Intervista con Maria Corno

Maria Corno, Somatic Movement Educator e insegnante di Metodo Funzionale della Voce, è appassionata ed esperta camminatrice sulle antiche vie dei pellegrini. Gloria l’ha incontrata alla fine di maggio, durante la sua sosta a Viterbo e poi a Roma all’arrivo. L’intervista è stata fatta successivamente via Skype.

... in cammino sulla via Francigena

… in cammino sulla via Francigena

Gloria-  Maria cara, avevo immaginato d’intervistarti camminando al tuo fianco sulla Via Francigena, almeno per un piccolissimo pezzo, e invece eccoci qua su Skype, davanti al computer! Non sono proprio riuscita a staccare con la vita frenetica che conduco, anche due soli giorni, per entrare nel ritmo del procedere lento, a piedi… Ma forse a te è più facile raccontare qualcosa ora che il Cammino s’è compiuto… è così?

Maria-  Sì, in effetti è vero: quando si cammina le parole in qualche modo se ne vanno da un’ altra parte. Sicuramente ci vuole un po’ di distanza per elaborare l’esperienza, perché quando ci si sta dentro le parole passano in secondo piano.  Anche la condivisione con gli altri pellegrini non avviene tanto con i discorsi, ma sulle piccole sintonie nelle cose concrete, come se il solo fatto di incontrarsi sia significativo di per sé, senza bisogno di metterci sopra tante parole. Sì, quindi mi sta bene rifletterci dopo, m’è congeniale: pensieri ed elaborazioni sull’esperienza che ho fatto stanno affiorando solo ora, nel tempo.

Insomma, quando cammini è in atto qualche forma di comunicazione non verbale con la natura, con te stessa, dentro di te, e quindi non c’è granché la voglia di parlare.

Uhm… durante un cammino c’è un’evoluzione su questo. È un po’ come con la meditazione: all’inizio c’è molto dialogo interiore, molto commento interiore. Quando facciamo qualunque cosa, siamo abituati ad accompagnare le nostre esperienze con un commento interiore: possiamo esplicitarlo o tenerlo nella mente, ma un qualche discorso avviene, come se l’esperienza da sola non avesse abbastanza valore senza le parole ad attribuirgli un significato.
Poi camminando, a poco a poco, questo discorso si placa, ma bisogna camminare a lungo: a un certo punto, dopo giorni, ti accorgi che la mente arretra, la sensazione precisa è che scenda a un livello più basso. E quello che resta in primo piano è l’esperienza nuda e cruda, così com’è. E allora si aprono altri canali, si apre un altro modo di essere al mondo che tiene in primo piano il canale sensoriale, la capacità di sentire e l’intuizione. Dico intuizione intesa come quel modo di afferrare al momento le cose, di essere in sintonia con le esperienze e che non passa attraverso l’elaborazione del ragionamento.

Intendi anche in senso fisico? Un po’ come tornare alla natura animale?

Esattamente! Durante un lungo cammino mi sembra a volte di poter intuire come poteva essere la coscienza dell’uomo arcaico, pre-moderno. Entri in quella magia che fa accadere le cose: come quando per esempio ti chiedi se sei sulla strada giusta, alzi gli occhi e ricevi un segnale, oppure stai pensando a una persona ed ecco che la incontri, hai bisogno di qualcosa e ti arriva. Succedono queste cose lungo il cammino: possono apparire come delle coincidenze, ma chi cammina a lungo sa che non lo sono. O meglio, sono sì delle coincidenze, ma non casuali. Possiamo forse definirle sincronicità? Si sentono tanti, tanti racconti sul cammino che parlano di incontri giusti fatti al momento giusto, di bisogni soddisfatti al momento giusto.

Si stabilisce una certa sintonia con il reale intorno a te, o meglio, con quello che tu percepisci.

Esattamente! E quando questa sintonia non c’è (anche sul cammino ci sono i momenti storti, le fasi difficili), quando non trovi il soddisfacimento dei tuoi bisogni, è facile cogliere che è perché in quel momento sei tu a non essere in sintonia!

