Intervista con Jocasta Crofts

Jocasta Crofts (IDME 2007, SME 2009) è stata intervistata da Eleonora Parrello (SME 2012) nel corso di una foto jocasta 2conversazione Skype.

Ciao Jocasta, per iniziare, cosa diresti in sintesi di te e della tua vita?

Sono una mamma single, vivo a Bristol, Regno Unito, in una casa dove abitano altre 13 persone di tutte le età, diciamo, un casa multigenerazionale. Vivo in un appartamento insieme a mio figlio e a due care amiche, mentre mio padre e la mia matrigna vivono al piano di sotto. Ho viaggiato a lungo, per circa 10 anni, ma negli ultimi tempi ho messo radici e mi sento connessa più alla comunità locale che a quella globale.

Mi dici di aver viaggiato molto, per 10 anni, ci racconti dove sei stata?

Credo di avere uno spirito gitano, sono andata in così tanti posti! Sono stata tanto in India, negli Stati Uniti, ho girato molto l’Europa, tre anni in Finlandia, un anno in Francia, e per un breve periodo in Australia e Nuova Zelanda. Di solito quando viaggio studio anche, cioè seguo delle formazioni o dei seminari… Il contatto con una comunità mi cambia sempre molto. Non sono il tipo di viaggiatrice a cui piace starsene sdraiata in spiaggia. Ma negli ultimi anni, come dicevo, sto affondando radici, sono più stabilmente a casa.

Puoi raccontarci qualcosa degli studi che hai fatto durante I tuoi viaggi?

Ecco, diciamo intanto che il punto centrale della mia vita è il corpo, il corpo fisico, anche se altrettanto importante è l’essere interiore, connesso alla dimensione spirituale… il restare in ascolto verso l’interno. Ho fatto del lavoro meraviglioso attraverso la danza, la performance, l’educazione somatica e il BMC, la meditazione, lo yoga e il bodywork. Purtroppo negli ultimi tempi non ho avuto così tanto tempo da dedicarmi a tutto ciò e poter restare in contatto con queste pratiche. Ma tutto quanto è lì sopito e all’occorrenza si manifesta istintivamente.

Puoi spiegare meglio cosa intendi quando parli del corpo fisico e dell’essere interiore?

All’incirca nel ’97 ho scoperto di amare il corpo. Inizialmente era un qualcosa di principalmente fisico che poi ho sempre più interiorizzato. Nella danza è diventato l’esplorare le qualità del solido e del morbido tra, tra l’esterno e l’interno, per così dire tra il mondo fuori e il mondo dentro. Ho iniziato a conoscere e a esplorare l’approccio somatico quando avevo trent’anni, durante un corso di danza che frequentai per tre anni in Finlandia. Il programma di quel training si basava sul BMC, per cui trascorremmo tre anni a strisciare per terra, a studiare scheletro e organi e come si muovono i bambini. Fu durante quelle lezioni di danza che cominciai a interessarmi veramente al BMC.

Mi domando se quando parli di un mondo fuori e un mondo dentro non vi sia l’eco di un qualche conflitto tra i due… In che misura la percezione di questa ‘dualità’ ha influenzato la tua ricerca attraverso i viaggi, lo studio e la pratica nella danza, nella somatica, nella meditazione?

