disabilità fondate sulla consapevolezza e l’autoregolazione del sistema corpo-mente.

Bonnie Bainbridge CohenIl workshop di Bratislava, come spiega il titolo “Engaging the Whole Child”, era basato sull’importanza terapeutica di coinvolgere il bambino nella sua totalità, rendere lui e la sua famiglia parte integrante e attiva del processo di crescita/cura.
Con inesauribile energia e con il suo personalissimo metodo, empatico e illuminante, Bonnie Bainbridge Cohen ha tenuto ogni giorno due lezioni, una la mattina e una il pomeriggio. Entrambe iniziavano con sessioni di lavoro con bambini con bisogni speciali (invitati dall’associazione ospite Babyfit), e sull’esperienza di quelle interazioni Bonnie costruiva poi la lezione, proponendo temi specifici che venivano approfonditi sia attraverso il confronto verbale sia attraverso l’esplorazione esperienziale.
I bambini invitati sono affetti da condizioni di vario tipo (anomalie genetiche, paralisi cerebrale infantile, atrofia cerebrale e altre disfunzioni neurologiche, ritardo mentale grave).

Alla sessione hanno partecipato attivamente le mamme dei bambini e alcuni colleghi BMC, che in qualche caso erano gli operatori di riferimento per i bambini in questione. Per le educatrici di Babyfit, alcune delle quali conoscevano e seguivano già i bimbi, è stata quindi un’occasione di forte crescita e approfondimento del rapporto con i genitori e i piccoli stessi.

In generale, si è trattato di un lavoro in profondità, originale e di straordinaria potenza per i partecipanti. Soprattutto per l’opportunità di poter vedere i bambini cambiare nel corso della sessione (trovando, per esempio, più sostegno e allineamento rispetto nella linea mediana, o riuscendo a fare dei movimenti a cui prima non avevano accesso).
Dal molto materiale girato in video durante il workshop saranno realizzati dei dvd, a scopo educativo e di documentazione.

Dopo questo evento importantissimo per il mondo BMC in generale, il gruppo Sparks si è riunito per elaborare insieme le esperienze dei cinque giorni condivisi con Bonnie e per fare il punto sui lavori del progetto.
Del gruppo Sparks Italia hanno partecipato 4 persone, tutte tornate entusiaste e già pronte per il prossimo appuntamento Sparks, in programma a Budapest a gennaio 2015.

Nel “Giardino di Filippo”: dove tutti sono speciali

La fattoria didattica, tra Viterbo e Vitorchiano, dal 14 al 18 luglio è stata sede di un progetto sperimentale educativo e riabilitativo per bambini di diverse abilità. C’erano 20 piccoli dai 5 ai 10 anni, oltre ad alcuni adolescenti, di cui la metà con disagi o problemi dello sviluppo, 13 tra educatori e operatori, e ancora, cani, cavalli, natura, in un’atmosfera… magica. Un’esperienza ricca di emozioni e nuove idee, davvero molto speciale, per tutti.

Quest’estate la fattoria didattica “Il giardino di Filippo” ha ospitato un progetto pilota in cui si sperimenta l’integrazione di vari approcci educativi e riabilitativi, durante un campus estivo rivolto a un gruppo di circa 20 bambini, di cui la metà in carica presso l’unità di neuropsichiatria infantile della asl di Viterbo.

L’esperienza è nata dalla collaborazione tra Chiara De Santis, psicologa e coordinatrice della fattoria didattica “Il Giardino di Filippo”, Maddalena Insogna, fisioterapista presso il servizio di Neuropsichiatria Infantile Asl-Vt, e Gloria Desideri, educatrice e terapista del movimento somatico, direttrice dei programmi formativi Body-Mind Centering® (BMC) in Italia.

Bimbo_cavallo_400pxL’elemento interessante e innovativo del Campus è stato soprattutto mettere insieme bambini con bisogni speciali e bambini normodotati, accompagnandoli e osservandoli attraverso esperienze di gioco e terapia, in un ambiente stimolante e piacevole come quello offerto dal “Giardino di Filippo”, fattoria con maneggio nella bella campagna viterbese.
“L’idea è quella che un contesto come questo possa essere facilitante, possa essere la base di benessere su cui introdurre nuovi stimoli”, spiega Chiara De Santis, coordinatrice delle fattoria didattica. “E – prosegue – l’integrazione di persone diverse, ciascuna con la propria tipicità e competenze, può essere un fattore creativo su cui sviluppare una nuova concezione in ambito educativo e terapeutico”.

Questo tipo di approccio e l’idea stessa di un campus così impostato prendono spunto da un incontro organizzato a Tuscania ad aprile 2014 dal centro di formazione “Leben nuova”, in cui operatori socio-sanitari attivi sul territorio ed educatori e terapisti BMC® (Body-Mind Centering®) provenienti da diversi paesi europei hanno scambiato esperienze e punti di vista sul lavoro in campo educativo, riabilitativo e terapeutico.
Al seminario di Leben nuova (curato da Gloria Desideri) hanno partecipato anche Maddalena Insogna e Chiara De Santis, che da anni collaborano per organizzare campus estivi e le altre attività per i bambini con bisogni speciali che si svolgono anche al di là degli spazi e dei tempi ambulatoriali.
È importante che il lavoro con i nostri bambini si svolga anche in contesti diversi da quelli della asl, in ambienti accoglienti che possano dare loro stimoli e maggiore agio” sostiene Maddalena Insogna, che lavora da molti anni nel servizio di neuropsichiatria infantile della asl viterbese. “Ogni volta che noi mettiamo in campo un’attività con Chiara abbiamo una lunga fase di programmazione. Quest’anno la nostra riflessione è stata molto aiutata e ispirata dalla partecipazione al laboratorio di educazione al movimento somatico condotto da Gloria nell’ambito del progetto Sparks. E sulla base di questo abbiamo messo a punto il lavoro proposto a luglio ai bambini del campus”.

L’incontro transnazionale di Tuscania e il laboratorio di cui si parla rientrano nelle attività di “Sparks: pratiche somatiche, arte e creatività per bisogni speciali”, un progetto di partenariato tra 5 organizzazioni europee, finanziato dal programma LLP Grundtvig 2014-2015. Per l’Italia ne è partner “Leben nuova” il centro di formazione BMC® con sede a Tuscania diretto da Gloria Desideri, che oltre a partecipare all’ideazione del campus nel “Giardino di Filippo” e a dedicarsi con entusiasmo al lavoro con bambini e operatori, ha anche curato la realizzazione di un bel video [link in fondo all’articolo] che evoca con sensibilità l’atmosfera di queste giornate speciali.

Il lavoro al campus è stato in effetti coinvolgente e fonte di grande emozioni e arricchimento non solo per i bambini, ma per gli operatori stessi, provenienti da background ed esperienze diverse. Alcuni di loro sperimentavano, per la prima volta nel lavoro, una situazione di così grande empatia e coinvolgimento, personale e profondo. Ed è proprio su questo punto, che pone l’accento Gloria Desideri: “Per me è stato davvero toccante il lavoro con gli operatori. Con i bambini so che è possibile creare una situazione di comfort, di attenzione ai loro ritmi e tempi, e guidarli nell’interazione fisica del contatto e del movimento… Per gli operatori questa è una cosa inusuale. E ho ricevuto risposte molto interessanti in proposito”. E, con la mente già proiettata verso nuovi progetti, conclude: La mia speranza è che si possa continuare su questa linea, cioè quasi partendo dagli operatori prima ancora che dai bambini, per dare loro la possibilità di sentire prima di tutto su di sé, di sperimentare in prima persona gli effetti del lavoro”.