Stai dicendo che quindi te ne accorgi subito? Noti, per esempio, che il corpo si stanca di più o comincia a sentire delle scomodità? Insomma, diresti che essere in sintonia ti fa essere più in buona forma fisica, ti dà più resistenza?

Non so se si possa stabilire un rapporto di causa-effetto: più sintonia – più in forma, non era questo che intendevo dire. Sicuramente però, l’essere in sintonia con il corpo è una condizione di questo stato che ho descritto.

Ce ne puoi parlare un pochino di più?

Ecco, il primo grosso “lavoro” del cammino è quello sul corpo. Il corpo è lo strumento: il corpo anche nei suoi aspetti più umili, come i piedi. I piedi sono lo strumento fondamentale, e la cura del piede simboleggia la cura del corpo che è necessaria lungo tutto il cammino. È chiaro che il nostro corpo non è abituato a camminare a lungo, tutti i giorni. Mentre anticamente era così, per noi oggi non lo è più. Quindi il camminare a lungo è certamente un lavoro, una fatica, richiede una sorta di “rimodellamento” del corpo.

Posso chiederti se i tuoi piedi sono cambiati da quando anni fa hai iniziato a camminare? C’è qualcosa di diverso che senti nei tuoi piedi?

Non lo so, non so rispondere con precisione a questa domanda. Però sì, ho una sensazione di “lavori in corso” nei miei piedi, direi che per esempio c’è un modo diverso di appoggiare i piedi per terra, c’è un’integrazione diversa dei piedi; magari però ne parlo tra poco. Vorrei prima aggiungere qualcosa sul corpo, sulla cura del corpo. Il cammino mette fortemente in movimento il corpo e all’inizio questa cosa la si sente molto, si sente il metabolismo che diventa più veloce, le tossine che se ne vanno, i muscoli indolenziti… Mi piace chiamare questa fase con il nome di una fase alchemica, rubredo: era la fase del fuoco, in cui tutto brucia e fonde. C’è tutta una manifestazione di sovraccarico e di lavoro straordinario del corpo.

Di movimento interno…

… di movimento interno che poi si porta dietro anche un movimento psichico, sogni, pensieri, ecc. La cura del corpo é la cosa essenziale che s’impara lungo il cammino. S’impara la cura quasi come devozione e dedizione al corpo, perché se questa non c’è ti fai male, se corri troppo ti viene la tendinite, se non ti fermi al momento giusto può venirti una vescica, se cammini troppo, dopo non ce la fai più. Quindi, si tratta proprio di avere la capacità di ascoltarsi e prendersi cura del proprio corpo: il massaggio dei piedi la sera, il mangiare nel modo giusto, il dormire, il seguire il proprio ritmo del momento… E questa è una grande disciplina, un grande esercizio. Nella sua banalità la cura è l’esercizio principe del cammino!

Che meraviglia! Senti, Maria, tutto il lavoro corporeo che hai fatto ha avuto su di te un’influenza rispetto al tuo modo di sentire il corpo e averne cura durante il cammino?

Sicuramente sì! Nel senso che nel cammino resta tutto più facile, più naturale, se hai  sperimentato e praticato una sorta di intimità con te stesso e con il tuo corpo, come abbiamo praticato in BMC. In fondo, l’embodiment è questo, inteso come capacità di essere nel corpo.
Sì, credo proprio che sarei stata più inconsapevole, meno presente a me stessa e mi sarei fatta più male nei miei cammini. Se mi fosse mancata quest’esperienza avrei avuto una chiave in meno. In modo più specifico, mi sono tornate utili quelle consuetudini con aspetti del corpo che ho avuto la possibilità di praticare in BMC: per esempio con i legamenti delle ginocchia che sono messi a dura prova lungo il cammino. Conoscerle e aver esercitato una pratica ti aiuta a entrare in dialogo con le parti del corpo che nel cammino sono parecchio sollecitate, e a prendertene cura nel modo giusto. Poi mi è capitato anche di offrite ad altri esperienze di tocco, soprattutto “massaggi” al piede ma anche bilanciamenti con schiene, gambe. Qualcuno mi ha detto: “Hai mani di fata!”

