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Intervista con Danila Anzelini

Danila-e-IdaTerapista della riabilitazione dal 1981, operatrice craniosacrale, diplomata come Infant Developmental Movement Educator (IDME) nel 2007, prossima alla certificazione come Somatic Movement Educator (SME). Esercita presso il suo studio privato a Trento, svolgendo il suo lavoro terapeutico attraverso sessioni individuali e quello di educazione somatica in attività di gruppo.

Quando e dove hai fatto diretta esperienza dell’approccio BMC? 

È stato nel 2006, anno in cui per la prima volta Bonnie Bainbridge Cohen è venuta in Italia, a Tuscania, in occasione della conferenza-workshop organizzata da Leben in collaborazione con la ASL Viterbo. Da lì ho iniziato un viaggio formativo che mi ha portato a nuove acquisizioni e a una trasformazione anche a livello personale.

Puoi darci qualche esempio di queste nuove acquisizioni?

Innanzi tutto ho imparato a dare al concetto di riabilitazione un’accezione più ampia. Nel tipo di formazione che ho seguito, il termine riabilitazione è prevalentemente associato al concetto di rieducazione, intesa come correzione di un quadro patologico, al fine di ricondurre quest’ultimo entro parametri comunemente riconosciuti come giusti.
Attraverso l’approccio BMC ho potuto sperimentare quanto la saggezza del corpo possa fare da guida nella definizione del ruolo terapeutico: come terapeuta il mio compito non è quello di correggere, ma piuttosto di accompagnare e dare supporto a quel qualcosa che permette al sistema corpo-mente di trovare la soluzione migliore nel momento e nella situazione specifici. S’instaura così col paziente un percorso condiviso di conoscenza e consapevolezza.
In questo modo, la terapia è intesa come luogo di relazione: l’incontro tra due persone, pur nella chiarezza dei rispettivi ruoli; il gioco di spazi e di tempi; le qualità di tocco, i livelli di attenzione, intenzione e azione.

E di tutto questo, ne hai fatta esperienza diretta su di te?

Certo, e continuo a farne! Il lavoro su se stessi è fondamentale. È importante arrivare a una conoscenza “sentita” dell’anatomia e della fisiologia del corpo umano, all’interno di un processo continuo di autoconsapevolezza.

Puoi dirci qualcosa su dove e come si svolge la tua attività?

Lavoro privatamente, con adulti e bambini. Per le lezioni di gruppo utilizzo una bella sala di 60mq, mentre le terapie individuali si svolgono in uno studiolo con il lettino e abbastanza spazio per lavorare a terra, a seconda dei casi. Ciascun incontro dura circa un’ora e mezza, incluse le adeguate transizioni.
Ciascuna seduta comporta una combinazione di interventi che possono comprendere sottili manipolazioni tattili, attraverso le mie mani, facilitazioni al movimento e modi di usare il suono della voce. Resto comunque in dialogo anche verbale col paziente a cui offro non solo “cose da fare” ma soprattutto consapevolezza e capacità di essere presente, di osservare e ascoltare.
A volte utilizzo palloni gonfiabili di varia misura, cuscini e supporti, pesi da impugnare e, nel caso di bambini, una serie di giochi e oggetti appositamente scelti.
Mi incuriosiscono sempre, mi suscitano interesse, i commenti dei nuovi pazienti dopo una seduta. C’è chi dice “.. è un tocco così delicato.. sembrava non succedesse nulla, ma poi mi sono sentito proprio bene.. erano anni che non provavo un rilassamento così profondo”, oppure, “..mi meraviglia sentire il corpo così collegato in tutte le sue parti”, o ancora, “.. credevo che per sbloccare la spalla dovessi per forza passare attraverso un trattamento doloroso, e invece..”.

Insomma, mi sembra di capire che hai un certo successo.