Informazioni: info@lebensnetz.it

Campus estivo alla fattoria didattica “Il Giardino di Filippo” from Gloria Desideri on Vimeo.

Danzare oltre le barriere della terza età

di Paola Campagna

Danzatrice e arte-terapeuta, Paola Campagna racconta la sua esperienza di lavoro con gli anziani attraverso l’osservazione dei processi che legano espressioni corporee ed emozioni, corpo e coscienza, tempo e cambiamento. Perché “danzare la propria coscienza” significa conoscere i propri bisogni, per aver cura di sé e affrontare positivamente le trasformazioni che la vita impone. 

“La mia arte non mira a istituire delle feste per distrarre dalla vita di tutti i giorni, ma a rivelare che la vita quotidiana è molto più interessante delle pseudo-feste che si organizzano per farla dimenticare.” (Jean Dubuffet)

L’arte e la cura: affrontare il cambiamento

Sono una danzatrice e da oltre dieci anni mi occupo anche di arte-terapia. Ho lavorato con persone di tutte le età, dai bambini piccoli agli anziani. Mi sono dunque confrontata con diversi tipi di fragilità, fisiche e psichiche. In tutti questi casi, quello che ho imparato è che per affrontare una “difficoltà” è sempre necessario poter modificare il proprio punto di vista, operando una trasformazione.
In questo senso l’arte è uno strumento formidabile, perché la risposta artistica porta sempre con sé un nuovo sguardo sulle situazioni.
Io stessa, nel mio percorso di terapeuta, ho cambiato il mio punto di vista nel tempo. Soprattutto nei confronti delle persone anziane. Lavorare con loro, all’inizio, mi creava molte difficoltà. Poi, il mio modo di pensare e di vedere si è trasformato radicalmente quando ho intuito che il processo di invecchiamento non deve essere considerato una “patologia”, quanto piuttosto una fase di trasformazione dell’esistenza. A questo proposito prendendo in prestito le parole di Hillmann:

“Proviamo invece ad accarezzare l’idea che il carattere ha bisogno di quegli anni in più e che la lunga durata della vita non ci è imposta né dai geni né dalla medicina conservazionistica né da un accordo collusivo con la società. Gli ultimi anni della vita ci confermano e portano a compimento il carattere”. 

Partendo da questo presupposto, il nostro lavoro di arte-terapeuti deve essere quello di aiutare la persona, non importa quanto indebolita e avanti con gli anni, a connettersi con la sua parte vitale e far sì che questa, con i suoi ritmi e con i suoi tempi, riconquisti lo spazio per nutrire tutti gli aspetti fisici, psichici, immaginativi ed emozionali.
Perché questo avvenga è importante riflettere sul concetto del “fare esperienza”. Se nei primi anni di vita il pensiero si forma a partire dalle esperienze corporee e dal contatto con l’ambiente esterno, di contro nell’anziano, riducendosi la possibilità di fare esperienza, si riduce anche l’elasticità del pensiero e la capacità di adattamento, con il conseguente aumento di emozioni quali l’ansia e la paura. Quello che va perdendosi, dunque, è la pratica che si fa nel mondo, una pratica fatta di relazioni, con sé e con gli altri. Il compito dell’arte-terapia sarà allora di aiutarli a mantenere viva questa capacità, aiutarli a restare in contatto con il mondo, avendo cura di rispettare un tempo indulgente, caratteristico del loro modo di procedere su questa terra. Se tentiamo di velocizzarli, enfatizziamo i loro limiti generando insicurezza, ansia, paura. Se invece rispettiamo il loro tempo, gli restituiamo dignità. E la dignità ha un contenuto corporeo, la consapevolezza di essere persone.

Piedi anziani danzaInvecchiare: una forma d’arte?

Come ho già detto, quando ho iniziato a lavorare con gli anziani non avevo idea di cosa mi sarei trovata ad affrontare. Sono una danzatrice, muovermi è tutto quello che so fare, e il corpo deve essere in buona salute; provo angoscia all’idea che dei dolori non ci permettano più di muoverci. A causa di questa mia paura, per un bel po’ di tempo ho faticato a mantenere vivo l’aspetto creativo nel lavoro con le persone anziane. Poi, dopo anni, ho intuito che la chiave per accettare la trasformazione è proprio affrontare il dolore, il trauma. Entrare nella difficoltà per conoscerla.
A un certo punto noi diventiamo il nostro dolore, l’identità si sposta, diventiamo l’artritico, lo zoppo, il sordo. Che ne è di tutto il resto?
Prendersi cura del valore della persona significa ribilanciarne tutti gli aspetti, non fissarsi solo su quello che si è rotto ma considerare il funzionamento globale. In questo modo si restituisce un senso di interezza laddove si è perso per gli innumerevoli traumi subiti.
Il trauma tende infatti a far perdere il senso dell’interezza, si frappone in modo violento all’interno dell’esperienza della persona disorientandola, creando una lacerazione. Il rischio è continuare a girare intorno a quella, continuare a “leccarsi le ferite” senza però poter accedere alle risorse, senza realmente intervenire con una “cura”.
Come si pone l’arte di fronte a un simile trauma? Come ho accennato prima, per me, la chiave di accesso è stata proprio affrontarlo, quel dolore, conoscerlo.

Prima ancora di dirmi come si chiamavano, queste persone si presentavano a me dicendo, per esempio, “però io non posso muovermi, perché mi fa male la spalla” o qualcos’altro di simile.
Dentro queste frasi e per la forza con cui venivano dette sentivo che si celava un mondo: “…non posso muovermi, non posso cambiare la mia vita, non farò quello che tu dici, rimarrò così, io sono la mia spalla dolorante e guai a te se mi togli questo dolore, ci ho costruito tutta la mia vita…”. Il male ci serve per comunicare all’altro il nostro grado di infelicità, o il nostro grado di valore. Ho assistito a discussioni su quanti morti e disgrazie ognuno avesse avuto: “ma no io di più”, “ma che ne sai tu a me mi è morto un figlio a te il marito, vuoi mettere”.

Forza e fragilità si fondono in un sintomo. Prendersi cura degli aspetti fisiologici, psichici e immaginativi vuol dire lavorare sulla globalità dell’individuo. Spesso è successo che un dolore che non passava è stato dimenticato in un momento particolare, quando l’uso della musica e di movimenti evocativi hanno spostato l’attenzione e portato la persona a fare un’esperienza diversa, in cui il male è scomparso. In questi casi, nell’attimo in cui si riconosce ciò che è successo, si può vedere lo stupore sul volto incredulo della persona e poi, subito dopo, sentirla di dire “sì, però è vero che mi fa male”. Non mi sono mai accontentata quando mi dicevano in modo vago “mi fa male”. Facevo domande molto dettagliate per definire bene che tipo di dolore sentissero. Sia per me che per loro, era fondamentale poter “localizzare”, e quindi circoscrivere e non dilagare, perché ho sempre avuto la sensazione che il male fisico si fondesse con il dolore dell’anima, soffrendo infine della stessa sofferenza.


