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Danzare oltre le barriere della terza età

di Paola Campagna

Danzatrice e arte-terapeuta, Paola Campagna racconta la sua esperienza di lavoro con gli anziani attraverso l’osservazione dei processi che legano espressioni corporee ed emozioni, corpo e coscienza, tempo e cambiamento. Perché “danzare la propria coscienza” significa conoscere i propri bisogni, per aver cura di sé e affrontare positivamente le trasformazioni che la vita impone. 

“La mia arte non mira a istituire delle feste per distrarre dalla vita di tutti i giorni, ma a rivelare che la vita quotidiana è molto più interessante delle pseudo-feste che si organizzano per farla dimenticare.” (Jean Dubuffet)

L’arte e la cura: affrontare il cambiamento

Sono una danzatrice e da oltre dieci anni mi occupo anche di arte-terapia. Ho lavorato con persone di tutte le età, dai bambini piccoli agli anziani. Mi sono dunque confrontata con diversi tipi di fragilità, fisiche e psichiche. In tutti questi casi, quello che ho imparato è che per affrontare una “difficoltà” è sempre necessario poter modificare il proprio punto di vista, operando una trasformazione.
In questo senso l’arte è uno strumento formidabile, perché la risposta artistica porta sempre con sé un nuovo sguardo sulle situazioni.
Io stessa, nel mio percorso di terapeuta, ho cambiato il mio punto di vista nel tempo. Soprattutto nei confronti delle persone anziane. Lavorare con loro, all’inizio, mi creava molte difficoltà. Poi, il mio modo di pensare e di vedere si è trasformato radicalmente quando ho intuito che il processo di invecchiamento non deve essere considerato una “patologia”, quanto piuttosto una fase di trasformazione dell’esistenza. A questo proposito prendendo in prestito le parole di Hillmann:

“Proviamo invece ad accarezzare l’idea che il carattere ha bisogno di quegli anni in più e che la lunga durata della vita non ci è imposta né dai geni né dalla medicina conservazionistica né da un accordo collusivo con la società. Gli ultimi anni della vita ci confermano e portano a compimento il carattere”. 

Partendo da questo presupposto, il nostro lavoro di arte-terapeuti deve essere quello di aiutare la persona, non importa quanto indebolita e avanti con gli anni, a connettersi con la sua parte vitale e far sì che questa, con i suoi ritmi e con i suoi tempi, riconquisti lo spazio per nutrire tutti gli aspetti fisici, psichici, immaginativi ed emozionali.
Perché questo avvenga è importante riflettere sul concetto del “fare esperienza”. Se nei primi anni di vita il pensiero si forma a partire dalle esperienze corporee e dal contatto con l’ambiente esterno, di contro nell’anziano, riducendosi la possibilità di fare esperienza, si riduce anche l’elasticità del pensiero e la capacità di adattamento, con il conseguente aumento di emozioni quali l’ansia e la paura. Quello che va perdendosi, dunque, è la pratica che si fa nel mondo, una pratica fatta di relazioni, con sé e con gli altri. Il compito dell’arte-terapia sarà allora di aiutarli a mantenere viva questa capacità, aiutarli a restare in contatto con il mondo, avendo cura di rispettare un tempo indulgente, caratteristico del loro modo di procedere su questa terra. Se tentiamo di velocizzarli, enfatizziamo i loro limiti generando insicurezza, ansia, paura. Se invece rispettiamo il loro tempo, gli restituiamo dignità. E la dignità ha un contenuto corporeo, la consapevolezza di essere persone.

Piedi anziani danzaInvecchiare: una forma d’arte?

Come ho già detto, quando ho iniziato a lavorare con gli anziani non avevo idea di cosa mi sarei trovata ad affrontare. Sono una danzatrice, muovermi è tutto quello che so fare, e il corpo deve essere in buona salute; provo angoscia all’idea che dei dolori non ci permettano più di muoverci. A causa di questa mia paura, per un bel po’ di tempo ho faticato a mantenere vivo l’aspetto creativo nel lavoro con le persone anziane. Poi, dopo anni, ho intuito che la chiave per accettare la trasformazione è proprio affrontare il dolore, il trauma. Entrare nella difficoltà per conoscerla.
A un certo punto noi diventiamo il nostro dolore, l’identità si sposta, diventiamo l’artritico, lo zoppo, il sordo. Che ne è di tutto il resto?
Prendersi cura del valore della persona significa ribilanciarne tutti gli aspetti, non fissarsi solo su quello che si è rotto ma considerare il funzionamento globale. In questo modo si restituisce un senso di interezza laddove si è perso per gli innumerevoli traumi subiti.
Il trauma tende infatti a far perdere il senso dell’interezza, si frappone in modo violento all’interno dell’esperienza della persona disorientandola, creando una lacerazione. Il rischio è continuare a girare intorno a quella, continuare a “leccarsi le ferite” senza però poter accedere alle risorse, senza realmente intervenire con una “cura”.
Come si pone l’arte di fronte a un simile trauma? Come ho accennato prima, per me, la chiave di accesso è stata proprio affrontarlo, quel dolore, conoscerlo.

Prima ancora di dirmi come si chiamavano, queste persone si presentavano a me dicendo, per esempio, “però io non posso muovermi, perché mi fa male la spalla” o qualcos’altro di simile.
Dentro queste frasi e per la forza con cui venivano dette sentivo che si celava un mondo: “…non posso muovermi, non posso cambiare la mia vita, non farò quello che tu dici, rimarrò così, io sono la mia spalla dolorante e guai a te se mi togli questo dolore, ci ho costruito tutta la mia vita…”. Il male ci serve per comunicare all’altro il nostro grado di infelicità, o il nostro grado di valore. Ho assistito a discussioni su quanti morti e disgrazie ognuno avesse avuto: “ma no io di più”, “ma che ne sai tu a me mi è morto un figlio a te il marito, vuoi mettere”.

Forza e fragilità si fondono in un sintomo. Prendersi cura degli aspetti fisiologici, psichici e immaginativi vuol dire lavorare sulla globalità dell’individuo. Spesso è successo che un dolore che non passava è stato dimenticato in un momento particolare, quando l’uso della musica e di movimenti evocativi hanno spostato l’attenzione e portato la persona a fare un’esperienza diversa, in cui il male è scomparso. In questi casi, nell’attimo in cui si riconosce ciò che è successo, si può vedere lo stupore sul volto incredulo della persona e poi, subito dopo, sentirla di dire “sì, però è vero che mi fa male”. Non mi sono mai accontentata quando mi dicevano in modo vago “mi fa male”. Facevo domande molto dettagliate per definire bene che tipo di dolore sentissero. Sia per me che per loro, era fondamentale poter “localizzare”, e quindi circoscrivere e non dilagare, perché ho sempre avuto la sensazione che il male fisico si fondesse con il dolore dell’anima, soffrendo infine della stessa sofferenza.