Fortunati, allora! Trovo interessante che parli di disciplina del corpo, di cura, di amore, direi, per il corpo. Fa contrasto col modo ossessivo di occuparsene nel mondo d’oggi. Penso a tutti quegli inserti su giornali e riviste: salute, estetica, diete, cosmesi, ecc.

Scarpe-e-calze

È vero! Io invece parlo di cura e disciplina del corpo non orientate a un modello di bellezza, alla performance, ma legate a un senso molto umile del corpo: lavarsi le calze tutte le sere, lavarsi le magliette, massaggiare i piedi… Direi proprio che questa attività fisica ti mette in contatto con i bisogni essenziali: il gusto di dormire quando si è stanchi, di mangiare perché si ha fame, di bere perché si ha sete. Sono cose quasi un po’ dimenticate, perché difficilmente noi siamo così stanchi al punto di crollare nel sonno, per poi svegliarsi freschi al mattino dopo; ed è perché la stanchezza fisica viene risanata dal sonno, a differenza della stanchezza mentale.

Come dicevamo prima, è quella natura animale che viene fuori. C’è corrispondenza tra bisogni fisici corporali e loro soddisfacimento.

Sì, sì… Paradossalmente, e tutti i mistici, tutte le grandi personalità spirituali lo sanno, soprattutto nelle tradizioni orientali: la disciplina del corpo porta a un rapporto diverso con la mente.

E in che modo? Ce ne puoi parlare? C’è stato un aspetto meditativo in questo tuo incedere sulla via Francigena?

Assolutamente sì! Il cammino per me è una pratica, non intesa come pratica sportiva, ma nello stesso senso per cui si definisce “pratica” lo yoga o la meditazione. Per intenderci, un cammino intrapreso con questo spirito è di fatto una pratica meditativa, perché quello che succede è che a un certo punto la mente cambia, come ho detto prima.
Mentre cammino, a un certo punto arriva la sensazione che la mente trovi il giusto posto in relazione al corpo. Io me ne sono accorta soprattutto nel mio primissimo cammino, che è stato il più lungo che abbia mai fatto, durato 50 giorni. A un certo punto, ho proprio sentito che il corpo e la mente avevano trovato un diverso rapporto: la mente non è più così in primo piano. Potrei cercare di spiegarlo così: che mentre il corpo ritrova il proprio posto, il proprio giusto spazio, anche la mente ha la possibilità di trovare un posto più giusto, forse una sua possibilità d’integrazione. Dico “mente”, ma a quel punto davvero non sai più se stai parlando della mente, o del cuore, o del corpo! Ricordo un momento in cui camminavo e cantavo, e mi è arrivata fortissima l’emozione che forse erano i piedi che cantavano, forse era il cuore che camminava, o forse la mente… E questo per me è un segnale di integrazione.

Puoi darci ancora un altro esempio di integrazione?

Si manifesta in tanti modi, oltre a quello che ho appena detto: ecco, per esempio nel rarefarsi delle parole, nel diminuire del bisogno di raccontare l’esperienza. La sensazione che io provo è che la mente, a un certo punto, non è più avanti, non precorre l’esperienza. Mi viene da dire, molto banalmente, che la mente è nell’esperienza. Viene il giorno in cui stai camminando e ti accorgi che la mente non va più avanti dei tuoi piedi, ma è esattamente sopra i tuoi piedi. E non è una metafora, parlo in senso molto letterale! Hai la sensazione che la testa sia esattamente sopra i piedi,  non hai più bisogno di andare avanti con lo sguardo, con il pensiero. Un amico pellegrino incontrato su un cammino ha espresso bene questa esperienza dicendo: “Stai camminando ma ti senti fermo!” In senso più generale viene un po’ meno questa tendenza compulsiva a immaginare, pre-figurare, progettare, programmare… Sempre di più si è in quello che sta avvenendo, si è nel momento presente.