Quando avevo vent’anni praticavo l’arte del circo e anche yoga, shiatsu, Qi Gong. Erano esperienze della vita molto diverse tra loro: da una parte il mondo dentro di me e dall’altra quello fuori e adrenalinico del circo. A quell’età in effetti credo che vivessi questi ambiti in conflitto tra loro. Ma poi, quando iniziai a praticare danza, educazione somatica e BMC, il corpo fisico divenne sempre più integrato grazie al dialogo tra il mio interno e l’esterno. Cominciai allora a sentire sempre più armonia, meno tensione. Poi, più tardi, quando andai in India, mi si aprì davanti ancora un’altra dimensione. In India all’inizio studiavo yoga, ma non era lo yoga in sé che mi toccava. Vissi a lungo in un ashram della comunità di Osho. Quello che mi attraeva profondamente erano i rituali e le danze che si praticavano, perché avevano qualcosa di molto spirituale. La danza e i rituali sono cose che amo molto, sono importanti per me. Credo di avere sempre avuto il senso della spiritualità. Nell’ashram sperimentai diverse tecniche di meditazione, ma soprattutto feci esperienza del fatto che qualunque cosa può essere una meditazione: mangiare, lavare i piatti, ridere, danzare, urlare – sì, qualunque cosa può essere una meditazione. Questo fece realmente scattare qualcosa dentro di me. Nell’ashram in realtà ci veniva spiegato che noi non siamo il nostro corpo, non siamo la nostra mente né il nostro corpo fisico. All’epoca era molto difficile per me capire questo concetto perché ero innamorata proprio del poter essere nel corpo. Amavo tutto il lavoro corporeo, la somatica, e non volevo non essere nel corpo! Poi però riuscii a integrare l’esperienza, e capii che non essere nel corpo significava piuttosto essere connessi ancora più profondamente al corpo stesso, amarlo, lavorarci, e grazie al fatto di ESSERE nel corpo, vivere le esperienze della vita in modo ancora più profondo. Fu un viaggio molto interessante. La parola embodiment, come ci piace usarla in BMC, oggi per me significa questo: quanto più sono nel corpo, cioè consapevole e radicata nella vita fisica che conduco, tanto più mi sento in connessione con lo spirito. Più mi connetto alla terra, al suolo e al corpo e più mi sento connessa interiormente.

Ecco dunque che la parola embodiment ci porta al BMC: dicevi di aver incontrato quest’approccio durante la tua formazione di danza?

Sì, quando avevo trent’anni. Tutti i miei corsi di danza all’epoca erano basati sul BMC.

E quando decidesti di seguire il programma di studio SME?

Studiavo danza in Finlandia, e dopo solo qualche lezione di BMC capii che avrei voluto saperne di più. Così trovai in biblioteca “Sensing Feeling and Action” [“Sensazione, emozione, azione” di Bonnie Bainbridge Cohen, SomaticaEdizioni 2011] e passai l’inverno a leggerlo! Poi decisi che allo scadere dei tre anni del training che stavo facendo, avrei studiato BMC. Così è stato: un anno dopo la fine della scuola di danza iniziai il programma BMC negli Stati Uniti. Alcuni anni dopo, ho frequentato il programma IDME in Italia.

Nel frattempo continuavi a viaggiare da un posto all’altro?

Per circa 2 o 3 anni ho danzato spostandomi tra gli Stati Uniti, l’India e l’Inghilterra, ma sono stata soprattutto in India. In quel periodo mi dedicavo alla pratica spirituale e studiavo BMC, Il che mi dava un gran senso di radicamento. In quei 3 anni mi sentivo completamente trasportata in un altra dimensione: non sapevo più come mi chiamavo, non sapevo cosa stava succedendo. In un certo senso, attraverso le nuove esperienze che facevo, stavo ricostruendo completamente me stessa. Nancy Stark Smith, la “progenitrice” della Contact Improvisation, ha denominato “vuoto” quella dimensione spaziale in cui non sai dove ti trovi. Il vuoto è quando sei totalmente disorientato. Il bello è che, se sai di essere nel vuoto, allora puoi restarci e affrontarlo. Ecco, in quei tre anni io mi sentivo così, come nel vuoto: mi arrivavano così tante nuove informazioni che non potevo andare avanti, dovevo solo assorbirle, lasciarle sedimentare e così ricostruire me stessa. Poi arrivò il tempo della trasformazione, e arrivò al momento giusto. Fu un periodo meraviglioso e spaventoso allo stesso tempo, la vita ricominciò a fluire lentamente e a prendere una nuova forma. All’epoca avevo circa 37-38 anni.

Dici che il BMC e le tue esperienze in giro per il mondo, specialmente quelle fatte in India, hanno contribuito al tuo processo di radicamento e di crescita: c’è un terreno comune tra la meditazione, la spiritualità e il BMC?