Tempo: la dignità e il valore

Da piccoli il futuro è crescere, da adolescenti il futuro è diventare grandi, da grandi il futuro è invecchiare. Veniamo dal passato, siamo nel presente, andiamo verso il futuro. Ma in realtà la separazione fra queste tre dimensioni non è così netta: questo tempo ce lo portiamo dentro unito come un tutt’uno, come un divenire. Ed è di questo divenire quello di cui mi occupo e a cui bisogna dare parola, esprimerlo. Anche se si tratta di una trasformazione di cui non è facile parlare, quella che ci conduce verso l’ultima tappa, che ci avvicina alla fine del nostro tempo su questa terra.
Gli anziani tendono a provare un forte disagio per il loro tempo rallentato rispetto a quello del mondo, si sentono sempre inadeguati, inutili, di peso. È molto importante, quindi, avere cura di questo tempo per restituirgli il valore che merita. Il tempo dell’anziano è un tempo indulgente, è il tempo di tutta una vita. La mia opinione è che chi ha molti anni e molta vita sulle spalle si possa anche permettere di andare piano, non deve più correre dietro mille impegni, non deve lavorare, tutto questo lo ha già fatto. Perché, allora, dovrebbe continuare ad andare veloce? La natura organizza bene il suo progetto dal punto di vista evolutivo: gli anziani non hanno bisogno di un ritmo veloce, proverebbero angoscia avendo a disposizione un tempo di cui non saprebbero cosa fare.

Siamo noi, quindi, che dobbiamo modificare la nostra relazione con loro, soprattutto se il nostro lavoro è di averne cura. Aiutare una persona a sentirsi autonoma è il punto cruciale.
A volte ci prodighiamo in modo esagerato, facciamo troppo, ci sostituiamo all’altro pensando di fare bene e non ci accorgiamo che tutto questo serve solo a noi, perché così ci sbrighiamo di più. Questo lo posso riscontrare anche quando si tratta di bambini, vale cioè per tutte quelle persone che, per un motivo o per l’altro, dipendono di più dalla relazione. Occorre invece ascoltare il loro tempo e il loro bisogno, per farli sentire ancora persone. Aiutandola a sentirsi autonoma, restituiamo alla persona un senso di forza, di dignità che agisce sull’apparato psichico e biologico. Non sentirsi un pacco da spostare, significa essere preso in considerazione come una persona, un individuo con il suo carattere e le sue peculiarità..

Sono arrivata ad osservare tutto ciò sul “campo”, attraverso il continuo contatto con il mio livello empatico di sintonizzazione, lettura e analisi dell’intenzionalità del gesto e della qualità del contatto (tocco). Le capacità percettive dello stare in relazione a sé e agli altri: sono proprio questi gli strumenti fondamentali di un arte-terapeuta.
In tanti anni di esperienza mi sono confrontata con diverse tipologie di persone – bambini piccoli, adolescenti, adulti, anziani – ma la mia domanda è sempre la stessa: che cosa è che dà la sensazione che la vita valga la pena di essere vissuta? Ho incontrato ragazze che a vent’anni sembrava non avessero più interesse a vivere, novantenni che continuano a fare scoperte su di sé e a cercare, bambini curiosi e bambini apparentemente annoiati. Strana la vita, mi sono detta. Che significa avere tanti anni? Quale scherzo ci fa il tempo che passa, e qual è la relazione tra gli stati d’animo, le emozioni e il corpo? E ancora una volta, ho trovato conferma a questi miei interrogativi nel saggio di Hillman La forza del carattere.

“Ciò che la natura umana vuole soprattutto sapere circa la natura umana non è quale catena evolutiva conduca dalle più remote origini all’adesso immediato. Noi vogliamo capire che senso ha, al di là del logoramento e dell’esaurimento delle forze, il fatto di invecchiare. A che cosa serve? Che scopo ha?” 

Come danzatrice, la porta da cui sono passata per cercare risposte a queste domande è stato il corpo. Il corpo e l’osservazione del suo movimento nello spazio mi hanno poi guidato fino alle relazioni con il movimento della psiche, dei pensieri e delle emozioni.

mani anziani danzaL’anima e il corpo: danzare la propria coscienza

Ci si può dimenticare di un dolore mentre si fa un’esperienza nuova e gratificante? Uno “spostamento” dal quotidiano può aiutarci ad aprire la nostra mente? Pianti e sorrisi non espressi come compromettono l’apertura dello sterno e del diaframma, come legano le spalle e bloccano le braccia? Le braccia sono in connessione con organi quali il cuore e i polmoni, muovere le braccia è quindi un modo per entrare in relazione con essi.

Quando parlo di corpo faccio riferimento a una complessità. Lo intendo, cioè, come un aspetto della nostra mente. Per mente intendo più esattamente l’attività percepibile dell’intelligenza, è la percezione che l’intelligenza ha della sua stessa funzione e che, in qualche modo, è identificabile con la coscienza, flusso in cui scorrono in un continuum pensieri, emozioni, intuizioni, psiche e percezioni.
Da questo punto di vista, la coscienza rappresenterebbe il fattore integrativo, il cosiddetto “sesto senso”, il senso di sé, quello che ci fa percepire il nostro essere totale, all’opera, nel mondo. Più abbiamo coscienza, più vitale e piena è la nostra esistenza.
Mi piace parlare di corpo psichico, fisico, biologico e immaginativo perché è quello con cui lavoro tutti i giorni. Attraverso la fisicità del corpo si aprono delle porte su altri aspetti. Cambiano i punti di accesso, ma è sempre al tutto che si deve fare riferimento; bisogna solo averne coscienza ed essere allenati. I “muscoli” che in questo caso si allenano sono tanti e diversi.

Il corpo a cui mi riferisco è fatto di sostanze preziose, di strutture e di funzioni che svolge nel mondo: i muscoli sono la nostra spinta, le ossa la nostra direzione, gli organi la nostra intimità, i legamenti i nostri legami forti che tengono e permettono il movimento.
Che cosa è il movimento? E cosa si muove quando ci muoviamo? Eraclito diceva che tutto scorre, tutto si muove. La malattia possiamo identificarla con una stasi. Quando diventiamo anziani andiamo incontro a una limitazione della mobilità: i nostri tessuti si irrigidiscono, ci “secchiamo” in tutti i sensi. La nostra struttura corporea è la sostanza dei nostri stati d’animo passati, presenti e futuri e l’arte della danza ci permettere di esprimere tutto ciò attraverso il canale emotivo, sensoriale e immaginativo per recuperare l’aspetto creativo.
Questo processo ci porta a incontrare ed esplorare la nostra coscienza. Dunque, citando Akira Kasai, danzatore butho: “la danza non è il movimento del corpo, ma è la manifestazione del tipo di consapevolezza che esiste nel corpo in un dato momento” E per costruire il corpo che danza non serve solo allenare la forza fisica attraverso il potenziamento dei muscoli, ma anche “modificare il corpo attraverso l’allenamento della coscienza”.

Il punto cardine del mio lavoro è danzare la propria coscienza. Perché sapere di sé significa entrare in contatto con i propri bisogni, quindi averne cura e poterli soddisfare. Ed è questo prendersi cura di sé la prima medicina: il nostro atteggiamento verso noi stessi è la base su cui poggia ogni tipo di cura medica. Imparare ad ascoltarsi, a seguire il proprio ritmo, vuol dire riconoscere i propri limiti per trovare nuovi equilibri; riuscire a descrivere un dolore con chiarezza, inoltre, aiuta il medico a individuare la natura del problema.
Il compito di un’arte-terapeuta è quindi sostenere la persona a prendere coscienza del movimento come espressione di una complessità di emozioni e sensazioni. Per spiegare meglio questo concetto farò qualche esempio.