Beh, in effetti ho constatato come il percorso formativo BMC abbia dato un incredibile impulso alla mia capacità di rispondere ai bisogni e alle richieste di un sempre maggior numero di pazienti.
Da alcuni anni mi dedico in particolare ai bambini con bisogni speciali. La decisione di lavorare in questo ambito è maturata durante la formazione IDME. Le conoscenze trasmesse da Bonnie riguardo allo sviluppo in età evolutiva, e in genere tutto il suo lavoro, hanno avuto un peso determinante nella scelta di rivolgermi a famiglie con bisogni speciali. Queste conoscenze si integrano bene con la mia capacità di entrare in modo adeguato, almeno così mi sembra, in una relazione terapeutica tanto delicata.

Puoi essere più specifica?

A volte si rivolgono a me dei genitori di bambini piccolissimi con diagnosi che non lasciano speranze e per i quali sembra non ci sia molto da fare.
Per iniziare il mio viaggio mantengo sullo sfondo l’importante quadro clinico e comincio a raccogliere elementi scaturiti dall’osservazione e dall’interazione con i bambini e le loro famiglie, utilizzando con efficacia degli strumenti che elaboro basandomi su principi BMC.
Pongo attenzione, ad esempio, alla tonicità e alla funzionalità degli organi interni, indispensabili al sostegno del movimento somatico. Attraverso delicate manipolazioni, posizionamenti, transizioni, aiuto il bambino a mantenere un certo agio interno e questo lo rende più disponibile alla relazione con il mondo, a “dialogare” con i miei stimoli tattili, così che possa incanalare movimenti intenzionali a livello delle braccia e del tronco. Si verificano dei cambiamenti che permettono maggiore espressione e comunicazione. Nonostante prognosi poco favorevoli, la qualità della vita di questi bambini e delle loro famiglie può sensibilmente migliorare.

Ci diresti due parole sul modo in cui questa tua formazione BMC® ha inciso anche a livello personale?

In generale, l’accento sul valore della conoscenza scientifica allargata al gusto dell’esplorazione personale mi ha portato ad una maggiore consapevolezza di me stessa, anche nella relazione con gli altri.
Con curiosità e costanza, ho osservato maturare dentro di me un senso di maggior fiducia nel mio sentire, nel mio pensiero, senza perdere il gusto del confronto.
La continua esplorazione dell’unità mente-corpo, ha poi comportato un cambiamento a livello posturale, fino ad essere in grado di mantenere un buono stato di agio interno.
A questo proposito, voglio accennare a un’esperienza per me molto significativa: avendo sentito forte l’esigenza di ricontattare la mia dominanza emisferica di mancina rieducata, prima di tutto nella scrittura, dopo un’iniziale fatica di coordinazione motoria della mano, ho notato un crescente stato di agio interno nella mente e nel corpo .. una sensazione di essere finalmente arrivata a casa mia!

Con profonda gratitudine penso a Bonnie, a Gloria e a tutte le persone che mi hanno reso possibile la conoscenza di questo approccio.

Maggio 2012
La rubrica Leben in rete è a cura di Gloria Desideri
Intervista: Emanuela Passerini
Traduzione: Eleonora Parrello
Editing: Donatella Levi

Danila-e-IdaRehabilitation therapist since 1981, she is also a Craniosacral Therapist, a Certified Infant Developmental Movement Educator (IDME), and will complete her certification program as Somatic Movement Educator (SME) in July 2012. She has a private practice in Trento, working as a therapist in individual sessions and as a somatic educator with groups.

When and where did you have your first direct experience of the BMC approach?

It was in 2006, in Tuscania, when Bonnie Bainbridge Cohen came to teach for the first time in Italy. The occasion was the conference-workshop organized by Leben in cooperation with the Public Health Service of Viterbo (ASL-VT). My journey began there, leading me to new tools and abilities, professionally speaking, as well as to changes at a personal level.

Can you give us some examples of these new acquisitions?