Mi chiedo, Maria, in che modo questa diversa modalità della mente sia in rapporto con l’uso dell’occhio. Cioè, come sta l’occhio mentre guarda il paesaggio e segue la strada? Immagino ci sia il ritmo di un’andatura e un andare dell’occhio verso il paesaggio. Ma non hai anche la sensazione che sia il paesaggio a venirti incontro? 

Sì, mi piace questa tua idea sull’occhio, perché la prima volta che ho sperimentato questa sensazione della testa integrata sui piedi di cui ho parlato, si è manifestata proprio rispetto allo sguardo, cioè mi sono accorta che, mentre camminavo, il mio sguardo non andava avanti, non anticipava. Ed è stata una grande emozione sentire questo: lo sguardo semplicemente si apre e le cose arrivano. E di nuovo, non sai se è il solo sguardo che si apre: si aprono la pelle, la mente, il cuore. E tu ricevi. Un motto che ho raccolto sul cammino dice: “Il turista visita, il pellegrino è visitato”. E’ proprio così!

Ho capito, bello! bellissima esperienza!

Sì, ovviamente nel cammino non sempre è così! Ma quando questo non avviene, quando non sei in sintonia – come si diceva all’inizio – hai il privilegio di accorgertene. Nella vita di tutti i giorni abbiamo così tanti motivi di squilibrio fuori di noi che è facile trovare qualcuno a cui attribuire la colpa! In cammino sei tu e il tuo cammino, senza costrizioni di nessun tipo (se non quelle che la tua mente si inventa…), non hai altro da fare. Se qualcosa va storto e cominciano ad accadere cose “sbagliate” spesso ti accorgi che sei tu che sei fuori posto, che hai perso di vista le cose importanti, magari sei troppo preoccupato per qualcosa.
Per esempio io, che ho un pessimo senso dell’orientamento e la preoccupazione frequente di sbagliare strada, ogni volta che ho sbagliato mi sono accorta che, certo, magari i segnali non erano perfetti, ma soprattutto ero io che non ero presente nel modo giusto.

E com’era quando sbagliavi strada? Com’era per te provare quel senso di preoccupazione?

Devo dire che in questo cammino credo di non aver mai sbagliato strada, un po’ perché la via Francigena è semplice, segnalata bene, un po’ perché camminavo nel mio Paese, per cui potevo chiedere a qualcuno… Insomma, è stato facile orientarsi. L’esperienza però mi dice, e non so se questo valga per tutti ma per me è stato così, che ogni volta che sbagliavo strada era il segno di una mia scarsa sintonia con quello che succedeva fuori: o ero distratta o chiusa nei miei pensieri o troppo preoccupata o… Insomma, qualcosa impediva un andare più fluido. Poi mi è anche successo che da un errore sono nate delle cose belle: per esempio un incontro che non avrei mai fatto sulla “retta via”! E anche questo forse ha a che fare con l’apertura alle esperienze, con l’istinto. Oppure semplicemente sbagli strada e torni indietro, ti fai qualche km in più e pazienza, paghi il prezzo della distrazione e fai tesoro dell’esperienza…

Prima parlavi della mente, di quello stato di “calma motoria” della mente. Non so se da qui possiamo anche parlare di spiritualità. Per me quest’argomento è sempre un po’ difficile da affrontare: la psiche, lo spirito, quello stato di apertura verso qualcosa che senti presente ma non è solo mente o solo corpo, è tutto quanto… A parte il fatto che ti sei fermata in punti di accoglienza che spesso sono anche luoghi di culto, come conventi e altro, come hai vissuto tu l’aspetto spirituale del cammino? È stato un pellegrinaggio per te?