Le braccia

Il movimento della flessione ed estensione delle braccia ha un importante significato psichico, simbolico, funzionale ed emotivo. Flettere ha la funzione di tornare verso il centro del corpo; stendere significa invece andare da sé verso l’ambiente esterno. La flessione quindi richiama l’andare verso se stessi, un gesto che evoca riflessione, calma, riduzione degli stimoli; la distensione si ricollega invece all’andare fuori, ci riporta a una relazione con lo spazio più ampio, all’espandersi, all’essere curiosi.
Con la danza-terapia si può diventare consapevoli del rapporto tra le emozioni e determinati movimenti. In particolare, ho avuto modo di osservare che negli anziani le braccia sono il luogo che incarna maggiore sofferenza. In loro, questa capacità di andare fuori e tornare dentro tende ad “arrugginirsi”, impedendo di poter godere pienamente delle emozioni legate all’uno o all’altro movimento. Il flettere, in cui è coinvolto il sistema nervoso parasimpatico, quello che ci aiuta a dormire, a riposare, forse è difficile da esplorare in quanto sinonimo di inattività, morte, pigrizia; di contro c’è un continuo sollecitare il sistema nervoso simpatico, che è quello della veglia e dell’azione.

Potersi riposare nella flessione per poi andare fuori, è una grande risorsa che gli anziani possono essere aiutati a ritrovare. Dall’esperienza che ho fatto con loro, ho potuto notare che la difficoltà a flettere non è data tanto da un irrigidimento delle strutture legamentose, che comunque c’è, ma dall’insieme dei fattori che ho citato; inoltre rimanere in uno stato vigile li aiuta a tenere sotto controllo il gruppo: che fanno gli altri, come si comportano, mi guardano, mi giudicano?

 

Muoversi con gli occhi chiusi (movimento autentico)

Forse non è un’esperienza facile, per le persone anziane, chiudere gli occhi, ascoltare la musica e muoversi liberamente, assecondando il desiderio di fare ciò che in quel momento sentono. Perché chiudere gli occhi rimanda all’inconscio, allo stare con i propri pensieri, alle immagini e ai ricordi del passato; a volte fa pensare alla morte (chiudere gli occhi per non aprirli più).
Ho notato, però, lavorando per anni insieme a loro che, se accompagnati, sostenuti e incoraggiati a intraprendere il “viaggio”, gli anziani possono acquisire la capacità di essere sereni con se stessi e questa è una risorsa preziosa per far fronte all’esperienza della solitudine a cui spesso vanno incontro.
Uno degli obiettivi principali dei centri anziani è quello di stimolare la socializzazione per rompere l’isolamento. Ed è certamente un lavoro fondamentale per aiutarli a non isolarsi, ma è altrettanto importante stimolarli affinché imparino a stare bene in solitudine.
Quest’ultimo è un punto di vista sul quale non si mette spesso l’accento, eppure, sulla base di quanto osservato nella mia ricerca, posso dire che il saper stare da soli aiuta anche a stare in compagnia dell’altro.

Intervista con Angélica Costa

 DSC_7912compressaCiao Angélica, ti chiedo di presentarti.

Sono psicologa e psicomotricista laureata a Sao Paulo del Brasile. Mi sono trasferita in Italia nel 2006 per seguire la formazione Body-Mind Centering® e qui ho ricevuto i diplomi di IDME nel 2007 e di SME nel 2009.

Di cosa ti occupi nello specifico?
Mi occupo prevalentemente di educazione del movimento in età evolutiva.

Dove lavori?
Lavoro a Roma presso tre strutture diverse: l’associazione culturale “Eppur si muove” che organizza una serie di corsi infrasettimanali e laboratori artistici e didattici per bambini, “Latte&Coccole”, un ambulatorio per l’allattamento e sostegno alla genitorialità, e il “Margherita Medical Center”, uno studio medico di ginecologia e ostetricia. Lavoro anche in scuole d’infanzia e nidi.

… e Baby Moves?
Sì, certo… Nel 2009 ho ideato il progetto Baby Moves, che offre attività di gruppo per la facilitazione al movimento e consulenza a sostegno della genitorialità. Mi rivolgo a bambini, genitori ed educatori d’infanzia.

Prima dicevi che sei venuta in Italia apposta per studiare BMC?
…già, e poi ci sono rimasta!

Che intraprendente! Come mai proprio l’Italia e non un altro luogo del mondo?
Volevo iniziare la formazione ma non potevo sostenere i costi dei corsi e quelli di viaggio, vitto e alloggio in un altro paese. L’unico modo era trasferirmi a vivere in America o in Europa. Tramite Thomas Greil ho contattato Gloria Desideri che da poco aveva creato Leben. Ci siamo scambiate delle mail per circa tre mesi, poi Gloria mi ha offerto la possibilità di venire in Italia a studiare grazie a una borsa di studio e sono entrata nell’associazione che lei aveva fondato.

Ma in Brasile, come avevi saputo del BMC?
Mi sono innamorata del BMC quando frequentavo ancora psicologia all’università e contemporaneamente studiavo danza e Contact Improvisation. Ho conosciuto il BMC durante un seminario presso lo studio dove seguivo le lezioni.

Allora te lo ha fatto conoscere una danzatrice?
Sì, una danzatrice che si chiama Rose Akras e che aveva seguito la formazione alla School for New Dance Development (SNDO) in Olanda. Lì non si faceva esattamente BMC, ma alcuni insegnanti di Rose avevano studiato e lavorato per diversi anni con Bonnie Bainbridge Cohen. Con Rose ho fatto seminari sullo scheletro, sugli organi e sui fluidi. Poi ho conosciuto Adriana Almeida Pees, che allora era l’unica BMC® Practitioner in Brasile. Ora è anche BMC® Teacher.

Secondo te è possibile portare il BMC in Brasile?
Sì, è proprio questo che ora sta succedendo. Quando io studiavo con Adriana, i suoi corsi non erano ancora accreditati da The School for Body-Mind Centering®. Quando poi lei ha avuto l’autorizzazione della SBMC a dirigere la formazione in Brasile, io già da un po’ mi ero trasferita in Italia. Hanno iniziato lì quando io qui avevo già completato due percorsi formativi.

Come integri il BMC con la tua formazione di psicologa?
Quando studiavo psicologia cercavo avidamente di capire cos’era la mente, cos’era il corpo, come queste entità si integrano tra loro. Integrare psicologia e BMC è una ricerca continua nel mio lavoro. Avevo studiato diversi approcci terapeutici, di orientamento reichiano, bioenergetico, ecc. Nonostante in questi approcci il corpo sia centrale, mente e corpo, per ragioni didattiche, erano presentati come fossero due entità separate. E questo non mi soddisfaceva…

Interessante, puoi dirmi di più su questo?
Il fatto è che ci facevano accedere alla materia di studio in modo intellettuale. D’altra parte, dedicavo energie a esercizi fisici, a tecniche di massaggio e ad altre discipline corporee. Questo mi faceva sentire comunque dissociata. Solo col BMC ho potuto percepire quanto mente e corpo siano in continuo dialogo e che la mia mente si muove col mio corpo.

Nel tuo lavoro quanto conta che tu sia laureata in psicologia?
Non ho richiesto l’equipollenza del mio titolo di studio in Italia, quindi non mi presento come psicologa, ma ovviamente la psicologia rimane, per così dire, “in the back of my mind”. Ai genitori dà un senso di fiducia sapere che ho una formazione tradizionale, anche se in effetti tutto quello che si insegnava sulla psicologia dell’età evolutiva, ai tempi in cui andavo all’università  non era poi così tanto all’avanguardia  Ieri come oggi. Mentre il BMC lo è.