Tempo: la dignità e il valore

Da piccoli il futuro è crescere, da adolescenti il futuro è diventare grandi, da grandi il futuro è invecchiare. Veniamo dal passato, siamo nel presente, andiamo verso il futuro. Ma in realtà la separazione fra queste tre dimensioni non è così netta: questo tempo ce lo portiamo dentro unito come un tutt’uno, come un divenire. Ed è di questo divenire quello di cui mi occupo e a cui bisogna dare parola, esprimerlo. Anche se si tratta di una trasformazione di cui non è facile parlare, quella che ci conduce verso l’ultima tappa, che ci avvicina alla fine del nostro tempo su questa terra.
Gli anziani tendono a provare un forte disagio per il loro tempo rallentato rispetto a quello del mondo, si sentono sempre inadeguati, inutili, di peso. È molto importante, quindi, avere cura di questo tempo per restituirgli il valore che merita. Il tempo dell’anziano è un tempo indulgente, è il tempo di tutta una vita. La mia opinione è che chi ha molti anni e molta vita sulle spalle si possa anche permettere di andare piano, non deve più correre dietro mille impegni, non deve lavorare, tutto questo lo ha già fatto. Perché, allora, dovrebbe continuare ad andare veloce? La natura organizza bene il suo progetto dal punto di vista evolutivo: gli anziani non hanno bisogno di un ritmo veloce, proverebbero angoscia avendo a disposizione un tempo di cui non saprebbero cosa fare.

Siamo noi, quindi, che dobbiamo modificare la nostra relazione con loro, soprattutto se il nostro lavoro è di averne cura. Aiutare una persona a sentirsi autonoma è il punto cruciale.
A volte ci prodighiamo in modo esagerato, facciamo troppo, ci sostituiamo all’altro pensando di fare bene e non ci accorgiamo che tutto questo serve solo a noi, perché così ci sbrighiamo di più. Questo lo posso riscontrare anche quando si tratta di bambini, vale cioè per tutte quelle persone che, per un motivo o per l’altro, dipendono di più dalla relazione. Occorre invece ascoltare il loro tempo e il loro bisogno, per farli sentire ancora persone. Aiutandola a sentirsi autonoma, restituiamo alla persona un senso di forza, di dignità che agisce sull’apparato psichico e biologico. Non sentirsi un pacco da spostare, significa essere preso in considerazione come una persona, un individuo con il suo carattere e le sue peculiarità..

Sono arrivata ad osservare tutto ciò sul “campo”, attraverso il continuo contatto con il mio livello empatico di sintonizzazione, lettura e analisi dell’intenzionalità del gesto e della qualità del contatto (tocco). Le capacità percettive dello stare in relazione a sé e agli altri: sono proprio questi gli strumenti fondamentali di un arte-terapeuta.
In tanti anni di esperienza mi sono confrontata con diverse tipologie di persone – bambini piccoli, adolescenti, adulti, anziani – ma la mia domanda è sempre la stessa: che cosa è che dà la sensazione che la vita valga la pena di essere vissuta? Ho incontrato ragazze che a vent’anni sembrava non avessero più interesse a vivere, novantenni che continuano a fare scoperte su di sé e a cercare, bambini curiosi e bambini apparentemente annoiati. Strana la vita, mi sono detta. Che significa avere tanti anni? Quale scherzo ci fa il tempo che passa, e qual è la relazione tra gli stati d’animo, le emozioni e il corpo? E ancora una volta, ho trovato conferma a questi miei interrogativi nel saggio di Hillman La forza del carattere.

“Ciò che la natura umana vuole soprattutto sapere circa la natura umana non è quale catena evolutiva conduca dalle più remote origini all’adesso immediato. Noi vogliamo capire che senso ha, al di là del logoramento e dell’esaurimento delle forze, il fatto di invecchiare. A che cosa serve? Che scopo ha?” 

Come danzatrice, la porta da cui sono passata per cercare risposte a queste domande è stato il corpo. Il corpo e l’osservazione del suo movimento nello spazio mi hanno poi guidato fino alle relazioni con il movimento della psiche, dei pensieri e delle emozioni.

mani anziani danzaL’anima e il corpo: danzare la propria coscienza

Ci si può dimenticare di un dolore mentre si fa un’esperienza nuova e gratificante? Uno “spostamento” dal quotidiano può aiutarci ad aprire la nostra mente? Pianti e sorrisi non espressi come compromettono l’apertura dello sterno e del diaframma, come legano le spalle e bloccano le braccia? Le braccia sono in connessione con organi quali il cuore e i polmoni, muovere le braccia è quindi un modo per entrare in relazione con essi.

Quando parlo di corpo faccio riferimento a una complessità. Lo intendo, cioè, come un aspetto della nostra mente. Per mente intendo più esattamente l’attività percepibile dell’intelligenza, è la percezione che l’intelligenza ha della sua stessa funzione e che, in qualche modo, è identificabile con la coscienza, flusso in cui scorrono in un continuum pensieri, emozioni, intuizioni, psiche e percezioni.
Da questo punto di vista, la coscienza rappresenterebbe il fattore integrativo, il cosiddetto “sesto senso”, il senso di sé, quello che ci fa percepire il nostro essere totale, all’opera, nel mondo. Più abbiamo coscienza, più vitale e piena è la nostra esistenza.
Mi piace parlare di corpo psichico, fisico, biologico e immaginativo perché è quello con cui lavoro tutti i giorni. Attraverso la fisicità del corpo si aprono delle porte su altri aspetti. Cambiano i punti di accesso, ma è sempre al tutto che si deve fare riferimento; bisogna solo averne coscienza ed essere allenati. I “muscoli” che in questo caso si allenano sono tanti e diversi.

Il corpo a cui mi riferisco è fatto di sostanze preziose, di strutture e di funzioni che svolge nel mondo: i muscoli sono la nostra spinta, le ossa la nostra direzione, gli organi la nostra intimità, i legamenti i nostri legami forti che tengono e permettono il movimento.
Che cosa è il movimento? E cosa si muove quando ci muoviamo? Eraclito diceva che tutto scorre, tutto si muove. La malattia possiamo identificarla con una stasi. Quando diventiamo anziani andiamo incontro a una limitazione della mobilità: i nostri tessuti si irrigidiscono, ci “secchiamo” in tutti i sensi. La nostra struttura corporea è la sostanza dei nostri stati d’animo passati, presenti e futuri e l’arte della danza ci permettere di esprimere tutto ciò attraverso il canale emotivo, sensoriale e immaginativo per recuperare l’aspetto creativo.
Questo processo ci porta a incontrare ed esplorare la nostra coscienza. Dunque, citando Akira Kasai, danzatore butho: “la danza non è il movimento del corpo, ma è la manifestazione del tipo di consapevolezza che esiste nel corpo in un dato momento” E per costruire il corpo che danza non serve solo allenare la forza fisica attraverso il potenziamento dei muscoli, ma anche “modificare il corpo attraverso l’allenamento della coscienza”.

Il punto cardine del mio lavoro è danzare la propria coscienza. Perché sapere di sé significa entrare in contatto con i propri bisogni, quindi averne cura e poterli soddisfare. Ed è questo prendersi cura di sé la prima medicina: il nostro atteggiamento verso noi stessi è la base su cui poggia ogni tipo di cura medica. Imparare ad ascoltarsi, a seguire il proprio ritmo, vuol dire riconoscere i propri limiti per trovare nuovi equilibri; riuscire a descrivere un dolore con chiarezza, inoltre, aiuta il medico a individuare la natura del problema.
Il compito di un’arte-terapeuta è quindi sostenere la persona a prendere coscienza del movimento come espressione di una complessità di emozioni e sensazioni. Per spiegare meglio questo concetto farò qualche esempio.


