Intervista con Annarita Raffi and Paola Rubatta

5160059-grande-elefante_primaE: Buongiorno Paola Rubatta, buongiorno Annarita Raffi, vi chiedo di presentarvi e dirci di che cosa vi occupate.

A.R.- Io, Annarita, sono psichiatra psicoterapeuta, psicologa clinica, counselor a indirizzo Voice Dialogue ed educatrice in movimento somatico, lavoro con sedute individuali e di gruppo. Vivo e lavoro a Bologna dove esercito la professione di psicoterapeuta dal ’95.

P.R.- Io, Paola, sono psichiatra e psicoterapeuta sistemico relazionale. Lavoro con adulti e adolescenti, in sedute individuali e/o familiari e con gruppi. Vivo anch’io a Bologna, ma attualmente divido il mio tempo tra la mia città e Cagliari. Esercito la mia professione dal 2000.

E: Come siete venute a conoscenza dell’approccio BMC?

P.R.- Annarita mi aveva consigliato un seminario tenuto a Bologna da Gloria Desideri, a cui però non mi fu possibile partecipare. In seguito, ho iniziato a frequentare i primi corsi di formazione a Tuscania, spinta dalla curiosità e dalla voglia di fare qualcosa di nuovo che mi portasse a dare più spazio nel mio lavoro alla consapevolezza corporea.
A.R.- Già, il mio incontro col BMC è stato tramite quel seminario tenuto da Gloria a Bologna. L’aveva organizzato la mia insegnante di danza orientale, Maria Martinez, che poi ha anche lei seguito la formazione SME e si è diplomata quest’anno. Paola ed io ci siamo diplomate entrambe nel 2009.

E: Qual è il target di riferimento per il vostro lavoro di psicoterapia?

A.R.- Adulti. Per le sedute individuali da me vengono persone che hanno disturbi del comportamento alimentare, disturbi d’ansia o depressione, o ancora persone con problemi relazionali. I gruppi sono invece seguiti da persone che vogliono approfondire la conoscenza di sé anche attraverso il lavoro corporeo.
P.R.- Io lavoro con adulti e adolescenti, coppie e famiglie. Come target direi che coincide più o meno con quello di Annarita.
E: Attraverso quale canale arrivano da voi le persone? Pubblicità, passa parola …
P.R. Per lo più sono i colleghi che ci inviano le persone.
A.R. Sì, e poi anche il passaparola di pazienti.
E: Che cosa ha significato per voi, in quanto colleghe e amiche, condividere il percorso BMC, confrontarvi e sostenervi nell’integrare questo approccio nella vostra vita e nella vostra professione?
P.R.- Annarita ed io ci siamo incontrate durante la scuola di specializzazione in psichiatria. Quindi, venivamo da una formazione strutturata e molto centrata sulle competenze cognitive, peraltro necessarie nel nostro lavoro. Negli anni successivi ci ha accomunato la ricerca di nuovi modi, più creativi e meno patologizzanti, per aiutare le persone e quindi, automaticamente, aiutare noi stesse. Evidentemente entrambe ci sentivamo un po’ strette nelle definizioni di sofferenza, malattia ecc. date dalla medicina ufficiale. Abbiamo frequentato insieme anche la formazione in Voice Dialogue e attualmente conduciamo la lezione di psicopatologia prevista all’interno di questo percorso… Ovviamente si tratta di una lezione in cui usiamo musiche e movimento… Io ho anche frequentato vari corsi sull’uso del disegno e dell’acquarello come mezzo di cura. Conoscere Annarita mi ha aiutato a trovare il coraggio per “lanciarmi” in questi nuovi mondi, non proprio convenzionali, e per convincermi che si potevano integrare nel nostro lavoro.
A.R.- Per me è stato importante condividere con Paola i percorsi esperienziali che completavano la nostra formazione accademica, più intellettuale: ho trovato un’amica e un’interlocutrice con cui poter scambiare e riflettere anche su come portare le nostre esperienze nel lavoro che svolgiamo.
E: Pensate che il BMC abbia arricchito le vostre rispettive professioni? Se sì, in che modo?
A.R.- Nelle terapie cognitivo comportamentali il BMC mi è stato molto utile per facilitare l’espressione e la consapevolezza corporea. Ma prima di tutto, sono cambiata io! Ho maggiore consapevolezza del mio corpo ed è cambiato il mio approccio: accolgo le persone in modo più “fisico”, sono più percettiva e più predisposta ad entrare in empatia, ho più possibilità di sentire come sto io nelle situazioni…
E: Paola, e per te?
P.R.- In questa formazione ho sperimentato nella pratica cose fino ad allora apprese esclusivamente a livello mentale, com’era stato nella mia formazione “ufficiale”, e ho scoperto nuove cose di me. Oggi sento di avere una maggiore “empatia corporea”, nel senso che sento di mettermi in gioco nella relazione non solo con la testa ma anche con il corpo. Mi sono resa conto che nelle sedute uso molte immagini e similitudini che mettono insieme il nostro “sentire” e il nostro “stare nel corpo”. Un’altra grande acquisizione, per me, è stata la maggiore consapevolezza che ho ora delle transizioni, dei passaggi da un ritmo all’altro, o da uno stato d’animo all’altro.