Ma allora come ti definisci quando ti presenti ai genitori o quando scrivi un progetto che vuoi far partire?
Mi definisco così come mi sono presentata all’inizio: sono un’educatrice del movimento in età evolutiva ed educatrice del movimento somatico; entrambe queste formazioni sono certificate da The School for Body-Mind Centering®; BMC® è l’approccio creato in America da Bonnie Bainbridge Cohen. Mi occupo di educazione, facilitazione del movimento e sostegno alla genitorialità. E poi, non è tanto una questione di titoli: io punto all’applicazione del BMC nel campo dell’infanzia; utilizzo i principi del BMC come punto di partenza per stabilire delle relazioni. Sono talmente basilari e applicabili a una vasta gamma di situazioni, anche intorno al bambino, famigliari e scolastiche, che ne ho a sufficienza! Sento che il BMC valorizza le mie capacità di relazione, di ascolto e dialogo, che ho sviluppato come psicologa.

Scrivi tu i progetti o sono gli altri che ti chiamano per condurre un gruppo?
Sì, li scrivo io… e collaboro con altri psicologi ed educatori.

Le strutture di cui mi parlavi, “Eppur si muove”, l’ambulatorio, lo studio medico di ginecologia e ostetricia e la scuola dell’infanzia, sono pubbliche o private?
La prima è un’associazione culturale senza scopo di lucro, le altre sono strutture private. Anche le scuole in cui lavoro, per la maggior parte, sono private.

Hai mai provato a presentare progetti a strutture pubbliche?
Sì, nelle scuole pubbliche sono riuscita ad accedere tramite altre associazioni culturali che gestiscono progetti finanziati dalla regione, oppure dagli stessi genitori. Insieme a Margherita Ferraro (IDME) ho provato anche in un centro di accoglienza a Roma, l’unico che ancora offre servizi alle famiglie. Ero stata indicata da mamme che avevano frequentato i miei gruppi e frequentavano questo centro, ma un’altra associazione aveva… le spalle più calde delle mie, un’espressione brasiliana per intendere che gli altri erano favoriti..

Quindi nel centro di accoglienza il vostro progetto non è passato?
No, non è passato, non ancora… Comunque sono a stretto contatto con una serie di organizzazioni che diffondono la cultura della genitorialità secondo natura (preferisco l’espressione, “secondo natura” che spiega meglio il concetto, piuttosto che il termine “ecologica”, che pure viene usato).

E cosa vuol dire “genitorialità secondo natura”?
Un modo naturale di crescere i bambini. Queste organizzazioni si occupano di informare i genitori su tutto ciò che è fisiologico nello sviluppo umano, e creare occasioni di riflessione su quel che va contro natura, come ad esempio l’uso del biberon e del ciuccio, del latte artificiale, degli attrezzi che stimolano una finta autonomia, come girelli, passeggini, seggioloni, ecc.

E se ti dicessero “non è già di per sé un fatto naturale crescere i bambini” tu cosa risponderesti? Cos’è successo tra noi e la natura secondo te?

Tutto inizia col processo della gravidanza e della nascita. Nel XX secolo in Italia, e più precisamente dal dopoguerra in poi, gravidanza e nascita, che prima erano vissute con maggiore naturalezza, cominciano ad essere sempre più medicalizzate. Le famiglie, principalmente le donne, via via perdono l’ascolto delle proprie intuizioni, perdono empowerment, affidandosi ciecamente a quello che la società, in un certo senso, impone loro: la medicalizzazione della nascita. Basta pensare a due aspetti: il parto cesareo, che viene presentato come il metodo più sicuro ed è eseguito anche se non necessario, togliendo a madre e bambino la più potente esperienza di contatto fisico e di creazione di legame tra loro; il latte artificiale, promosso dalle aziende produttrici come alimento più completo del latte materno.
Ma a partire dagli anni ‘60 alcuni professionisti del campo medico hanno cominciato a capire che si stava prendendo una strada sbagliata. Leboyer, ad esempio, propose un nuovo approccio alla nascita, senza violenza. In quegli anni la medicina aveva cominciato a sviluppare tecniche e strumenti per valutare le capacità dei bambini già nella vita intrauterina. Da allora si sono scoperte sempre più cose sulle loro effettive capacità.

Come porti questo pensiero ai genitori?
Nel mio lavoro vedo che c’è molto da fare per far comprendere ai genitori l’importanza di dare ascolto a se stessi e alle proprie intuizioni su come crescere i bambini; per sostenere mamme e papà nella grande sfida di saper ascoltare i bisogni primari dei loro piccoli, e ancor prima, i loro stessi bisogni di genitori.

Danzi ancora?
Danzo poco, purtroppo. Ma i bimbi mi tengono allenata ☺

Un’ultima cosa: sei soddisfatta del tuo lavoro?
Sì, sono soddisfatta del percorso fatto finora. Anch’io imparo continuamente a dare ascolto a me stessa, a rispettare i tempi necessari per sviluppare qualcosa che perduri nel tempo.
È un cammino arduo, proprio perché vado un po’ controcorrente. Ma io sono sempre stata cosi: ho sempre scelto le strade più tortuose, ma che m’invogliano a continuare. È proprio la sfida che mi fa procedere.

foto_intervista_bassa43Agosto 2012
La rubrica Leben in rete è a cura di Gloria Desideri
Interviste: Emanuela Passerini
Traduzioni: Eleonora Parrello
Editing: Gloria Desideri, Donatella Levi

Hello Angelica, please introduce yourself…DSC_7912compressa

I received my degree as a psychologist and psychomotricist in Sao Paulo, Brazil. I ‘ve moved to Italy in 2006 to attend the Body-Mind Centering® training program, and here I got my IDME certification in 2007 and my SME certification in 2009.

What do you do exactly?
Mainly I work as an infant developmental movement educator.

And where do you work?
I have my practice in Rome, in three different structures: the cultural association “Eppur si muove” which organizes a series of weekly courses and artistic and educational workshops for children; “Latte e coccole”, a clinic specialized in nursing and parenting support; “Margherita Medical Center”, a gynecology and midwifery medical center. I also work in some kindergarten and day care centers.

… and Baby Moves?
Yes, of course… In 2009 I developed the Baby Moves project, which offers group activity based on movement facilitation and parenting support. My work is directed to children, parents and early childhood educators.

Before you said that you came to Italy just to study BMC, did you?
…yes, and then I kept staying!

How enterprising! Why Italy then and not another place in the world?
I wanted to start the training program but couldn’t afford paying for the tuition, travelling back and forth, and board and lodging in a foreign country. The only solution was to move to America or Europe for a period of time. Through Thomas Greil I came in contact with Gloria Desideri, who had just created Leben. After corresponding by email for about three months, Gloria gave me the chance to come and study in Italy with a scholarship, and I became a member of the association that she had founded.

How did you come to know about BMC in Brazil?
I fell in love with BMC when I was still studying psychology in college and a student of dance and contact improvisation as well. I met BMC during a workshop at the studio where I used to go for dance classes.

Are you saying that it was thanks to a dancer that you came to know it?
That’s right, a dancer called Rose Akras who had done her training at the School for New Dance Development (SNDO) in Holland. In that school they were not offering “pure” BMC, but some of Rose’s teachers had studied and worked with Bonnie Bainbridge Cohen for a period of time. With Rose I did workshops on the skeletal, organ and fluid systems. Later I met Adriana Almeida Pees, who at that time was the only BMC® Practitioner in Brazil. Now she is also a BMC® Teacher.

Do you think it is possible to bring BMC in Brazil?
Yes, it is exactly what is happening now. When I used to study with Adriana in Brazil, her courses were not yet accredited by The School for Body-Mind Centering®. Later, when she began directing the first training program authorized by SBMC, I had already moved to Italy. When I had already completed two training programs here, in Brazil they had just started.