Questo è un tema molto grande su cui sto riflettendo proprio in questi giorni. Mi piacerebbe scrivere qualcosa in proposito. Oggi molti “laici” camminano sulle vie di pellegrinaggio, ma i pellegrinaggi sono storicamente una pratica sacra, religiosa e non solo cristiana. Ne troviamo un po’ in tutte le religioni: ogni cultura ha le sue pratiche di cammino sacro. I pellegrinaggi sono sacri evidentemente per i luoghi che percorrono: per esempio la via Francigena porta alla tomba dell’apostolo Pietro, e attraversa città dove si conservano reliquie di Santi che attiravano a loro volta i pellegrini (e spesso questi cammini e luoghi santi sono nati su luoghi di culto preesistenti, ancora più arcaici).
Passare per luoghi santi per i credenti ha in sé un significato preciso. Ma anche un non credente trova in questi luoghi e attraverso i cammini una, come dire, “sacralità laica”. Ci sono luoghi che più di altri, anche per un non credente, sono in grado di suscitare il senso del sacro, di richiamare a quel camminare peregrinando, che non è semplicemente spostarsi, ma camminare con una precisa intenzione, che può essere spirituale, o di evoluzione personale, o una semplice pausa nella vita… Forse perché sono stati frequentati con intenzioni sacre (e forse, per i credenti, perché custoditi dai santi e dagli angeli che si incontrano nella via) questi luoghi aiutano chi cammina a ricordare la sacralità di quello che si sta facendo. Ma secondo me questa sacralità, come dicevo, appartiene già all’intenzione, ed è questo il motivo meno ovvio per cui possiamo definire sacro un pellegrinaggio: già di per sé il fatto di aver ritagliato dalla propria vita un mese da dedicare al cammino delimita un tempo che definirei sacro, un tempo in cui intenzionalmente ci si apre al non ordinario, ci si mette in cammino e quindi in ricerca e quindi in ascolto. È questa la riflessione che facevo proprio mentre ero sulla Via Francigena, percorsa da pellegrini ma anche da escursionisti e turisti: ciò che fa la differenza  sta nell’intenzione del camminare. I luoghi non sono santi solo perché lì c’è una reliquia o un convento, ma è il camminare in un certo modo, con consapevolezza e rispetto, che rende quegli stessi luoghi “santi”.  Non so se è chiaro questo discorso, forse è un po’ confuso…

No, no, credo di capirti. Vero è che per una persona laica parlare di queste cose porta con sé tante domande. Mentre spesso la persona religiosa non se le pone e non sente il bisogno di un granché da dire. Crede e basta. Non so, sarà questo un mio pregiudizio? Ma, in realtà vorrei sapere se ci sono stati dei momenti in cui hai avuto una particolare percezione di sintonia col senso del sacro. È stato durante la sosta in una chiesa o mentre osservavi un paesaggio…?

Ci sono luoghi e fatti che più di altri ti restituiscono questo senso del sacro, a volte per oggettivi motivi storici: questa cosa la si sente al massimo grado sul cammino di Santiago, ma anche sulla via Francigena ci sono molti nostri luoghi in cui si può sentire quanto siano stati luoghi di venerazione, di pratica spirituale.
In altri casi scatta una semplice sintonia personale per cui un luogo ti emoziona, ti fa venire la pelle d’oca, ti parla. La sosta in una chiesa romanica, per esempio, per me è sempre emozionante; in alcune in particolare a volte canto, quando ho la possibilità di farlo, cioè se sono sola o sicura che la presenza di altri non modifichi la mia presenza e intenzione nel canto. Ma ho avuto anche grandi emozioni in un bosco dell’Appennino, davanti a una semplice fontana di pietra… Tutti i luoghi, riprendendo il discorso di prima, sono santi se percorsi nell’ascolto, nel rispetto, con questo senso di rispondenza profonda tra il luogo che incontri e il percorso che stai facendo. È come se il passo benedicesse la terra su cui stai camminando e viceversa, la terra su cui stai camminando benedicesse il tuo passo. Questo è quello che a un certo punto ho sentito chiaramente: che una via di pellegrinaggio sia costellata di luoghi santi diventa allora una manifestazione tangibile e visibile della sacralità del percorso.

È stata una realizzazione fatta per lo più nella dimensione intima, personale, solitaria, o anche in momenti di condivisione con altri pellegrini?