Le braccia

Il movimento della flessione ed estensione delle braccia ha un importante significato psichico, simbolico, funzionale ed emotivo. Flettere ha la funzione di tornare verso il centro del corpo; stendere significa invece andare da sé verso l’ambiente esterno. La flessione quindi richiama l’andare verso se stessi, un gesto che evoca riflessione, calma, riduzione degli stimoli; la distensione si ricollega invece all’andare fuori, ci riporta a una relazione con lo spazio più ampio, all’espandersi, all’essere curiosi.
Con la danza-terapia si può diventare consapevoli del rapporto tra le emozioni e determinati movimenti. In particolare, ho avuto modo di osservare che negli anziani le braccia sono il luogo che incarna maggiore sofferenza. In loro, questa capacità di andare fuori e tornare dentro tende ad “arrugginirsi”, impedendo di poter godere pienamente delle emozioni legate all’uno o all’altro movimento. Il flettere, in cui è coinvolto il sistema nervoso parasimpatico, quello che ci aiuta a dormire, a riposare, forse è difficile da esplorare in quanto sinonimo di inattività, morte, pigrizia; di contro c’è un continuo sollecitare il sistema nervoso simpatico, che è quello della veglia e dell’azione.

Potersi riposare nella flessione per poi andare fuori, è una grande risorsa che gli anziani possono essere aiutati a ritrovare. Dall’esperienza che ho fatto con loro, ho potuto notare che la difficoltà a flettere non è data tanto da un irrigidimento delle strutture legamentose, che comunque c’è, ma dall’insieme dei fattori che ho citato; inoltre rimanere in uno stato vigile li aiuta a tenere sotto controllo il gruppo: che fanno gli altri, come si comportano, mi guardano, mi giudicano?

 

Muoversi con gli occhi chiusi (movimento autentico)

Forse non è un’esperienza facile, per le persone anziane, chiudere gli occhi, ascoltare la musica e muoversi liberamente, assecondando il desiderio di fare ciò che in quel momento sentono. Perché chiudere gli occhi rimanda all’inconscio, allo stare con i propri pensieri, alle immagini e ai ricordi del passato; a volte fa pensare alla morte (chiudere gli occhi per non aprirli più).
Ho notato, però, lavorando per anni insieme a loro che, se accompagnati, sostenuti e incoraggiati a intraprendere il “viaggio”, gli anziani possono acquisire la capacità di essere sereni con se stessi e questa è una risorsa preziosa per far fronte all’esperienza della solitudine a cui spesso vanno incontro.
Uno degli obiettivi principali dei centri anziani è quello di stimolare la socializzazione per rompere l’isolamento. Ed è certamente un lavoro fondamentale per aiutarli a non isolarsi, ma è altrettanto importante stimolarli affinché imparino a stare bene in solitudine.
Quest’ultimo è un punto di vista sul quale non si mette spesso l’accento, eppure, sulla base di quanto osservato nella mia ricerca, posso dire che il saper stare da soli aiuta anche a stare in compagnia dell’altro.

Intervista con Angélica Costa

 DSC_7912compressaCiao Angélica, ti chiedo di presentarti.

Sono psicologa e psicomotricista laureata a Sao Paulo del Brasile. Mi sono trasferita in Italia nel 2006 per seguire la formazione Body-Mind Centering® e qui ho ricevuto i diplomi di IDME nel 2007 e di SME nel 2009.

Di cosa ti occupi nello specifico?
Mi occupo prevalentemente di educazione del movimento in età evolutiva.

Dove lavori?
Lavoro a Roma presso tre strutture diverse: l’associazione culturale “Eppur si muove” che organizza una serie di corsi infrasettimanali e laboratori artistici e didattici per bambini, “Latte&Coccole”, un ambulatorio per l’allattamento e sostegno alla genitorialità, e il “Margherita Medical Center”, uno studio medico di ginecologia e ostetricia. Lavoro anche in scuole d’infanzia e nidi.

… e Baby Moves?
Sì, certo… Nel 2009 ho ideato il progetto Baby Moves, che offre attività di gruppo per la facilitazione al movimento e consulenza a sostegno della genitorialità. Mi rivolgo a bambini, genitori ed educatori d’infanzia.

Prima dicevi che sei venuta in Italia apposta per studiare BMC?
…già, e poi ci sono rimasta!

Che intraprendente! Come mai proprio l’Italia e non un altro luogo del mondo?
Volevo iniziare la formazione ma non potevo sostenere i costi dei corsi e quelli di viaggio, vitto e alloggio in un altro paese. L’unico modo era trasferirmi a vivere in America o in Europa. Tramite Thomas Greil ho contattato Gloria Desideri che da poco aveva creato Leben. Ci siamo scambiate delle mail per circa tre mesi, poi Gloria mi ha offerto la possibilità di venire in Italia a studiare grazie a una borsa di studio e sono entrata nell’associazione che lei aveva fondato.

Ma in Brasile, come avevi saputo del BMC?
Mi sono innamorata del BMC quando frequentavo ancora psicologia all’università e contemporaneamente studiavo danza e Contact Improvisation. Ho conosciuto il BMC durante un seminario presso lo studio dove seguivo le lezioni.

Allora te lo ha fatto conoscere una danzatrice?
Sì, una danzatrice che si chiama Rose Akras e che aveva seguito la formazione alla School for New Dance Development (SNDO) in Olanda. Lì non si faceva esattamente BMC, ma alcuni insegnanti di Rose avevano studiato e lavorato per diversi anni con Bonnie Bainbridge Cohen. Con Rose ho fatto seminari sullo scheletro, sugli organi e sui fluidi. Poi ho conosciuto Adriana Almeida Pees, che allora era l’unica BMC® Practitioner in Brasile. Ora è anche BMC® Teacher.

Secondo te è possibile portare il BMC in Brasile?
Sì, è proprio questo che ora sta succedendo. Quando io studiavo con Adriana, i suoi corsi non erano ancora accreditati da The School for Body-Mind Centering®. Quando poi lei ha avuto l’autorizzazione della SBMC a dirigere la formazione in Brasile, io già da un po’ mi ero trasferita in Italia. Hanno iniziato lì quando io qui avevo già completato due percorsi formativi.

Come integri il BMC con la tua formazione di psicologa?
Quando studiavo psicologia cercavo avidamente di capire cos’era la mente, cos’era il corpo, come queste entità si integrano tra loro. Integrare psicologia e BMC è una ricerca continua nel mio lavoro. Avevo studiato diversi approcci terapeutici, di orientamento reichiano, bioenergetico, ecc. Nonostante in questi approcci il corpo sia centrale, mente e corpo, per ragioni didattiche, erano presentati come fossero due entità separate. E questo non mi soddisfaceva…

Interessante, puoi dirmi di più su questo?
Il fatto è che ci facevano accedere alla materia di studio in modo intellettuale. D’altra parte, dedicavo energie a esercizi fisici, a tecniche di massaggio e ad altre discipline corporee. Questo mi faceva sentire comunque dissociata. Solo col BMC ho potuto percepire quanto mente e corpo siano in continuo dialogo e che la mia mente si muove col mio corpo.

Nel tuo lavoro quanto conta che tu sia laureata in psicologia?
Non ho richiesto l’equipollenza del mio titolo di studio in Italia, quindi non mi presento come psicologa, ma ovviamente la psicologia rimane, per così dire, “in the back of my mind”. Ai genitori dà un senso di fiducia sapere che ho una formazione tradizionale, anche se in effetti tutto quello che si insegnava sulla psicologia dell’età evolutiva, ai tempi in cui andavo all’università  non era poi così tanto all’avanguardia  Ieri come oggi. Mentre il BMC lo è.