How do you integrate BMC with your background as psychologist?
As a student in psychology, I was eagerly trying to understand what the mind is, what the body, and how these two entities integrate with one another. Integrating psychology and BMC is a constant research in my work. I had also studied different therapeutic approaches, from the Reichian tradition for example or Bioenergetics. According to these approaches, although the body is considered central, mind and body were presented and studied as separated entities, perhaps because of a certain educational model. Well, this didn’t fully satisfy me…

Interesting, can you say more about it?
The point is that as students we were guided to approach the material in an intellectual way. On the other hand, I was dedicating time to all kinds of physical exercises, massages or other body techniques. This made me feel dissociated. It was only through BMC that I managed to perceive how much body and mind are in a constant dialogue and that my mind moves with my body.

How much important is it in your work the fact that you have a degree in psychology?
I didn’t ask for the recognition of my degree in Italy, so I don’t usually present myself as a psychologist, but psychology obviously always lies in the back of my mind. The fact that I have done traditional studies gives parents a sense of trust, even though what I was given in college, about developmental psychology, was not so an advanced training. On the other hand, BMC is a real innovative work.

So, how do you introduce yourself to parents or in writing a project that you want to develop?
I define myself exactly as in my introduction at the beginning of this interview: an infant developmental movement educator and a somatic movement educator; both these training programs are certified by The School for Body-Mind Centering®. BMC® is the approach developed in America by Bonnie Bainbridge Cohen. My practice is about somatic education, movement facilitation and parenting support. But, I believe, it’s not so much a matter of titles: I aim to apply BMC in the field of early childhood; I use BMC principles as a starting point to establish relationships; they are so fundamental and you can apply them to so many situations: with children, parents, or in school settings. I have enough to be busy! I feel that BMC enhances my skills of listening, establishing relationships and being in dialogue – abilities that I first developed as a psychologist.

Do you usually create your own projects or are you also called to lead a group?
I do write my own projects… and I collaborate with other psychologists and educators.

The structures you were talking about, “Eppur si muove”, the clinic, the medical center, the kindergarten, are public or private?
The first one is a not-for-profit association, the other ones are private structures. Also, most of the schools where I work are private.

Have you ever tried to hand in projects to public structures?
Yes, I managed to work in some public schools thanks to other not-for-profit associations that manage projects supported by public funds, or by the parents themselves. Together with Margherita Ferraro (IDME) I also tried to enter a family center in Rome, the only left one that provides services to families. I had been introduced to this center by some mothers who used to go there and now attend my groups. But another association had…”shoulders warmer than mine” a Brazilian expression meaning that others were already favorite…

So, you’re saying that in this family center your project was not accepted…
Not yet… but I have very close contact with some organizations whose aim is to develop a culture of “parenting according to nature” (also called “ecological parenting”, but I prefer the expression according to nature, because it goes more clearly to the point).

And what is the point of a culture “according to nature”?
A natural approach in growing children. These organizations work to inform parents about what is physiological in human development, and guide them to reflect on what is against nature, such as the use of the feeding bottle and the dummy, artificial milk, or tools that stimulate a false autonomy like baby walkers, pushchairs, high chairs etc.

And if someone says to you: – isn’t growing children already “natural”? – what would you answer? What do you think happened between us and nature?
Everything begins with the pregnancy and birth process. In the XX century, especially after World War II, pregnancy and birth in Italy were more and more medicalized, while in the past they were experienced in a more natural way. Families, and especially women, tend to lose their ability to listen to their own intuitions, losing thus empowerment and ending to trust blindly only in what society imposes: the medicalization of childbirth. Just think about two aspects: the caesarean section procedure is presented as the safest way to give birth and it is often done even when not necessary, denying thus mother and child the most powerful experience of physical contact and bonding relationship; the artificial milk is promoted by manufacture companies as a more complete food than breast milk itself. But in the Sixties some professionals in the medical field started to realize that we were taking a wrong turn. Leboyer, for example, proposed a new approach to childbirth, without violence. It was in those years that the medical science started to develop techniques and tools to assess the baby’s abilities during intrauterine life. Since then a lot of discoveries have been made about the baby’s real abilities when still in the womb.

How do you communicate these ideas to parents?
I realize that I have a lot to do to help parents to understand the importance of listening to themselves and their intuitions about how to grow their children; I give support to mothers and fathers when they are challenged in listening and recognizing their children’s basic needs and, even before that, their own needs as parents.

Do you still dance?
Unfortunately I dance very little now. But children keep me well trained… (laughing).

One last thing: are you satisfied with your work?

Yes, I am satisfied about what I’ve been doing. I also keep on learning how to listen to myself and my needs, respecting the necessary steps to develop something that can last in time.
It is a hard path, because I go a little bit against the current… But I have always been like that: I’ve always chosen the hardest ways, those that tempt me to go on. It is the challenge itself that makes me grow.

foto_intervista_bassa43August 2012
Leben Network is curated by Gloria Desideri
Interview: Emanuela Passerini
Translation: Eleonora Parrello
Editing: Gloria Desideri, Donatella Levi

Intervista con Marcella Fanzaga

Marcella_EleonoreL’incontro con Marcella è avvenuto di pomeriggio, nel suo appartamento a Milano. Era con noi la sua bimba di 7 mesi, Eleonore. Marcella, diplomata IDME ed SME, si presenta così:

M: Mi occupo di danza, di corpi e anime, di poetica del corpo; lavoro in diversi ambiti e conduco incontri con bimbi e adulti, abili e diversamente abili; mi rivolgo a una varia umanità… Lavoro come performer, danzatrice, coreografa. Da anni mi occupo di Improvvisazione e progetti Site Specific.

E: Come riesci a gestire la tua vita di neo mamma con quella lavorativa?

M: Mah, intanto diciamo che Saturno influisce e dà una mano… vale a dire… non c’è abbastanza lavoro!! Scherzi a parte, purtroppo è un periodo in cui insegno molto poco. Dove e quando posso tengo la piccola Eleonore con me, come oggi.

E: Quando la bimba è con te la tieni proprio a contatto fisico?

M: Sì, ad esempio venerdì scorso, alla lezione di gruppo, l’ho tenuta fasciata al mio corpo: è stata tranquilla per un’ora e poi ha iniziato ad agitarsi. Allora mi sono messa a cullarla mentre guidavo i bambini nel danzare con le loro mamme e i loro papà, e lei si è addormentata. Alla lezione di oggi, invece, non potrò tenerla in fascia, perché il gruppo di bambine che frequentano questo corso di danza sono più grandi, vanno alle elementari, la lezione è più tecnica e io mostro tutti gli esercizi e li eseguo con loro. In questo caso, la terrà la mia datrice di lavoro insieme alla sua bimba che ha tre mesi più di Eleonore. Nei corsi di Danza Creativa con le bambine della scuola materna mi è più facile muovermi e danzare tenendo Eleonore nella fascia a contatto con il mio corpo perché il lavoro è meno tecnico e più espressivo. Quest’anno mi sono organizzata così, l’anno prossimo vedremo.

E: Quindi, quali corsi stai tenendo come insegnante?

M: Corsi di movimento mamma e bimbi, danza per bambini e bambine della materna e delle scuole elementari. Il lavoro con gli adulti non è ancora partito, mentre sono stata chiamata per fare alcuni interventi all’interno di due formazioni professionali.