Quello che amo del BMC è che è possibile applicarlo praticamente a tutto, perché si fonda sul corpo e sull’esperienza personale. Mi piace anche il fatto che il BMC non mi dice cosa devo fare o chi devo essere. Bonnie dice spesso “Io sento questo, tu cosa senti?”. Apprezzo il fatto che la fondatrice del BMC non dica mai “è così”. BMC non ha copyright, dà valore all’esperienza individuale di ciascuno nella vita. Mi sono sempre sentita al sicuro col BMC, perché è nel mio corpo. Qualunque esperienza può essere tradotta nel corpo e il corpo non mente mai. Può essere confuso, ma non è mentitore. Devo dire che BMC mi ha veramente aiutato a integrare tutte le esperienze che mi si erano stratificate nel corpo.

Ci diresti qualcosa di tuo figlio, Indra? E’ nato prematuramente, giusto? Immagino che l’esperienza della nascita di Indra abbia rappresentato un momento molto difficile e impegnativo per te…

Quando ero incinta sentivo di essere una sorta di tramite, come se dal cielo si canalizzassero attraverso di me degli insegnamenti, dei messaggi da registrare. Quando poi Indra è nato, anche se era in anticipo di 3 mesi (pesava circa 1kg), avevo molta fiducia in quello che stava accadendo. In un certo senso avevo fiducia che dovesse andare così, che io dovessi affidarmi a questa danza tra lo spirito, ovvero il disegno più grande, e la materia, cioè il corpo.
Ricordo che subito dopo la nascita di Indra una delle infermiere dell’ospedale mi chiese “come fa a essere così calma e felice?” e si domandava se dipendesse dal fatto che io pratico meditazione. In effetti era così: ho vissuto quel periodo in ospedale come una lunga meditazione, basata sul rimanere presente, sul sentire l’amore, non sapere cosa sarebbe avvenuto in seguito. Tutto ciò mi è stato di grande aiuto. Ma anche il BMC mi ha aiutato tanto.

In che modo il BMC ti ha aiutato in quel frangente?

Indra era in incubatrice. Io lo guardavo e sapevo che il suo corpo sarebbe dovuto stare in flessione totale, appallottolato, come se fosse ancora nel mio grembo. Ma questo non avveniva. Io conosco il valore della flessione, della compressione. L’ho sperimentata tanto nella danza, e so che mi porta a un maggior senso di me stessa, mi dà consapevolezza dell’essere nello spazio. Una buona compressione mi radica e mi fa sentir bene. Mi rendevo conto che Indra non stava avendo la possibilità di vivere quell’esperienza. Sapevo che comprimere gli organi stimola il sistema nervoso parasimpatico, che aiuta a calmarci. Lui invece era lì in ospedale, con luci abbaglianti, rumore, macchinari e un sacco di gente intorno che gli faceva di tutto. Si trovava in una condizione di dolore costante, con il corpo in una posizione di estensione estrema, gli arti allungati. Il suo sistema nervoso era sotto shock, nella paura. La cosa migliore che potevo fare era aiutarlo a stare il più possibile dentro se stesso, ricurvo in flessione. Così feci un esperimento con il primo dei pattern neurologici di base: la vibrazione. Volevo aiutarlo a ritrovare l’esperienza della vibrazione, come se lui fosse ancora nella mia pancia. Provai a far risuonare la vibrazione della mia voce nel suo corpo, cantando in armonia e al ritmo dei suoni prodotti dai macchinari nella stanza, poiché in un certo senso l’incubatrice, le infermiere e le macchine per lui erano come un grembo. Non era più nel mio, ma esisteva un grembo artificiale che lo conteneva. Così cercai di creare un ambiente il più possibile simile a quello del grembo materno, nonostante il dolore, gli aghi e tutte le procedure che lo tenevano in vita. Cercavo di aiutarlo il più possibile a stare dentro se stesso. Ogni giorno lo tenevo in braccio. In ospedale incoraggiano il contatto e le coccole, e quando lui riposava sul mio corpo tornavamo finalmente ad essere come un tutt’uno. Non lo toccavo molto né gli parlavo gran che, cercavo semplicemente di farlo riposare sul mio corpo lasciando che si stabilisse questa fusione tra noi, per tornare a sentirci connessi l’una con l’altro. I primi pattern neurologici di base mi furono di grande sostegno, e li usavo più che potevo. Tutto questo supporto veniva dalla mia esperienza di vita. Penso invece che molti genitori nella stessa situazione non sappiano davvero cosa fare e vivano un senso di grande frustrazione, sentendosi perduti.