Ma allora come ti definisci quando ti presenti ai genitori o quando scrivi un progetto che vuoi far partire?
Mi definisco così come mi sono presentata all’inizio: sono un’educatrice del movimento in età evolutiva ed educatrice del movimento somatico; entrambe queste formazioni sono certificate da The School for Body-Mind Centering®; BMC® è l’approccio creato in America da Bonnie Bainbridge Cohen. Mi occupo di educazione, facilitazione del movimento e sostegno alla genitorialità. E poi, non è tanto una questione di titoli: io punto all’applicazione del BMC nel campo dell’infanzia; utilizzo i principi del BMC come punto di partenza per stabilire delle relazioni. Sono talmente basilari e applicabili a una vasta gamma di situazioni, anche intorno al bambino, famigliari e scolastiche, che ne ho a sufficienza! Sento che il BMC valorizza le mie capacità di relazione, di ascolto e dialogo, che ho sviluppato come psicologa.

Scrivi tu i progetti o sono gli altri che ti chiamano per condurre un gruppo?
Sì, li scrivo io… e collaboro con altri psicologi ed educatori.

Le strutture di cui mi parlavi, “Eppur si muove”, l’ambulatorio, lo studio medico di ginecologia e ostetricia e la scuola dell’infanzia, sono pubbliche o private?
La prima è un’associazione culturale senza scopo di lucro, le altre sono strutture private. Anche le scuole in cui lavoro, per la maggior parte, sono private.

Hai mai provato a presentare progetti a strutture pubbliche?
Sì, nelle scuole pubbliche sono riuscita ad accedere tramite altre associazioni culturali che gestiscono progetti finanziati dalla regione, oppure dagli stessi genitori. Insieme a Margherita Ferraro (IDME) ho provato anche in un centro di accoglienza a Roma, l’unico che ancora offre servizi alle famiglie. Ero stata indicata da mamme che avevano frequentato i miei gruppi e frequentavano questo centro, ma un’altra associazione aveva… le spalle più calde delle mie, un’espressione brasiliana per intendere che gli altri erano favoriti..

Quindi nel centro di accoglienza il vostro progetto non è passato?
No, non è passato, non ancora… Comunque sono a stretto contatto con una serie di organizzazioni che diffondono la cultura della genitorialità secondo natura (preferisco l’espressione, “secondo natura” che spiega meglio il concetto, piuttosto che il termine “ecologica”, che pure viene usato).

E cosa vuol dire “genitorialità secondo natura”?
Un modo naturale di crescere i bambini. Queste organizzazioni si occupano di informare i genitori su tutto ciò che è fisiologico nello sviluppo umano, e creare occasioni di riflessione su quel che va contro natura, come ad esempio l’uso del biberon e del ciuccio, del latte artificiale, degli attrezzi che stimolano una finta autonomia, come girelli, passeggini, seggioloni, ecc.

E se ti dicessero “non è già di per sé un fatto naturale crescere i bambini” tu cosa risponderesti? Cos’è successo tra noi e la natura secondo te?

Tutto inizia col processo della gravidanza e della nascita. Nel XX secolo in Italia, e più precisamente dal dopoguerra in poi, gravidanza e nascita, che prima erano vissute con maggiore naturalezza, cominciano ad essere sempre più medicalizzate. Le famiglie, principalmente le donne, via via perdono l’ascolto delle proprie intuizioni, perdono empowerment, affidandosi ciecamente a quello che la società, in un certo senso, impone loro: la medicalizzazione della nascita. Basta pensare a due aspetti: il parto cesareo, che viene presentato come il metodo più sicuro ed è eseguito anche se non necessario, togliendo a madre e bambino la più potente esperienza di contatto fisico e di creazione di legame tra loro; il latte artificiale, promosso dalle aziende produttrici come alimento più completo del latte materno.
Ma a partire dagli anni ‘60 alcuni professionisti del campo medico hanno cominciato a capire che si stava prendendo una strada sbagliata. Leboyer, ad esempio, propose un nuovo approccio alla nascita, senza violenza. In quegli anni la medicina aveva cominciato a sviluppare tecniche e strumenti per valutare le capacità dei bambini già nella vita intrauterina. Da allora si sono scoperte sempre più cose sulle loro effettive capacità.

Come porti questo pensiero ai genitori?
Nel mio lavoro vedo che c’è molto da fare per far comprendere ai genitori l’importanza di dare ascolto a se stessi e alle proprie intuizioni su come crescere i bambini; per sostenere mamme e papà nella grande sfida di saper ascoltare i bisogni primari dei loro piccoli, e ancor prima, i loro stessi bisogni di genitori.

Danzi ancora?
Danzo poco, purtroppo. Ma i bimbi mi tengono allenata ☺

Un’ultima cosa: sei soddisfatta del tuo lavoro?
Sì, sono soddisfatta del percorso fatto finora. Anch’io imparo continuamente a dare ascolto a me stessa, a rispettare i tempi necessari per sviluppare qualcosa che perduri nel tempo.
È un cammino arduo, proprio perché vado un po’ controcorrente. Ma io sono sempre stata cosi: ho sempre scelto le strade più tortuose, ma che m’invogliano a continuare. È proprio la sfida che mi fa procedere.

foto_intervista_bassa43Agosto 2012
La rubrica Leben in rete è a cura di Gloria Desideri
Interviste: Emanuela Passerini
Traduzioni: Eleonora Parrello
Editing: Gloria Desideri, Donatella Levi

Hello Angelica, please introduce yourself…DSC_7912compressa

I received my degree as a psychologist and psychomotricist in Sao Paulo, Brazil. I ‘ve moved to Italy in 2006 to attend the Body-Mind Centering® training program, and here I got my IDME certification in 2007 and my SME certification in 2009.

What do you do exactly?
Mainly I work as an infant developmental movement educator.

And where do you work?
I have my practice in Rome, in three different structures: the cultural association “Eppur si muove” which organizes a series of weekly courses and artistic and educational workshops for children; “Latte e coccole”, a clinic specialized in nursing and parenting support; “Margherita Medical Center”, a gynecology and midwifery medical center. I also work in some kindergarten and day care centers.

… and Baby Moves?
Yes, of course… In 2009 I developed the Baby Moves project, which offers group activity based on movement facilitation and parenting support. My work is directed to children, parents and early childhood educators.

Before you said that you came to Italy just to study BMC, did you?
…yes, and then I kept staying!

How enterprising! Why Italy then and not another place in the world?
I wanted to start the training program but couldn’t afford paying for the tuition, travelling back and forth, and board and lodging in a foreign country. The only solution was to move to America or Europe for a period of time. Through Thomas Greil I came in contact with Gloria Desideri, who had just created Leben. After corresponding by email for about three months, Gloria gave me the chance to come and study in Italy with a scholarship, and I became a member of the association that she had founded.

How did you come to know about BMC in Brazil?
I fell in love with BMC when I was still studying psychology in college and a student of dance and contact improvisation as well. I met BMC during a workshop at the studio where I used to go for dance classes.

Are you saying that it was thanks to a dancer that you came to know it?
That’s right, a dancer called Rose Akras who had done her training at the School for New Dance Development (SNDO) in Holland. In that school they were not offering “pure” BMC, but some of Rose’s teachers had studied and worked with Bonnie Bainbridge Cohen for a period of time. With Rose I did workshops on the skeletal, organ and fluid systems. Later I met Adriana Almeida Pees, who at that time was the only BMC® Practitioner in Brazil. Now she is also a BMC® Teacher.