E: Fai anche delle lezioni con incontri individuali?

M: Sì, seguo due persone individualmente: una per delle lezioni di danza contemporanea e l’altra con un lavoro in cui uso il movimento e il tocco delle mani. Con quest’ultima persona lavoro molto gradatamente perché ha avuto un problema abbastanza grave. Le faccio esplorare l’equilibrio e la coordinazione spaziale e attraverso il tocco l’aiuto a porre attenzione alla sua organizzazione interna, ottenendo un effetto distensivo.

E: (mentre parliamo, giochiamo con Eleonore…) Come si comporta Eleonore quando è con gli altri bimbi durante i tuoi corsi?

M: È molto curiosa e attenta, partecipa. Mi fa piacere portarla con me. Adesso va al nido e sta già con gli altri bimbi, ma quando viene con me ho la possibilità di stimolarla attraverso il movimento e la danza e l’ascolto della musica, inoltre in alcuni corsi si relaziona a bimbi più grandi.

E: All’interno dei corsi che hai elencato prima, che tipo di lavoro porti avanti in ciascuno?

Nei corsi mamma-bimbo faccio un lavoro di danza creativa, con esperienze di tocco e contatto che provengono dal BMC. Ad esempio, propongo di fare gli “strizzini”, come li abbiamo chiamati al corso: la mamma dà piccole e dolci strizzate con le mani per risvegliare il corpo del bambino e delle “spalmate” sul corpo stesso del bimbo per connetterne centro e periferia. Quindi seguo gli schemi di movimento omologo, omolaterale e controlaterale (intanto Marcella mi mostra i movimenti facendoli su Eleonore). Li propongo con ritmi diversi: ora mi muovo a onde, ora in modo spezzettato, saltellando, camminando nello spazio, oppure vado nello spazio e mi fermo, o ancora… via! tutti in un punto della stanza!

E: I bimbi di questo corso sono tutti piccolissimi?

M: Sono bambini che hanno una età compresa tra i 4 mesi e i 3 anni.

E: Quali differenze noti tra diverse fasce d’età?

M: I bambini sotto l’anno si stancano molto più facilmente, e hanno bisogno di maggiore lentezza.

E: Altre caratteristiche?

M: La messa a fuoco è sul bambino, sulle sue potenzialità neuromotorie. Questi incontri li definisco “bambino-centrici”: il bambino e le sue esigenze sono in primo piano e la mia intenzione è quella di fornirgli stimoli adeguati per il suo sviluppo e la sua crescita. I genitori sono importantissimi per raggiungere questo obiettivo perché è attraverso il loro corpo che il bambino percepisce il movimento e la musica. Focalizzandomi sul bambino però non perdo di vista i genitori e mi occupo anche della relazione tra loro e il proprio figlio. Sono consapevole che questo tipo di lavoro facilità il bonding e l’emergere di emozioni molto profonde che in questo contesto accogliente hanno la possibilità di essere espresse.

E: Ma i papà vengono a questi incontri, o ci sono solo mamme e bimbi?

M: Certo che possono venire anche i papà! Ma più spesso vengono solo le mamme, o almeno questa è la mia esperienza… forse perché questo lavoro è ancora un po’ sconosciuto. C’è ancora molto da raccontare e spiegare affinché nella cultura corrente si comprenda quanto importante sia fare esperienze di tocco, di movimento e di musica insieme. Tra le finalità del lavoro corporeo c’è anche lo sviluppo del bambino e della sua capacità di entrare in relazione, di stabilire dei legami e un contatto significativo con i genitori. E poi, in questi incontri la mamma può anche esprimere i suoi stati emozionali, che dopo il parto devono ancora regolarsi, mentre il bambino viene stimolato e si diverte.

E: Usi degli oggetti a sostegno del lavoro corporeo?

M: Sì, delle palle, dei teli piccoli… anche i cuscinoni dell’allattamento. Il corso per mamme e bimbi 2-12 mesi è nuovo; diciamo che l’ho ideato e messo a punto dopo la nascita di Eleonore. L’ho chiamato “Danzare una nuova vita”, e fa parte del progetto “Bimbi InForma”. È un mio “brevetto” in cui propongo una struttura molto precisa dove si alternano il lavoro a terra e il lavoro in piedi e le esperienze con il tocco, lo spazio, il ritmo e la melodia, e in cui fondo le mie conoscenze di danzatrice con ciò che ho appreso durante le formazioni IDME e SME.

E: Quindi, venendo su da terra, la mamma tiene il bambino fasciato al suo corpo, o in braccio, e si muove con lui o lei..

M: Esatto, ed è qui che la mia attenzione si sposta alla mamma, perché se la mamma non si muove con facilità, o ha timore a muovere il bambino e a fargli sperimentare le diverse posizioni del corpo rispetto alla gravità, al bambino non arriveranno le informazioni e gli stimoli necessari per percepire e percepirsi. Come dire…se la mamma gioca e danza, il bambino apprende.

E: Credo che per approfondire lo sviluppo della relazione non ci siano altri luoghi e altri modi di lavorare così specifici come questo, cosa ne pensi?

M: Io credo che il nostro lavoro attraverso il Body-Mind Centering® sia ancora poco conosciuto, rispetto a quello, per esempio, degli psicomotricisti, che hanno un riconoscimento professionale ufficiale e quindi sono più facilmente seguiti dalle mamme… È una strada lunga la nostra… perché pratichiamo un approccio esperienziale, che va sperimentato prima di tutto su di sé… ma comunque credo che possa dare delle indicazioni molto specifiche e pratiche. Poi nel mio caso particolare, credo che la specificità del mio lavoro stia nel fatto che unisco molte conoscenze elaborate in anni di esperienza e di studio sul linguaggio e le dinamiche corporee, spaziando dalla Danza Contemporanea al Butoh, alla danza terapia, all’Improvvisazione, al Body-Mind Centering®.

E: Parlami un po’ del lavoro con i bimbi e le bimbe più grandi.

M: Con loro faccio danza creativa contemporanea, propongo spunti d’improvvisazione adatti ai bambini, su aspetti della danza che secondo me sono importanti: il ritmo, il tempo, lo spazio, le parti del corpo. Non facendo leva sull’imitazione del maestro, ma sulla creatività degli allievi, credo che quest’esperienza sia per loro una buona base per poter poi studiare qualsiasi tipo di danza: un risveglio, un’integrazione che predispone al movimento. Anche questo, però, è un discorso difficile da fare e da capire, perché molti genitori conoscono ancora solo la danza classica, quella classicamente strutturata come… danza “normale”, come recentemente, mi è stata definita da una insegnante di scuola dell’infanzia…

E: Cosa ha influenzato il tuo approccio all’insegnamento, da dove vengono le tue idee per i corsi?

M: Per il lavoro di danza con le bambine più grandi, contano le mie esperienze e le formazioni di danza e improvvisazione; il corso mamma-bambino è molto influenzato dallo studio del BMC, e in particolare dalla formazione IDME: il modo di toccare, lo stare al livello del bambino, dare particolare attenzione alla relazione mamma-bimbo e alla relazione dei bimbi tra loro; e poi, tutto il lavoro sugli schemi neurocellulari di base…; e mettiamoci anche tutti gli altri studi di danza che ho fatto in passato!
In particolare il lavoro sul tocco per me è molto importante. Avevo avuto nozioni di BMC anche prima delle mie formazioni SME e IDME, all’interno del programma della scuola di danza in Olanda… Avevamo classi in cui si esplorava e si studiavano i diversi sistemi. Io ho studiato lo scheletro, perché la direttrice era un’insegnante certificata BMC e quindi la formazione era intrisa di elementi BMC. Quando, tornata in Italia, ho iniziato a lavorare, questa mia sensibilità attraverso il tocco è emersa nel lavoro con gli anziani; ho affinato una modalità e un approccio sensibili nel suggerire loro la danza, senza manipolare, ma facilitando il movimento nell’ascolto, così da creare insieme un dialogo attraverso il tono e il contatto.