Ho capito bene, potevi quindi toccarlo, avere un contatto corporeo con lui?

Si, a volte me lo tenevo addosso, stabilendo un contatto a pelle oppure attraverso i vestiti. Era così piccolo che i suoi piedini sparivano dentro il mio reggiseno, spesso lo tenevo proprio qui [mi mostra la zona dello sterno]. Quando Indra aveva appena due giorni, mi capitò un’esperienza molto forte. Era stato operato perché aveva una piccola perforazione all’intestino. Dopo l’operazione era stato intubato dalla gola perché continuasse a respirare. Aveva così tanto dolore che continuava a inarcarsi cercando di liberarsi dal tubo. Era sotto shock, per via della nascita, degli aghi e di tutto quello che avevano dovuto fargli durante l’operazione. Così, io a un certo punto gli misi una mano sotto la testa e una sotto la zona pelvica, come quando si ascolta il ritmo craniosacrale. Rimasi così per circa un’ora, lasciando che lui si riposasse profondamente nelle mie mani. Per almeno 40 minuti sembrava che non sarebbe mai riuscito a rilassarsi, poi finalmente qualcosa in lui si sciolse e, nonostante il suo corpo non arrivò a flettersi, riuscì a trovare una posizione con la schiena allungata invece che inarcata. Fu molto importante per me sentire che attraverso le mie mani Indra era riuscito a rilassarsi e a lasciare andare qualcosa. Se riuscii ad aiutarlo, lo devo al mio training in BMC, che mi ha dato la consapevolezza di poter offrire a Indra tutta la mia presenza, in qualunque situazione lui fosse, e la possibilità di lasciarsi andare e riposare. Tutt’ora, quando Indra si agita eccessivamente ed è necessario calmare il suo sistema nervoso sovrastimolato, io lo aiuto così.

E’ molto emozionante ascoltare tutto questo… mi torna in mente quello che hai detto all’inizio, riguardo a un esterno e un interno… in un certo senso tu sei stata testimone del processo di sviluppo di tuo figlio, osservandolo dall’esterno, restando però costantemente connessa a lui dall’interno… non posso immaginare come una madre che abbia meno conoscenze e meno strumenti possa affrontare una situazione così difficile, con quale sostegno per lei e il bimbo prematuro… penso debba essere davvero…

…terribile!! In effetti, in un certo senso credo di essere stata la madre perfetta per Indra: tutto quello che avevo imparato nella vita era lì a darmi sostegno, proprio per lui in quel momento. È incredibile: tutte le mie capacità e le mie forze si sono concentrate. Tutto quello che Indra stava vivendo era terribile, ma allo stesso tempo mi rendevo conto che dono del cielo fosse il fatto di avere a disposizione il massimo delle mie forze per poterlo aiutare! Mi sento male quando penso ai genitori di bambini prematuri. Vorrei scrivere un libro, per cercare di aiutarli. Nel periodo in cui stavo in ospedale tenevo un diario, tutti i giorni, e ho fatto anche moltissime foto, tutto il tempo.

Si, credo proprio che dovresti realizzarlo!

Si, in effetti è proprio qualcosa che voglio fare. Sono contenta di poterne parlare con te, perché così posso tirare un po’ fuori quello che ho vissuto, quantomeno un pochino…

… penso sinceramente che dovresti scrivere di questa tua esperienza e mi domando se, scrivendone, tu non possa anche portare la tua conoscenza ed esperienza in ambito BMC in un contesto di lavoro con persone che potrebbero veramente avere bisogno del tuo aiuto.

Beh, al momento lavoro con mamme e bambini, e propongo il lavoro IDME. Propongo molto spesso questi argomenti, anche se i bambini con cui lavoro non sono prematuri. E’ abbastanza difficile entrare in contatto con bambini prematuri: sono protetti e tenuti in isolamento negli ospedali, nessuno può far loro visita, a parte i genitori e i parenti più stretti. Piuttosto, mi piacerebbe raccontare la mia esperienza ad altre persone che studiano BMC: nel caso venissero a contatto con bambini che hanno bisogno di aiuto, potrebbe essere utile che sapessero della mia storia.

Quanti anni ha tuo figlio adesso, e come sta?