Do you think it is possible to bring BMC in Brazil?
Yes, it is exactly what is happening now. When I used to study with Adriana in Brazil, her courses were not yet accredited by The School for Body-Mind Centering®. Later, when she began directing the first training program authorized by SBMC, I had already moved to Italy. When I had already completed two training programs here, in Brazil they had just started.

How do you integrate BMC with your background as psychologist?
As a student in psychology, I was eagerly trying to understand what the mind is, what the body, and how these two entities integrate with one another. Integrating psychology and BMC is a constant research in my work. I had also studied different therapeutic approaches, from the Reichian tradition for example or Bioenergetics. According to these approaches, although the body is considered central, mind and body were presented and studied as separated entities, perhaps because of a certain educational model. Well, this didn’t fully satisfy me…

Interesting, can you say more about it?
The point is that as students we were guided to approach the material in an intellectual way. On the other hand, I was dedicating time to all kinds of physical exercises, massages or other body techniques. This made me feel dissociated. It was only through BMC that I managed to perceive how much body and mind are in a constant dialogue and that my mind moves with my body.

How much important is it in your work the fact that you have a degree in psychology?
I didn’t ask for the recognition of my degree in Italy, so I don’t usually present myself as a psychologist, but psychology obviously always lies in the back of my mind. The fact that I have done traditional studies gives parents a sense of trust, even though what I was given in college, about developmental psychology, was not so an advanced training. On the other hand, BMC is a real innovative work.

So, how do you introduce yourself to parents or in writing a project that you want to develop?
I define myself exactly as in my introduction at the beginning of this interview: an infant developmental movement educator and a somatic movement educator; both these training programs are certified by The School for Body-Mind Centering®. BMC® is the approach developed in America by Bonnie Bainbridge Cohen. My practice is about somatic education, movement facilitation and parenting support. But, I believe, it’s not so much a matter of titles: I aim to apply BMC in the field of early childhood; I use BMC principles as a starting point to establish relationships; they are so fundamental and you can apply them to so many situations: with children, parents, or in school settings. I have enough to be busy! I feel that BMC enhances my skills of listening, establishing relationships and being in dialogue – abilities that I first developed as a psychologist.

Do you usually create your own projects or are you also called to lead a group?
I do write my own projects… and I collaborate with other psychologists and educators.

The structures you were talking about, “Eppur si muove”, the clinic, the medical center, the kindergarten, are public or private?
The first one is a not-for-profit association, the other ones are private structures. Also, most of the schools where I work are private.

Have you ever tried to hand in projects to public structures?
Yes, I managed to work in some public schools thanks to other not-for-profit associations that manage projects supported by public funds, or by the parents themselves. Together with Margherita Ferraro (IDME) I also tried to enter a family center in Rome, the only left one that provides services to families. I had been introduced to this center by some mothers who used to go there and now attend my groups. But another association had…”shoulders warmer than mine” a Brazilian expression meaning that others were already favorite…

So, you’re saying that in this family center your project was not accepted…
Not yet… but I have very close contact with some organizations whose aim is to develop a culture of “parenting according to nature” (also called “ecological parenting”, but I prefer the expression according to nature, because it goes more clearly to the point).

And what is the point of a culture “according to nature”?
A natural approach in growing children. These organizations work to inform parents about what is physiological in human development, and guide them to reflect on what is against nature, such as the use of the feeding bottle and the dummy, artificial milk, or tools that stimulate a false autonomy like baby walkers, pushchairs, high chairs etc.

And if someone says to you: – isn’t growing children already “natural”? – what would you answer? What do you think happened between us and nature?
Everything begins with the pregnancy and birth process. In the XX century, especially after World War II, pregnancy and birth in Italy were more and more medicalized, while in the past they were experienced in a more natural way. Families, and especially women, tend to lose their ability to listen to their own intuitions, losing thus empowerment and ending to trust blindly only in what society imposes: the medicalization of childbirth. Just think about two aspects: the caesarean section procedure is presented as the safest way to give birth and it is often done even when not necessary, denying thus mother and child the most powerful experience of physical contact and bonding relationship; the artificial milk is promoted by manufacture companies as a more complete food than breast milk itself. But in the Sixties some professionals in the medical field started to realize that we were taking a wrong turn. Leboyer, for example, proposed a new approach to childbirth, without violence. It was in those years that the medical science started to develop techniques and tools to assess the baby’s abilities during intrauterine life. Since then a lot of discoveries have been made about the baby’s real abilities when still in the womb.

How do you communicate these ideas to parents?
I realize that I have a lot to do to help parents to understand the importance of listening to themselves and their intuitions about how to grow their children; I give support to mothers and fathers when they are challenged in listening and recognizing their children’s basic needs and, even before that, their own needs as parents.

Do you still dance?
Unfortunately I dance very little now. But children keep me well trained… (laughing).

One last thing: are you satisfied with your work?

Yes, I am satisfied about what I’ve been doing. I also keep on learning how to listen to myself and my needs, respecting the necessary steps to develop something that can last in time.
It is a hard path, because I go a little bit against the current… But I have always been like that: I’ve always chosen the hardest ways, those that tempt me to go on. It is the challenge itself that makes me grow.

foto_intervista_bassa43August 2012
Leben Network is curated by Gloria Desideri
Interview: Emanuela Passerini
Translation: Eleonora Parrello
Editing: Gloria Desideri, Donatella Levi

Intervista con Danila Anzelini

Danila-e-IdaTerapista della riabilitazione dal 1981, operatrice craniosacrale, diplomata come Infant Developmental Movement Educator (IDME) nel 2007, prossima alla certificazione come Somatic Movement Educator (SME). Esercita presso il suo studio privato a Trento, svolgendo il suo lavoro terapeutico attraverso sessioni individuali e quello di educazione somatica in attività di gruppo.

Quando e dove hai fatto diretta esperienza dell’approccio BMC? 

È stato nel 2006, anno in cui per la prima volta Bonnie Bainbridge Cohen è venuta in Italia, a Tuscania, in occasione della conferenza-workshop organizzata da Leben in collaborazione con la ASL Viterbo. Da lì ho iniziato un viaggio formativo che mi ha portato a nuove acquisizioni e a una trasformazione anche a livello personale.

Puoi darci qualche esempio di queste nuove acquisizioni?

Innanzi tutto ho imparato a dare al concetto di riabilitazione un’accezione più ampia. Nel tipo di formazione che ho seguito, il termine riabilitazione è prevalentemente associato al concetto di rieducazione, intesa come correzione di un quadro patologico, al fine di ricondurre quest’ultimo entro parametri comunemente riconosciuti come giusti.
Attraverso l’approccio BMC ho potuto sperimentare quanto la saggezza del corpo possa fare da guida nella definizione del ruolo terapeutico: come terapeuta il mio compito non è quello di correggere, ma piuttosto di accompagnare e dare supporto a quel qualcosa che permette al sistema corpo-mente di trovare la soluzione migliore nel momento e nella situazione specifici. S’instaura così col paziente un percorso condiviso di conoscenza e consapevolezza.
In questo modo, la terapia è intesa come luogo di relazione: l’incontro tra due persone, pur nella chiarezza dei rispettivi ruoli; il gioco di spazi e di tempi; le qualità di tocco, i livelli di attenzione, intenzione e azione.