E: Nel tuo lavoro come performer e danzatrice, una delle tue peculiarità è l’improvvisazione, e con ottimi risultati, come ho avuto modo di constatare personalmente. Come riesci a mantenere l’attenzione alla ricerca interna e alla qualità del movimento, senza fissare le sequenze che danzi?

M: Questo, per fortuna, è l’unico dono… Scherzo… La storia è lunga. Ho studiato tanto. In Olanda praticavamo tanta improvvisazione. E poi ho studiato a lungo il Butoh. Con la danza Butoh ho imparato a portare l’attenzione verso ciò che succede dentro mentre sono in performance, ad essere dentro e fuori allo stesso tempo. Avevamo un maestro molto attento che si accorgeva subito quando fingevi o ti perdevi… Essendo il Butoh un’arte performativa, il ponte della comunicazione è sempre aperto. Questo è il grande allenamento: non puoi entrare troppo dentro di te e perderti, devi tenere l’ascolto sulle motivazioni interiori in atto, sui “paesaggi interiori”, come li chiamava il mio maestro, e nello stesso tempo essere presente agli stimoli provenienti dall’esterno e consapevole di essere un tramite perché avvenga una comunione artistica con il pubblico, uno scambio, un dialogo che definirei energetico e cellulare.

E: Bello! Mi hai spiegato bene perché ho provato quello che ho provato quando ti ho vista improvvisare!

M: Nel tempo, dell’improvvisare ne ho fatto una filosofia. La ritengo una pratica molto alta, presuppone allenamento, conoscenza in modo approfondito del proprio corpo, di una tecnica corporea e di composizione coreografica. Perché sia una pratica viva, non ci si può permettere di rimanere imbrigliati nelle proprie abitudini di movimento, nei limiti o in quello che meglio conosciamo. Per fare un caso estremo, pensa come sarebbe limitato e limitante il restare bloccati in uno schema che deriva da quella che era la nostra posizione in utero e continuare a riproporlo all’infinito. Prendere coscienza dei nostri limiti è un esercizio fondamentale ed estenderli attraverso lo studio e la pratica è importante per arricchire il nostro vocabolario di movimento significante.
La pratica dell’Improvvisazione richiede ascolto e respiro, richiede la capacità di lasciare le risposte al corpo e al tempo del corpo, per cui occorre allenare la mente ad essere presente nel dialogo corporeo senza predefinire le risposte, ma aprendosi all’inaspettato. Questo può generare ansia…

E: Che consapevolezza ti ha portato la nascita di Eleonore e la sua presenza nella tua vita?

M: Ho scoperto che il corpo della donna è in grado di compiere un atto miracoloso, potente e fragilissimo allo stesso tempo. Nulla può essere dato per scontato, dall’avere una gravidanza fino al portarla a termine… Quest’esperienza mi ha aiutata a comprendere meglio, direi proprio sulla mia pelle, che nella nostra società non c’è sufficiente cura per questo miracolo: il generare la vita. Si dovrebbe dare più attenzione alla donna, tutelare di più la maternità e quindi l’umanità. Ho partorito di notte, godendomi il silenzio e la tranquillità per noi due. Penso che le ostetriche facciano un lavoro prezioso, per niente scontato. A loro modo fanno improvvisazione! Hanno delle tecniche, certamente, ma ogni parto è a sé e loro devono capire e agire sul momento, nel “qui e ora”, rispetto alle circostanze di ogni singola nascita. A volte basta un istante…e tutto cambia.

Eleonore… la osservo molto… sta cercando di insegnarmi a non avere fretta, a prendermi cura, più cura, di me e della qualità della vita, ad accettare il vuoto e l’ignoto…dovrei saperlo già fare da improvvisatrice… ma non c’è limite alla consapevolezza! E poi con lei e grazie a lei, forse, sta nascendo una nuova Marcella… che non è quella che ho sempre conosciuto, ora ha una figlia ed è mamma… è una rivoluzione più profonda e sottile. Mi auguro di lasciarla accadere!

Marci_veloOttobre 2012
La rubrica Leben in rete è a cura di Gloria Desideri
Intervista: Emanuela Passerini
Traduzione della versione inglese: Eleonora Parrello
Editing: Gloria Desideri

Marcella_EleonoreE: Marcella and I met one afternoon in her Milano apartment. Her seven month old baby, Eleonore, was with us. Marcella is certified as both an SME and an IDME. She introduces herself like this:

M: I work with dance, bodies and souls, with the poetics of the body; I work in different fields, also leading classes for adults and children, disabled and not. I turn to a variety of different human beings … I work as a performer, dancer, choreographer. For several years I have been dealing with improvisation and site-specific projects.

E: How do you manage your life as a new mum with your professional life?

M: Well, let’s say that the influence of Saturn is lending a hand… that is to say… there’re not enough gigs! Just joking… But that’s true that in this last period I haven’t been teaching as much. Whenever I can, though, I keep my little Eleonore with me, like today.

E: When your baby is with you, do you keep her in close physical contact?

M: Yes, the other day, for instance, I wrapped her on my body during a group class: she stayed quiet for an hour. When, after a while, she began feeling restless, I started to rock her while guiding some children and parents into dancing together, and she fell asleep. For today’s class, I will not wrap her on me because here my teaching is more technical, children are older and I usually demonstrate for them all the dance exercises. My employer will look after Eleonore, along with her child who is three month older. In the creative dance classes that I teach in primary schools, it’s easier for me to have Eleonore wrapped on my body while dancing, because, rather than technical, my work there is more about expression. This is how I’ve managed things so far, let’s see what will come next.

E: So, which kind of classes are you teaching at the moment?

M: I offer movement classes for mums and children and dance courses for children of primary and elementary school. Classes for adults haven’t started yet, but I got called for some work in two professional dance educational programs.

E: Do you also see people for individual session?

M: Yes, at the moment I work with two persons individually: one client comes for private contemporary dance classes; for the other person I use both movement re-education and hand-on work. This last case requires that I work very gently and gradually, because my client has had quite a severe problem. I guide her into exploring her balance and spatial coordination, and through touch I help her to focus on her inner organization: a kind of work that brings along a relaxing effect.

E: (while we converse we are playing with Eleonore…) What is Eleonore’s behaviour like, during your classes, and when she’s with other children?

M: She’s very curious and alert. Present. I like taking her with me. She goes to the day care now, so she’s used to be with other children, but when she comes with me I have the chance to offer her some stimulation through movement and music. It happens that in some courses she’s with older children too.

E: What kind of work do you develop for your classes?

In the mum-baby classes, I do creative dance work which includes experiences based on contact and hands-on work and from various principles of the BMC approach. I propose, for instance, the “little squeezes”, as we named this exercise: each mum touches her baby gently squeezing his or her body for waking it up. Another practice is giving gentle strokes to the baby’s body, in order to connect his/her centre to the periphery. I also work with the homologous, homolateral, and controlateral movement patterns (while speaking Marcella is demonstrating the patterns on Eleonore). I work on these patterns using different rhythm: with wave like movement, in a broken up mode, walking and jumping in space, or moving to this or that place of the room… stop! go! everybody over there…now!