È stato qualcosa di più intimo e solitario… a volte anche condiviso, ma in maniera implicita. Sul cammino incontri delle persone con cui sai che puoi condividere questo modo di sentire senza bisogno di grandi parole, sai che è così e basta. Ci sono, per esempio, persone che si occupano di ospitalità lungo il cammino: alcuni di questi incontri possono essere molto belli, ci si trova in sintonia e questo favorisce l’esperienza, anzi, la suscita. Ciò che ho detto per un luogo sacro, che è in grado di far lievitare l’esperienza, può valere anche nell’incontro con la persona che sta facendo la tua stessa esperienza o ha deciso di accompagnare la tua esperienza da “ospitaliere”.

Dimmi di più su queste persone che non camminano ma sono lì ad accogliere chi cammina: a parte la spiritualità, com’è il rapporto con loro da un punto di vista anche umano?

Ci possono essere esperienze molto diverse tra loro. Diciamo che gli incontri più belli sono con i volontari che si dedicano a questo con un vero spirito di accoglienza e consapevolezza. Penso in particolare ai luoghi gestiti dalla confraternita di San Jacopo: lì ci sono dei volontari per cui l’accoglienza ha un significato cristiano.

È dove è stato il rito del lavaggio dei piedi, di cui mi dicevi quando ci siamo incontrate?

Sì. Loro accolgono i pellegrini riprendendo questo antico rituale, non per gusto folkloristico ma per un convincimento religioso: per loro il pellegrino, lo straniero, è il prossimo per eccellenza, colui che rappresenta il Cristo che passa sulla via. Da qualche parte ho letto una frase che invitava ad aprirsi a colui che passa e s’incontra per la via, perché tu non lo sai ma potrebbe essere un angelo. Ancora una volta siamo di fronte all’espressione di un significato religioso (l’apertura all’altro, al fratello come manifestazione del divino), che però anche per il laico può essere molto pregnante. Nel cammino ti metti in una disponibilità d’animo verso la persona che incontri: non sai perché incontri proprio quella, non sai da dove viene, non sai chi è, eppure può essere molto pregnante il fatto che tu la incontri in quel preciso momento e che in quell’incontro succeda qualcosa di significativo.

Senti Maria, siamo più o meno in chiusura, ma ti voglio chiedere ancora due cose: la prima  riguarda la meta. Come è stato arrivare a Roma, dopo un mese di cammino, di paesaggi naturali, paesini, silenziose chiese romaniche, sintonie di incontri… com’è stato arrivare in quel casino di città che è Roma, che però è la meta…?

Anche quello della meta è un discorso grande da fare. Si dice che la meta non conti: la meta è quello che succede dentro di te. Sul cammino di Santiago in un negozio mi hanno dato un’immaginetta con una scritta che diceva più o meno così: ”Pellegrino non correre, tanto la meta ce l’hai dentro di te!” La meta però è anche quello che ti fa muovere al viaggio, quindi c’è anche un senso di gratitudine verso la meta. Cioè, se non ci fosse stata Roma con la tomba di San Pietro e tutto ciò che comporta, io non sarei partita da Milano per andare a Roma, anche se la mia meta non è Roma ma il cammino. Comunque, quando arrivi succedono tante cose: intanto cambia l’energia del corpo e della mente. Già qualche giorno prima comincia in qualche modo a calare l’energia e ti prepari all’arrivo, che è un processo, non è mai un momento. Ci vuole un po’ di tempo per arrivare, e in più l’arrivo a Roma dura un paio di giorni! L’ultima tappa è alla Storta, alla periferia della città, dopo di che c’è ancora un giorno intero di cammino urbano prima di arrivare. Con un’amica pellegrina con cui ho camminato gli ultimi giorni ci dicevamo: “meno male, è bello che sia così, perché abbiamo il tempo di prepararci”. Nonostante questo, una volta arrivate in Piazza S. Pietro ci siamo dette: “Non siamo ancora arrivate…”. Infatti non basta arrivare fisicamente alla meta. C’è il processo dell’andare che in qualche modo, piano piano, si placa.