E: Paola, accennavi al fatto di usare delle similitudini nelle tue sedute di psicoterapia. Puoi darcene un’idea?

P.R.- Sì, prendiamo ad esempio i principi dello yield e del push come modalità d’azione: uso queste esperienze corporee per analizzare e comprendere come ci si relaziona al mondo, agli altri: come si aderisce (yield) alle situazioni o come ci si spinge via (push) da qualcosa; come si portano gli oggetti nel proprio spazio personale o come si allontanano. Uso anche molto tutte le immagini legate all’uso dei nostri sensi e delle nostre capacità percettive (come si tocca o come si è toccati, come si guarda o come si è guardati). Trovo tutto questo molto utile per accompagnare delle persone il cui rapporto col mondo ha subìto un blocco a causa di una malattia, di un lutto, di una difficoltà.Annarita, un tuo esempio su come usi il BMC nelle tue sedute?

A.R.- Provo a spiegarmi riferendomi a un caso specifico: una mia cliente con problemi di anoressia ha paura di soffocare quando mangia. Con lei lavoro con esercizi di somatizzazione: cioè guido la sua attenzione chiedendole di sentire la parte alta del tubo digerente, le parti morbide interne; oppure le chiedo di colorare dei disegni anatomici della bocca e della gola. Queste pratiche l’aiutano anche quando deve affrontare dei cibi che le fanno paura.

E: In quali spazi svolgete gli incontri? Avete un vostro studio o utilizzate altre strutture?

A.R.- Ho uno studio privato e i pazienti vengono da me a studio.
P.R.- Anche i miei pazienti vengono a studio da me. A volte, faccio visite domiciliari.

E: L’esperienza BMC ha influenzato il vostro setting di lavoro?

P.R.- Certamente. Negli anni ho preso a muovermi sempre di più con il paziente durante le sedute. Utilizzo molto anche il disegno e la scrittura. Quindi oltre a due poltroncine per parlare, nel mio studio, ci sono anche tavolo e sedie. Purtroppo lo spazio vuoto è poco, perché la stanza è piccola, ma ovviamente cerco di sfruttarlo al meglio ogni volta che c’è bisogno di alzarsi e muoversi.
A.R.- Sì, anche per me il setting si è trasformato: ora lavoro con le persone a terra, seduti su una stuoia o su un seggiolino basso, e siamo a piedi scalzi. Il seggiolino è comodo da spostare se la persona ha voglia di sdraiarsi a terra.

E: Qual è la forma d’espressione corporea che usate maggiormente?

P.R.- Varie tecniche di rilassamento, le somatizzazioni e, come dicevo, il disegno. Il disegno coinvolge molto i pazienti. Coi gruppi, più il movimento.
A.R.- Io lavoro maggiormente con la respirazione cellulare, le somatizzazioni e il movimento; vorrei lavorare di più con la voce, ce ne sarebbe molto bisogno, ma per i pazienti non è facile.

E: E riguardo ai sistemi corporei, a quale fate più spesso riferimento?

A.R.- Al sistema scheletrico e ai muscoli.
P.R.- Io utilizzo molto i fluidi e gli organi.

E: Ci sono dei temi che più spesso affrontate attraverso questi sistemi?