E: Are all children in these classes little babies or also toddlers?

M: They range from four months to three years of age.

E: Which difference do you notice depending their age?

M: Children under twelve months get tired much sooner, they need more time and are slower.

E: What else?

M: I focus on the child, on her or his neuromotor potentials. I would define this kind of sessions “child-centered”: the child and his/her needs are in the foreground, and my intention is to give the right stimuli for the child’s growth and development. Parents are very important in order to reach this goal, because it is through their bodies that the child perceives movement and music. So, yes, the focus is on the child but I don’t forget the parents and I work on the relationship between them and their child. I am aware that this kind of work facilitates the bonding process and the emerging of very deep emotions that in such a welcoming context can be freely expressed.

E: Do daddies come to these sessions, or are there only mothers and children?

M: Of course daddies are welcome! But, in my experience, more often mothers come on their own… maybe because this kind of work is not yet much known in today’s culture. We need to explain what’s about, to communicate the importance of sharing experiences of touch, movement and music. A body-oriented approach is finalized to facilitating development in children, their ability to enter relationship and establish bonds and contact with their parents. During these sessions, while children are stimulated playing and enjoying themselves, new mothers have a chance to express some of their emotional states that often, in the aftermath of childbirth, need to rebalance.

E: Do you use objects and props to support your bodywork?

M: Yes, I use balls, small blankets…and large breastfeeding pillows. The class for mums and children between 2 and 12 months is still quite new, let’s say that I conceived and set It right just after Eleonore’s birth. I called it “Dancing a New Life”, as part of the project “Babies in Good Shape”. It’s a “patent” of mine: it has a precise structure which includes both floor and standing work, along with experiences of hand-on, space, rhythm and music phrasing, integrating my knowledge as a dancer with what I’ve learned during my SME and IDME training programs.

E: So, moving from lying to standing, a mum holds her baby wrapped to her body, or in her arms, and the two move together…

M: Exactly, and at this point my focus shifts to the mother, because if a mum doesn’t move easily, or has any fear to move the baby and let him/her experience different body postures and relationships to gravity, the baby will not get the necessary information and stimuli for developing a process of perception and self-perception. In other words, if a mum plays and dances, her baby will learn.

E: I can’t imagine a better way or place for such a specific learning process, for deepening the development of a relationship, what would you say?

M: I think that our work with Body-Mind Centering® is not much known yet. Think of, for instance, psychomotricity: it is officially and professionally recognized and mothers more easily follow that direction… Our path is a long path… We do an experiential work, meaning that we need to experience it first on our own body, before facilitating others… I think that this work can offer very precise and useful suggestions to parents. The peculiar aspect of my work lies in how I integrate all the diverse knowledge developed over the years, ranging from Contemporary Dance, to Butoh, Dance Therapy, Improvisation and Body-Mind Centering®.

E: Tell me a little bit more about the work you do with older children.

M: I do contemporary creative dance, giving children improvisational hints, suit to them and their age, about important aspects of dance: rhythm, time, space, differentiating body parts… I think that this kind of experiences can be useful for any other dance style they will approach in the future. It’s a way of teaching that doesn’t rely on imitating the teacher, but on stimulating pupils’ creativity, awakening them to integrate and open up to movement. This approach too is hardly known and understood… For parents, ballet is the main reference for dance, the kind of dance considered “normal”, as a primary school teacher recently defined it…

E: What are the roots of your teaching approach, where do your ideas for teaching come from?

M: Regarding dance work with elementary school children, I rely on my studies and experience on dance and improvisation; the mum-baby course is very much influenced by the BMC training, and particularly by the IDME approach: ways of touching, being at baby’s level, giving particular attention to the mother-child relationship and that of babies among themselves. And then, there is the work on basic neurocellular patterns and developmental movement; not to speak of all the dance studies that I did in the past!
The hand-on work with touch is particularly important to me. I had some BMC notions when I was studying in Holland, much before participating in the SME and IDME training programs… In that dance school I could experience different body systems from the BMC perspective. I studied the skeleton, because the school director was a BMC certified teacher and our dance curriculum included many BMC elements. When I came back to Italy, I started to work with old people, and I went back to that gentle hands-on work as a resource. I then kept on refining my sensitive approach to touch, noticing how useful it was to facilitate dancing and moving, and to listen to others in order to establish a dialogue based on tone and contact, not at all manipulative.

E: Improvisation is a characteristic of your work as a dancer and performer, and with quite high results, as I could personally witness. How can you manage to keep your inner research going, and the quality of movement, without fixing the sequences of your dance?

M: This is the only gift I have… Joking… It’s a long story. I’ve studied a lot. We did a lot of improvisational work in Holland. I also studied Butoh for long time. Thank to Butoh, I’ve learned how to focus on what is happening within myself while performing: being thus inside and outside at the same time. We had a very alert teacher who could immediately see whenever you were faking or getting lost… Since Butoh is a performing art, the communication channel is always open. This is the biggest lesson: you cannot go too much deep within yourself and get lost, you have to keep an eye on the inner motivations that are flowing within you, on the “inner landscapes”, as my teacher used to call them. But, at the same time, you have to be present to the stimuli coming from the outside, being aware that you are a medium for an artistic communal experience to happen in the audience, a sharing, a dialogue that I would call energetic and cellular.

E: Beautifully said! You really gave me an explanation for what happened to me when I saw you improvising!

M: Over the years, I made a philosophy out of the art of improvising. I believe it is a very high practice which requires hard training, deep knowledge of your body, of both body technique and choreographic composition. I think it’s a living practice, you cannot afford to be trapped in your movement cliché, to limit yourself on what you know better. Just to make an example, think about the limitations if we were stuck in a recurrent pattern originating from what was our position in utero. Getting aware of our limits is a basic exercise, very important to expand our choices through study and practice, in order to enrich our vocabulary of meaningful movement.
Practicing improvisation requires listening and breathing, the ability to let time for the body to respond, and you need to train your mind to be present, not giving any preconceived answer, rather opening yourself to the unknown. Sometimes this can generate anxiety…

E: The birth of Eleonore, the existence of Eleonore in your life: what kind of awareness is all of this bringing you?

M: I realized that a woman’s body can do a miracle, a very powerful act, very fragile at the same time. Nothing can be taken for granted: from becoming pregnant to carrying the pregnancy through full term… This experience took me to an understanding, on my own skin let’s say, of how our society doesn’t provide enough care for this miracle to happen: which is giving life. Women should be more cared for, motherhood more protected… mankind after all! I gave birth to Eleonore at night, enjoying silence and quietness around us. I think that midwives do a precious job, that shouldn’t be taken for granted. They improvise, in a way! They know the technique, of course, but each birth is different and they have to understand and act in the ‘here and now’, depending on each birth circumstances. Just an instant and everything changes…

Eleonore…I watch her a lot. ..she is trying to teach me not to hurry, to take a better care of myself and to care for the quality of my life, to accept the emptiness and the unknown… As an improviser, I should already know how to do it… But there are no limits to awareness! And thank to her, together with her, a new Marcella is growing… Not the one I’ve always known, because she has a daughter now and she is a mum… It is a much deeper and subtle revolution. Hopefully, I will let it be happening!

Marci_veloOctober 2012
Leben Network is curated by Gloria Desideri
Interview: Emanuela Passerini
Translation: Eleonora Parrello
Editing: Gloria Desideri