Ora ha due anni. Sta bene, è molto attivo fisicamente. Il suo sistema nervoso è un po’ iperteso, ma io so come aiutarlo a riequilibrarsi. E’ un bambino adorabile, molto sensibile. Dato che siamo stati separati alla nascita, considerando quanto sia fondamentale la vicinanza al proprio bimbo per poter sviluppare un sano attaccamento, negli ultimi due anni gli sono stata molto vicino, anche dopo il periodo in ospedale. Ora credo che abbiamo un ottimo legame. Lui è felice, ed è anche indipendente quando si sente al sicuro. Mi pare che se la stia cavando benone!
C’è solo una cosa che mi preoccupa: il cibo. Indra non mangia molto. Penso che dipenda dal periodo in ospedale, da tutti quei tubi che gli hanno messo in gola. Non gli è stato possibile sviluppare la capacità di dire si o no a ciò che gli accadeva nel corpo, di scegliere ed stabilire dei sani confini. Non vuole mangiare e fatica a concedersi un buon nutrimento. È una cosa che mi spaventa un po’, anche se so che ogni madre si preoccupa se il proprio figlio non mangia abbastanza. Per questo cerco di aiutarlo a equilibrare il suo sistema nervoso, a far sì che il mangiare possa diventare un’esperienza piacevole. A volte lo allatto ancora, per dargli del nutrimento in più.

Sei una mamma single, vivi in una comunità che ti sostiene. Cosa mi dici del tuo lavoro, cosa fai esattamente?

Insegno BMC – IDME, e lavoro con genitori e bambini insieme.

Dove?

In un centro privato per l’infanzia e la maternità. A casa offro sessioni di massaggio indiano.

Nel centro in cui lavori hai mai parlato della tua esperienza in ospedale, del tuo bimbo prematuro, e dell’intenzione di scriverne un libro?

Beh, sto aspettando di prendermi più spazio, più distanza dall’accaduto.

Danzi ancora?

Si, danzo. Ho sempre danzato durante la gravidanza e lo faccio tutt’ora che sono mamma. Ma non così tanto. Insegno danza e Contact Improvisation. Spesso porto Indra con me allo studio, così può gironzolare e danzare anche lui.

Viene con te anche durante le tue classi BMC con genitori e bambini?

No, perché distrarrebbe troppo la mia attenzione dal lavoro.

Beh, considerando che sei una mamma single, fai moltissime cose! Usi il BMC anche nelle tue lezioni di contact?

Oh, certamente! Tutto quello che faccio si fonda sul BMC. Per me è come la terra sotto i piedi.

Penso che la scrittura aiuti molto a integrare ed elaborare le esperienze. Alle volte quello che ne esce è davvero sorprendente… Spero quindi che inizierai a scrivere il tuo libro e inaugurerai una nuova fase nella tua evoluzione…

Grazie. In effetti, dopo l’esperienza in ospedale, per un anno ho avuto bisogno di spazio, poi l’anno successivo il mio corpo ha cominciato a soffrire per la mancanza di esercizio fisico. Ma adesso sto meglio, mi sento più centrata e credo di avere fatto abbastanza spazio dentro di me per essere attiva. Come ti dicevo, mi piacerebbe prima condividere la mia esperienza con altri educatori e allievi IDME, perché penso così di poterla scaricare dal mio sistema e lasciarla fluire… Direi che tutto questo che mi è capitato è, in un certo senso, una specie di dono dell’universo. Mi sento un po’ come un tramite, disposta alla condivisione.

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Marzo 2013
La rubrica Leben in rete è a cura di Gloria Desideri
Intervista: Eleonora Parrello
Traduzione in inglese: Eleonora Parrello
Editing: Gloria Desideri

Jocasta Crofts (IDME 2007, SME 2009) was interviewed by Eleonora Parrello (SME 2012) during a Skype meeting.
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Hi Jocasta, to begin with, what would you say about yourself and your life?

I am a single mum, I live in Bristol, UK, in a community, a house with 13 other people, of all ages, it’s multigenerational. My father and step mother live downstairs and I live in my apartment with two very good girl friends and with my son. I’ve done a lot of travelling for 10 years and now I’m more rooting and connecting to the community-the local community rather than the global one.

You said you’ve been travelling for 10 years, where about?