First of all, I have learnt how to give a wider meaning to the term “rehabilitation”. In my previous training, in the conventional world, the term rehabilitation was mainly associated with the idea of re-education meant as correction of a pathological case in order to ‘bring it back’ within criterions for something to be commonly recognised as “right”.
With the BMC approach, however, I have experienced how much the body’s wisdom can guide me to better define my role as therapist: my task, then, is not to “correct” someone but to offer facilitation and support to that something which allows the other person’s body-mind system to find the best solution in each given specific time and situation.
It is possible then to establish with a client a shared path of knowledge and awareness.
In this way, therapy is meant as a place of relationship: the meeting place between two people with clarity of their roles; the play between time and space; the qualities of touch, the levels of attention, intention and action, all relate to one another.

And did you have direct experience of all of this in yourself, in your body?

Of course, and I keep on doing it! It is fundamental to work on yourself, you know? It is important to get to a felt-in-the-body knowledge of the anatomy and physiology. It is an ongoing process of self-awareness.

Can you tell us something about your private practice: where, how does it take place?

Yes, I have a regular private practice with adults and children. When I work with groups, I use a quite nice and large room, of about 60m². When I work individually, I use a smaller studio that has a massage table and enough space for doing some work on the floor if needed. Each session is about one and a half hour long, including time for transitions.
I may combine different hands-on techniques, gentle manipulation, movement facilitation and vocalization. I keep a constant verbal dialogue with the client, offering not only suggestions about things to do, but primarily my awareness and my ability to be present, to observe and listen.
Sometimes I use inflatable soft balls of different size, cushions and props, weights to hold and, when I work with children, I usually have a selected choice of toys and props.
I am always curious and interested in my new patient’s comments after a session. Someone may say something like “..it’s such a delicate touch…it seemed nothing was happening, but then I felt so good… it’s been years since I’ve felt such a deep relaxation..” or “..I’m astonished to feel the body so connected in all its parts” or else “..I thought that to free up my shoulder a painful treatment would be inevitable, but instead …”

So, it sounds that you have a certain success…

Well, I can actually say that the BMC training has given a big boost to my abilities to meet the needs of a greater number of clients.
Some years ago, I began to work with children who have special needs. My decision to work in this field grew during the IDME program. Bonnie’s approach and the deep knowledge that she handed down about infant development had a big impact on me and my decision to work with parents and children who have special needs. This experience well combines with my innate ability to deal with a delicate therapeutic relationship in an appropriate way, or so it seems to me…

Can you be more specific?

Sometimes I meet parents of little babies whose diagnosis seems to give them no hope, apparently no chance for a better quality of life, nothing to do.
In starting my journey with them, I do keep the serious clinical case in mind, but I also begin to first gather elements out of subtle observation of the children and then interact with them and the family using the tools that I’ve developed from the BMC principles. For instance, I give attention to the tone of the organs, which are fundamental to support the somatic movement. Through delicate manipulations, positioning, care for transitions, I help the child to keep a certain internal ease that makes her or him more open to relate to the outer world and to “dialogue” with my tactile stimuli, so that the baby can direct intentional movements, let’s say, in his arms and trunk. I can see changes that enable a wider range of expression and communication. Despite the negative prognosis, the quality of life of these children and their family can improve.

Would you also tell us few words about how the BMC® study has affected your personal life?

In general, I would say that by having widened my scientific knowledge out of a taste for personal process and exploration, my awareness has deepened, even in relation to other people.
I am observing, with some curiosity too, how I develop a deeper sense of trust in my feelings and in my thinking process, without ever losing the taste for exchange and comparison.
The constant exploration of the body-mind unity has also brought me to changes in my posture, and the ability to maintain a good state of internal ease.
Speaking of which, I want to say something about a quite important experience I’ve done.. Well, I’m a natural left-handed, re-educated to use my right. At some point, I felt the need to contact my hemispheric dominancy again, mainly in hand writing. After a difficult beginning with motor hand coordination, I noticed a growing state of internal ease, both in the mind and in the body…the sensation to have finally arrived at home!
With deep gratitude, my thoughts go to Bonnie, Gloria and all the people that made my encounter with this approach possible.

May 2012
Leben Network is curated by Gloria Desideri
Interview: Emanuela Passerini
English translation: Eleonora Parrello
Editing: Donatella Levi