E di tutto questo, ne hai fatta esperienza diretta su di te?

Certo, e continuo a farne! Il lavoro su se stessi è fondamentale. È importante arrivare a una conoscenza “sentita” dell’anatomia e della fisiologia del corpo umano, all’interno di un processo continuo di autoconsapevolezza.

Puoi dirci qualcosa su dove e come si svolge la tua attività?

Lavoro privatamente, con adulti e bambini. Per le lezioni di gruppo utilizzo una bella sala di 60mq, mentre le terapie individuali si svolgono in uno studiolo con il lettino e abbastanza spazio per lavorare a terra, a seconda dei casi. Ciascun incontro dura circa un’ora e mezza, incluse le adeguate transizioni.
Ciascuna seduta comporta una combinazione di interventi che possono comprendere sottili manipolazioni tattili, attraverso le mie mani, facilitazioni al movimento e modi di usare il suono della voce. Resto comunque in dialogo anche verbale col paziente a cui offro non solo “cose da fare” ma soprattutto consapevolezza e capacità di essere presente, di osservare e ascoltare.
A volte utilizzo palloni gonfiabili di varia misura, cuscini e supporti, pesi da impugnare e, nel caso di bambini, una serie di giochi e oggetti appositamente scelti.
Mi incuriosiscono sempre, mi suscitano interesse, i commenti dei nuovi pazienti dopo una seduta. C’è chi dice “.. è un tocco così delicato.. sembrava non succedesse nulla, ma poi mi sono sentito proprio bene.. erano anni che non provavo un rilassamento così profondo”, oppure, “..mi meraviglia sentire il corpo così collegato in tutte le sue parti”, o ancora, “.. credevo che per sbloccare la spalla dovessi per forza passare attraverso un trattamento doloroso, e invece..”.

Insomma, mi sembra di capire che hai un certo successo.

Beh, in effetti ho constatato come il percorso formativo BMC abbia dato un incredibile impulso alla mia capacità di rispondere ai bisogni e alle richieste di un sempre maggior numero di pazienti.
Da alcuni anni mi dedico in particolare ai bambini con bisogni speciali. La decisione di lavorare in questo ambito è maturata durante la formazione IDME. Le conoscenze trasmesse da Bonnie riguardo allo sviluppo in età evolutiva, e in genere tutto il suo lavoro, hanno avuto un peso determinante nella scelta di rivolgermi a famiglie con bisogni speciali. Queste conoscenze si integrano bene con la mia capacità di entrare in modo adeguato, almeno così mi sembra, in una relazione terapeutica tanto delicata.

Puoi essere più specifica?

A volte si rivolgono a me dei genitori di bambini piccolissimi con diagnosi che non lasciano speranze e per i quali sembra non ci sia molto da fare.
Per iniziare il mio viaggio mantengo sullo sfondo l’importante quadro clinico e comincio a raccogliere elementi scaturiti dall’osservazione e dall’interazione con i bambini e le loro famiglie, utilizzando con efficacia degli strumenti che elaboro basandomi su principi BMC.
Pongo attenzione, ad esempio, alla tonicità e alla funzionalità degli organi interni, indispensabili al sostegno del movimento somatico. Attraverso delicate manipolazioni, posizionamenti, transizioni, aiuto il bambino a mantenere un certo agio interno e questo lo rende più disponibile alla relazione con il mondo, a “dialogare” con i miei stimoli tattili, così che possa incanalare movimenti intenzionali a livello delle braccia e del tronco. Si verificano dei cambiamenti che permettono maggiore espressione e comunicazione. Nonostante prognosi poco favorevoli, la qualità della vita di questi bambini e delle loro famiglie può sensibilmente migliorare.

Ci diresti due parole sul modo in cui questa tua formazione BMC® ha inciso anche a livello personale?

In generale, l’accento sul valore della conoscenza scientifica allargata al gusto dell’esplorazione personale mi ha portato ad una maggiore consapevolezza di me stessa, anche nella relazione con gli altri.
Con curiosità e costanza, ho osservato maturare dentro di me un senso di maggior fiducia nel mio sentire, nel mio pensiero, senza perdere il gusto del confronto.
La continua esplorazione dell’unità mente-corpo, ha poi comportato un cambiamento a livello posturale, fino ad essere in grado di mantenere un buono stato di agio interno.
A questo proposito, voglio accennare a un’esperienza per me molto significativa: avendo sentito forte l’esigenza di ricontattare la mia dominanza emisferica di mancina rieducata, prima di tutto nella scrittura, dopo un’iniziale fatica di coordinazione motoria della mano, ho notato un crescente stato di agio interno nella mente e nel corpo .. una sensazione di essere finalmente arrivata a casa mia!

Con profonda gratitudine penso a Bonnie, a Gloria e a tutte le persone che mi hanno reso possibile la conoscenza di questo approccio.

Maggio 2012
La rubrica Leben in rete è a cura di Gloria Desideri
Intervista: Emanuela Passerini
Traduzione: Eleonora Parrello
Editing: Donatella Levi

Danila-e-IdaRehabilitation therapist since 1981, she is also a Craniosacral Therapist, a Certified Infant Developmental Movement Educator (IDME), and will complete her certification program as Somatic Movement Educator (SME) in July 2012. She has a private practice in Trento, working as a therapist in individual sessions and as a somatic educator with groups.

When and where did you have your first direct experience of the BMC approach?

It was in 2006, in Tuscania, when Bonnie Bainbridge Cohen came to teach for the first time in Italy. The occasion was the conference-workshop organized by Leben in cooperation with the Public Health Service of Viterbo (ASL-VT). My journey began there, leading me to new tools and abilities, professionally speaking, as well as to changes at a personal level.

Can you give us some examples of these new acquisitions?

First of all, I have learnt how to give a wider meaning to the term “rehabilitation”. In my previous training, in the conventional world, the term rehabilitation was mainly associated with the idea of re-education meant as correction of a pathological case in order to ‘bring it back’ within criterions for something to be commonly recognised as “right”.
With the BMC approach, however, I have experienced how much the body’s wisdom can guide me to better define my role as therapist: my task, then, is not to “correct” someone but to offer facilitation and support to that something which allows the other person’s body-mind system to find the best solution in each given specific time and situation.
It is possible then to establish with a client a shared path of knowledge and awareness.
In this way, therapy is meant as a place of relationship: the meeting place between two people with clarity of their roles; the play between time and space; the qualities of touch, the levels of attention, intention and action, all relate to one another.

And did you have direct experience of all of this in yourself, in your body?

Of course, and I keep on doing it! It is fundamental to work on yourself, you know? It is important to get to a felt-in-the-body knowledge of the anatomy and physiology. It is an ongoing process of self-awareness.

Can you tell us something about your private practice: where, how does it take place?