I think I have a gipsy spirit, I’ve travelled so many places! I’ve been to India a lot, I’ve been to the States, a lot around Europe, I spent three years in Finland, a year in France, I’ve been in Australia and New Zealand a little bit. Generally, when I travel I study, I do training courses or workshops… living in communities, that changes me a lot. I’m not the kind of hanging-out-lying-on-the-beach traveler. But in the last few years I’m becoming more stable, rooting at home.

You said that during your travelling you did study, can you say something more about it?

Well, the core for me in my life is the body, the physical body, but also the inner being, as a spiritual connection… or just a listening inside. I did amazing work through dance, through performance, through somatic exploration and BMC, meditation, yoga and body work. Unfortunately recently I haven’t had much time for being connected with all this, but everything is sleeping underneath and is coming out through my instinct and through necessity.

Can you explain better what you mean when you talk about the physical body and the inner being?

I think that around ‘97 I discovered that I love the body, and at first it was something more physical, then it became more internal, and in dancing it grew into an exploration between the hard and the soft, the external and the internal, so in a way the outside world and the inner world.

In my 30’s I started to really explore the somatic field through a dance training that I did in Finland, it was three years long. The base line in that training was in BMC, and we spent three years crawling on the floor and learning about our skeleton and organs, and also about how babies move. Somehow I got very interested in BMC through these dance classes.

I wonder whether talking about an outside world and an inner world has an echo of a conflict between the two… So how did the perception of this ‘duality’ influence your research through travelling and through your studies and practice in dance, somatic, meditation?

In my twenties I did a lot of circus and also a lot of yoga, shiatsu, Qi Gong and they were very opposite experiences of life – the inner world and the external adrenalized world of circus. In my twenties I would say that the inner and the external world were in conflict but when I started to practice dance, somatics, BMC, the physical body became very integrated through the dialogue between the inside and outside, and there was much more harmony, much less tension. Later, when I went to India, another dimension came in. I did study yoga there at first, but it was not really the yoga that touched me. I was in an ashram, an Osho ashram, for a long time, and what attracted me were the celebrations and dancing there because they were very spiritual. Dance and celebration are things I love, they are very important for me. I’ve always felt a sense of spirituality. Thorough the ashram I experienced many kinds of meditations, and that everything could be a meditation: eating your food, washing up, laughing and dancing, shouting – anything can be a meditation. That really shifted something inside me. The interesting part was that in the ashram they talked about the fact that we are not our body, we are not our mind, we are not the physical body. At the time for me it was hard to understand because I was in love with being my body, I loved all the body work, the somatics, and I didn’t want not to be my body! But then I somehow integrated the experience: not being the body but being more deeply connected to the body, loving the body, working through it and having deeper experiences of life really BEING in my body.

That was a very interesting journey. Now this word we like in BMC, ‘embodiment’, for me that means that the more in the body I am, which means really being aware or just to be very grounded at living life, the physical life, the more I feel in contact with the spirit. The more I connect with the earth, the ground and the body, the more I feel connected inside.

So, yes, the word embodiment brings us to BMC: when did you meet this approach, was it during your dance training?

Yes, it was in my thirties. All my dance courses at the time were based on BMC.

And how did you choose to follow the SME training program?

As soon as I did a few BMC classes, in my dance training, I knew I wanted to know more, so I got ‘Sensing Feeling and Action’ from the Library and spent the first winter just reading it! Later I decided when I finished the three years that I would go and study BMC, so a year after I finished my dance training, I started my BMC training in the States. Then I did my IDME training in Italy.

And in the meantime you were still travelling around, back and forth?

I kind of danced between the States, India and a little bit of England, for about 2 or 3 years, but I was mainly in India. In that period I had all this spiritual practice going on and also the BMC study, which was grounding me and it was very deep. For those 3 years, I felt like I was completely taken apart, I didn’t know what my name was, I didn’t know what was going on, I was completely reconstructing myself somehow through these experiences. Nancy Stark Smith, the grandmother of Contact Improvisation, named the place where you don’t know where you are “the gap”. The gap is when you are totally disorientated, but if you know that you are in the gap, you can hang out there and deal with it. During those three years I felt like that, like I was in a gap, when there is so much new information coming in and I couldn’t go forward, I just had to absorb and let it settle and reconstruct myself, and then something changed when it was the right time. It was an amazing and scary time and then life started slowly to move on again with a new form. That was about when I was 37-38.