Maria e Gloria al Pantheon, Roma

Maria e Gloria al Pantheon, Roma

E quando hai sentito che eri arrivata, poi com’è stato quell’altro “processo” del viaggiare sulla Frecciarossa per tornare a Milano?

Un po’ estraniante (ride). Ma in qualche modo anche normale, perché una volta arrivata, il cammino è compiuto e allora non c’è che da tornare a casa. Straniante però per il fatto di fare in tre ore, a ritroso, la strada che all’andata mi ha richiesto un mese. Straniante vedere le facce tirate delle persone ed entrare anch’io in questa dimensione in cui improvvisamente a tutti manca tempo. Sul cammino il tempo è una risorsa che abbonda; c’è tempo, c’è il tempo giusto… Ecco, una cosa importante da dire è questa: sul cammino c’è il tempo giusto, quello che gli antichi greci chiamavano kairos, il tempo opportuno per le cose. Sul cammino, hai il grande privilegio di concederti il tempo giusto!

Sarebbe anche accettabile questa nostra vita frenetica, con le sue “alte velocità”, purché sapessimo usarne anche altre di velocità: andare anche molto lentamente, per esempio. Il problema è che una volta configurato quello schema nel nostro sistema, poi è difficilissimo disporre di tutta la gamma. Se “il tempo giusto” diventa uno solo, allora siamo nei guai. Penso sia molto sano ogni tanto e periodicamente poter vivere quest’altra dimensione come quella che hai vissuto tu!

Sì, credo sia una norma igienica, nel senso lato di igiene mentale, psico-spirituale.

Se uno un mese non può concederselo, vale secondo te fare comunque tre giorni, una settimana di cammino?

Voglio spezzare una lancia in favore del tempo lungo, anche se, ovviamente, meglio una settimana o tre giorni che niente. Un’esperienza di cammino, secondo me, per essere significativa deve essere un’esperienza lunga; perché è lì che cambiano davvero le cose.

Ci credo! Senti Maria, ultima domanda: se dovessi dire tre parole chiave, che racchiudono l’essenza della tua esperienza, quali sarebbero?

Faccio una piccola premessa: ogni cammino per me rivela il suo tema, che in partenza non è mai del tutto chiaro, ma poi via via si chiarisce. Magari all’inizio è solo una domanda. Questo cammino era dall’inizio in relazione a una mia situazione di salute, per cui è stato un cammino di guarigione, una ricerca di fonti di guarigione. A un certo punto mi sono venute tre parole come ingredienti della salute e del vivere equilibrati. Sono parole che esprimono cose che ho sperimentato nel corso del cammino: il sentimento del selvatico, che ho sentito moltissimo nella natura dell’Appennino; l’esperienza della bellezza, poiché camminare in Italia offre davvero a mani larghissime questa possibilità, uno scialo di bellezza, quasi stordente, la bellezza dei dettagli, la bellezza della natura, ma anche quella degli esseri umani e delle loro infinitamente varie inflessioni dialettali… una bellezza che non so davvero come definire se non come uno scialo, una sovrabbondanza; la terza parola è amore che è il sentimento che sorge quando sei in equilibrio nel cammino. Alla fine di un cammino la parola che affiora è… grazie! Questo senso di gratitudine è il riflesso di un rapporto d’amore con l’esperienza che stai facendo, con i luoghi e le persone che incontri.

A Roma mi hai cantato un brano della Hildegard von Bingen che parlava di Carità. C’entra qualcosa con l’Amore di cui  parli, vero?

Sì, per me sono sinonimi.. In questo cammino ho portato con me alcuni canti. Uno in particolare, che ho cantato più di altri, l’ho scelto come il canto di questo mio cammino, è questo che ricordi tu e dice proprio: Caritas Habundat In Omnia (clicca per ascoltare il pezzo) la carità è l’amore che abbonda in ogni cosa. Quest’abbondanza di amore è la sostanza dell’esperienza. Questa è stata una delle chiavi, per me forse
la chiave.

Giugno 2013

La rubrica Leben in rete è a cura di Gloria Desideri

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