Yes, I have a regular private practice with adults and children. When I work with groups, I use a quite nice and large room, of about 60m². When I work individually, I use a smaller studio that has a massage table and enough space for doing some work on the floor if needed. Each session is about one and a half hour long, including time for transitions.
I may combine different hands-on techniques, gentle manipulation, movement facilitation and vocalization. I keep a constant verbal dialogue with the client, offering not only suggestions about things to do, but primarily my awareness and my ability to be present, to observe and listen.
Sometimes I use inflatable soft balls of different size, cushions and props, weights to hold and, when I work with children, I usually have a selected choice of toys and props.
I am always curious and interested in my new patient’s comments after a session. Someone may say something like “..it’s such a delicate touch…it seemed nothing was happening, but then I felt so good… it’s been years since I’ve felt such a deep relaxation..” or “..I’m astonished to feel the body so connected in all its parts” or else “..I thought that to free up my shoulder a painful treatment would be inevitable, but instead …”

So, it sounds that you have a certain success…

Well, I can actually say that the BMC training has given a big boost to my abilities to meet the needs of a greater number of clients.
Some years ago, I began to work with children who have special needs. My decision to work in this field grew during the IDME program. Bonnie’s approach and the deep knowledge that she handed down about infant development had a big impact on me and my decision to work with parents and children who have special needs. This experience well combines with my innate ability to deal with a delicate therapeutic relationship in an appropriate way, or so it seems to me…

Can you be more specific?

Sometimes I meet parents of little babies whose diagnosis seems to give them no hope, apparently no chance for a better quality of life, nothing to do.
In starting my journey with them, I do keep the serious clinical case in mind, but I also begin to first gather elements out of subtle observation of the children and then interact with them and the family using the tools that I’ve developed from the BMC principles. For instance, I give attention to the tone of the organs, which are fundamental to support the somatic movement. Through delicate manipulations, positioning, care for transitions, I help the child to keep a certain internal ease that makes her or him more open to relate to the outer world and to “dialogue” with my tactile stimuli, so that the baby can direct intentional movements, let’s say, in his arms and trunk. I can see changes that enable a wider range of expression and communication. Despite the negative prognosis, the quality of life of these children and their family can improve.

Would you also tell us few words about how the BMC® study has affected your personal life?

In general, I would say that by having widened my scientific knowledge out of a taste for personal process and exploration, my awareness has deepened, even in relation to other people.
I am observing, with some curiosity too, how I develop a deeper sense of trust in my feelings and in my thinking process, without ever losing the taste for exchange and comparison.
The constant exploration of the body-mind unity has also brought me to changes in my posture, and the ability to maintain a good state of internal ease.
Speaking of which, I want to say something about a quite important experience I’ve done.. Well, I’m a natural left-handed, re-educated to use my right. At some point, I felt the need to contact my hemispheric dominancy again, mainly in hand writing. After a difficult beginning with motor hand coordination, I noticed a growing state of internal ease, both in the mind and in the body…the sensation to have finally arrived at home!
With deep gratitude, my thoughts go to Bonnie, Gloria and all the people that made my encounter with this approach possible.

May 2012
Leben Network is curated by Gloria Desideri
Interview: Emanuela Passerini
English translation: Eleonora Parrello
Editing: Donatella Levi

Eventi

Sistema dei fluidi

Sistema dei fluidi

6 giorni, 42 ore di lezione
1 giorno di pausa

Insegnanti: Gloria Desideri, docenti da annunciare

I fluidi sono il sistema di trasporto del corpo. Essi sottendono presenza e trasformazione, stabiliscono le basi per la comunicazione e mediano il fluttuare dinamico fra stati di attività e riposo, fra tensione e rilassamento. Le caratteristiche di ciascun fluido sono in relazione a differenti qualità di movimento, tocco, voce e stato mentale. Nel fare esperienza di queste relazioni si può adottare un approccio che parta dalle caratteristiche del movimento, dallo stato mentale o dalla funzionalità anatomica e fisiologica.

Questo corso comprenderà i seguenti punti:

  • Caratteristiche funzionali dei principali fluidi del corpo (il cellulare, l’interstiziale e il transizionale, il sangue, la linfa, il fluido sinoviale e quello cerebrospinale);
  • Saper distinguere le caratteristiche di determinati fluidi, esprimendole nel movimento e nel tocco;
  • Dare avvio al movimento a partire da ciascuno dei fluidi e dalla sua caratteristica qualità;
  • Individuare gli aspetti psicofisici relativi a ciascuno dei fluidi e la varietà di combinazioni tra loro;
  • Diventare consapevoli delle proprie affinità con i fluidi, riconoscendole ed esprimendole attraverso l’embodiment e in relazione con se stessi e con gli altri.

Per informazioni e iscrizioni contattare info@lebensnetz.it oppure chiamare Luisa Sberlati al 339 6127848.

Vai alla descrizione del programma SME

IMPORTANTE!

  • Per iscriversi a un corso, è necessario l’invio di due documenti:
    1) il modulo debitamente compilato
    2) la copia del versamento
    La mancata comunicazione dei suddetti documenti determina l’invalidità dell’iscrizione.
  • È possibile ottenere uno sconto di 50 € versando la caparra entro due mesi dall’inizio del corso. L’ultima data utile per ottenere lo sconto per questo corso è il 4 maggio 2020.
  • Il saldo del corso deve essere tassativamente effettuato entro due settimane prima del suo inizio, ovvero entro il 20 giugno 2020. In caso contrario, l’iscrizione verrà annullata.

INFO PAGAMENTO

Caparra: 50 €
Saldo senza sconto: 810 €
Saldo con sconto: 760 €

Sensi e Percezione 1

Sensi e Percezione 1

4 giorni, 28 ore di lezione

Insegnanti: Gloria Desideri e docente da annunciare

All’origine i nostri sensi esistono solo come potenzialità e successivamente si sviluppano in risposta agli stimoli e alle esperienze. La percezione tattile e il senso del movimento sono localizzati in ogni cellula del corpo. La vista, l’udito, il gusto e l’olfatto sono localizzati nella testa. È attraverso i sensi che riceviamo informazioni dal nostro ambiente interno (noi stessi) e da quello esterno (gli altri e il mondo).

Il modo in cui filtriamo, modifichiamo, distorciamo, accettiamo, rifiutiamo e utilizziamo tali informazioni fa parte dell’atto della percezione. La percezione è un’esperienza globale. Si tratta del processo psicofisico di interpretazione delle informazioni basato sulle esperienze passate, sulle circostanze presenti e sulle aspettative future.

Quando scegliamo di assorbire delle informazioni significa che creiamo un legame con quell’aspetto del nostro ambiente. Quando le blocchiamo, le teniamo al di fuori, significa che ci stiamo difendendo da quello stesso aspetto. L’apprendimento è il processo attraverso il quale noi riusciamo a variare le nostre risposte alle informazioni basandoci sul contesto di ogni singola situazione.

Il corso include:

  • Esplorazione dei sei sensi (movimento, tatto, gusto, olfatto, udito e vista) in chiave evolutiva;
  • Analisi della percezione come processo dinamico ciclico;
  • Attaccamento (bonding), difesa e apprendimento quali processi psico-fisici basati sulle nostre percezioni.

Per informazioni e iscrizioni contattare info@lebensnetz.it oppure chiamare Luisa Sberlati al 339 6127848.

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IMPORTANTE!

  • Per iscriversi a un corso, è necessario l’invio di due documenti:
    1) il modulo debitamente compilato
    2) la copia del versamento
    La mancata comunicazione dei suddetti documenti determina l’invalidità dell’iscrizione.
  • È possibile ottenere uno sconto di 50 € versando la caparra entro due mesi dall’inizio del corso. L’ultima data utile per ottenere lo sconto per questo corso è il 4 maggio 2019.
  • Il saldo del corso deve essere tassativamente effettuato entro due settimane dall’inizio dello stesso, ovvero entro il 20 giugno 2019. In caso contrario, l’iscrizione verrà annullata.

Info Pagamento

Caparra: 50 €
Saldo con sconto:  490 €
Saldo senza sconto:  540 €