You say that BMC and all your experiences around the world, especially in India, contributed to your grounding and growing process: is there a common ground in your path through meditation, spirituality and BMC?

What I love in BMC is that you can apply it to almost everything, because it’s based in the body and in your experience, and I love the fact that BMC is not telling me what to do or to be. Bonnie always says: “I feel this, what do you feel?” I love the fact that the main teacher is still not saying: “it’s like this”. It’s not copyrighted, it gives value to everyone’s individual experience of life. I’ve always felt very safe in BMC because it’s in my body. Any experience can be translated into the body and the body doesn’t really lie to me, it can be confused but it’s not really lying. So I think that BMC helped me to integrate all the experiences that were packed into my body.

Would you tell us something about your little boy Indra? He was a premature baby, right? I guess that all that you experienced after Indra’s birth must have been a very hard and challenging moment for you…

Being pregnant I felt very much like a channel, through heaven were coming teachings or “downloads”. So, somehow when he was born, even though he was 3 months early (he was about 1 kg), I had a lot of trust in what was happening. Somehow I trusted that it was meant to be, I trusted in the dance between the spirit, or the bigger picture, and the physical.

I remember, just after Indra’s early birth, one of the consultants in the hospital was asking me “how is it that you seem so happy and calm”, he was wondering if it was because of the meditation. And it was. I actually took the hospital as a long meditation in presence and love, in not knowing what would follow next, and that was very helpful. But also BMC supported me a lot.

In which way did BMC support you?

Indra was in an incubator, and I knew that he should be in flexion, as a small ball, like as if he was still in my belly, and he wasn’t. I know the value of flexion, compression. I’ve experienced it a lot in my dance, and that is what gives me a sense of myself, awareness in space. A good squashing really grounds me and makes me feel happy, and I knew that Indra wasn’t going to get any of that. I knew that squashing the organs can stimulate the parasympathetic nervous system, which is the thing that can calm you down. He was in the hospital with bright lights, very noisy, with machines and people around doing things of all kinds to him. He was in constant pain and was in this body position where he was over extended with his limbs over streached. He was in shock and fear in his nervous system. I knew that the best thing I could do was to help him to stay as much as possible inside himself, curled around his own belly, in flexion. So, I experimented with the very basic developmental pattern, which is vibration. I wanted to support him back into the state of vibration as if he would have been in my belly. I tried to sing the vibration into him, singing in tune and rhythm with the machines in the room. In a way that incubator, the nurses and the machines were like a womb for him. Because he wasn’t in my womb anymore, there had to be an artificial womb for him. I wanted to create a womb-like environment despite all the pain, all the needles and all the procedures that were keeping him alive. I wanted to to help him find the way back inside him self as much as possible, and everyday I tried to hold him. In the hospital they actually encourage cuddling time, so he could rest on my body and we could be one again. I didn’t really touch him a lot or talk to him, I just tried to let him lie on me and letting him melt into me, connected again to me. The very basic developmental patterns were quite a support, and I stayed with them as much as I could. This was all support I had from my life experience, and I think that a lot of parents in the same situation don’t know what to do and feel very frustrated and helpless.

So did I understand well, could you really get in touch with him, having him in contact with your body?

Yes, he lay upon me, skin to skin, or clothed. He was so small that his feet would be tucked into my bra, often he could sit just here (she shows me her sternum). One thing that was really powerful for me was when he was two days old. He had had an operation because had a little hole in his intestines. After the operation he had to have a pipe down his throat to make sure he kept on breathing, it was very uncomfortable for him so and he was arching a lot trying to pull away from the pipe. He was also in shock, because of the birth, all the needles and everything they had to put inside him for the operation. So, I put my hand underneath him, under his head and pelvis, and just like when you listen to the craniosacral rhythm, and I stayed like that for about an hour, letting him relax deeply into my hands. For about 40 minutes he couldn’t relax and finally something melted in him, and even if his body didn’t come into flexion, at least he came to a straight back, rather than an arched one. Through my hands, he could really relax and let go, and for me that was really important. Being able to do that came from my BMC training, being able to stay present, to just be with him, wherever he was at, to offer him something so that he could finally let go and rest. Even now I help him in this way when he gets too hyper, because his nervous system is quite stimulated and he needs to calm down.

This is all very moving to hear, and It makes me think about what you said at the very beginning, about the outside and the inside… Because in a way you have been witnessing the developmental process of your baby from the outside, but constantly being connected with him from the inside… I can’t imagine how a mother, with maybe less elements or knowledge, could manage to support herself and her premature baby in such a hard process… I think it can be really…

… awful!! In a way, I think that I was the right mother for Indra, because everything I had ever learned in my life supported my being there for him, in that moment. It was incredible for me: all my skills and powers came together. It was terrible that he was going through so much pain, but I found that it was a gift from heaven that I came into my power to support him as much as possible. I do really feel very bad for a lot of parents. I really want to write some sort of helpful booklet. When I was in hospital, I kept a journal everyday and I took lots of photos all the time.

Yes, maybe you should really do it!

Yes, it’s something I want to do. I’m actually really happy to talk to you, because talking about this experience, in a way, brings it out of me, a little bit out…

… I think you should really write about this experience and I’m wondering whether it could be also a way to integrate your BMC knowledge and experience in a working field with people that might need your help.

Well, currently I’m working with mothers and babies, doing IDME work. I teach a lot around these topics, but these babies are not premature babies. You know it’s quite hard to get to work with premature babies. They are totally protected and kept in isolation in the hospitals, no one is allowed to visit them except for the families and close friends. I would like to visit during the IDME courses and share all my experience with BMC students, because they might meet more babies and be able to help them after hearing my story.

How old is your boy now, and is he fine?

Now he’s two. He is fine, very active and physical. His nervous system is quite highly set, but I know how to help him to re-balance. He is quite sensitive, really a lovely guy. Having had all this training, about staying close to your baby if you have been separated at birth, because otherwise you miss the bonding, I’ve kept myself very close to my child in the last two years, not just in the hospital. And now I feel we have a very good bond. He is happy, and he is also very independent when he feels safe. In my experience I think he’s doing pretty well!

There is only one aspect which makes me anxious: feeding. Indra is not a very good eater. I think it’s really coming from the period in the hospital, having had all the pipes put down the throat, it made him lose his choice to say yes or no to what happened to him or what came into his body, to make choices and be clear in his boundaries. He doesn’t really want to eat that much and he finds it very hard to allow in good nourishment. That can be a bit scary, and for sure every mother worries if her child is not eating enough. So, I try to help him to stay balanced in his nervous system and make sure that he can develop an experience of enjoying the food. We’re still breast feeding to give him some extra nourishment.

As a single mother, you live in a community that supports you and give you some help. So what about your work, what do you do exactly?

I teach BMC-IDME work, working with parents and children together.

Where does it happen?

I work in a private baby and pregnancy center, I also give Indian massage at home.

In the pregnancy center where you work, have you ever talked about your experience in the hospital with your premature child and about the intention to write some kind of booklet about it?

Well I am waiting to have space and more distance.

Do you still dance?

Yes, I dance, and have danced all the way through my pregnancy and motherhood. But not so much now. I teach dance and Contact Improvisation, and I take Indra a lot to the studio with me, to be around and in the dance.

Does he also come with you during your BMC classes with parents and children?

No, he would draw my attention away from my work too much.

So, considering that you are a single mum, you do a lot of things! Do you use any BMC work during your contact classes?

Oh yes, everything in my work is based on BMC, it’s like the ground now for me.

I am thinking that writing is a very good way to integrate and process experiences. Sometimes what comes out can be really surprising so… I really hope that you will start writing your booklet, to open up a new phase in your evolution…

Thank you. You know the first year I needed more space from the experience of the hospital, the second year my body was hurting so much for not getting much exercise, but now I am more balanced and I think I have space enough inside myself to do that. You know I would love to share my experience with IDME people because that would help me to make it flow out of my system… in a way, I would say, all this experience for me it’s really like a gift from the universe. I feel more like a channel, willing to share.

foto-jocasta-1February 2013
Leben Network is curated by Gloria Desideri
This month interview by Eleonora Parrello
Editing by Gloria Desideri