A.R.- Io uso molto lo scheletro per lavorare sui limiti, sui confini, sulla struttura, per esempio, con persone insicure che fanno fatica a dire di no; e i muscoli per sentire le proprie potenzialità, la volontà d’azione. Se dovessi esprimere queste due esperienze attraverso un’unica immagine, sceglierei quella di un elefante che per me rappresenta il collegamento con la terra e la potenza del radicamento.
P.R.- Io ho spesso utilizzato le caratteristiche dei fluidi per lavorare sul lasciare andare, sul fluire, sulla morbidezza e l’accoglienza.

E: E come prendono le persone queste vostre proposte di lavoro: arrivano a percepire le caratteristiche dei sistemi corporei e a farne esperienza?

A.R.- I pazienti sono molto contenti quando sentono la potenza del proprio supporto osseo. Ne ho avuti diversi con disturbi dell’alimentazione, anoressia e bulimia. Questo tipo di persone hanno un gran bisogno di confini, struttura e sicurezza: il sistema scheletrico dà loro molto supporto, e quello muscolare la fiducia di potercela fare.
P.R.- Mettiamo il caso degli organi interni: se chiedi alle persone di percepire i propri organi si incuriosiscono e si “scuotono”… si aprono alle emozioni e a nuovi stati dell’essere… comunque in generale propongo questo tipo di lavori quando sento che c’è lo spazio per farlo … Eppure, non finisco mai di stupirmi quando vedo che mi seguono con facilità e come questo lavoro permetta loro il contatto con le sensazioni in maniera, appunto, fluida… A volte mi sembra che l’effetto del BMC sia simile a quello prodotto da un sasso lanciato nell’acqua: a partire da uno stimolo possono nascere tanti cerchi che si allargano e si aprono verso sentieri nuovi.

pioggia_ultimaSettembre 2012
La rubrica Leben in rete è a cura di Gloria Desideri
Interviste: Emanuela Passerini
Traduzioni: Eleonora Parrello
Editing: Gloria Desideri

5160059-grande-elefante_primaHello Paola Rubatta, hello Annarita Raffi, would you like to introduce yourselves and tell us what you do?

A.R.- Shall I start? Yes, Annarita here. I am a psychiatrist and psychotherapist, clinical psychologist, counselor in Voice Dialogue and a somatic movement educator. I work in both individual and group sessions. I live and work in Bologna, where I have a practice as a professional psychotherapist since 1995.
P.R.- And I’m Paola, a psychiatrist and a systemic relational psychotherapist. I work with adults and adolescents, in individual and/or family sessions, and in groups. I live in Bologna too, but at the moment I commute to Cagliari to work there. I began my professional practice in 2000.
How did you come to know about the BMC approach?
P.R.- Thanks to Annarita who first suggested me a workshop with Gloria Desideri in Bologna, which actually I couldn’t attend at the time… Later though I started to take the first training courses in Tuscania, powered by curiosity and the desire to do something different, something that could give more space to expanding body awareness in my work.
A.R.- My encounter with BMC happened in fact because of that workshop with Gloria in Bologna. It was organized by my oriental dance teacher, Maria Martinez. She also decided to follow the SME educational program afterwards and graduated this year. Paola and I graduated in 2009.
What is the target for your work as psychotherapists?A.R.- Adults. I work in individual sessions with people with eating disorders, problems of anxiety or depression, or else people with relational difficulties. With groups it’s different, usually they are attended by people who want to deepen their self-knowledge with an approach that includes body work.
P.R.- I mainly work with adults and young people, couples and families. More or less the same target as Annarita.How do people come to you? Through promotion….word of mouth…P.R.- I would say that clients are mostly sent to us by other colleagues.
A.R.- Yes, and also word of mouth…What did it mean to you, as colleagues and friends, sharing the BMC path, consulting each other and giving support to one another in order to integrate this approach in your life and profession?P.R.- We met during our school of specialization in psychiatry. That is to say that we came out of a very structured form of education, very much focused on cognitive competencies, which are actually necessary in our work. In the following years, we came closer to each other because we were both searching for new ways, more creative and less focused on pathological aspects, to help other people as well as, obviously, ourselves! Somehow we felt uncomfortable with the narrow definitions of suffering and disease, as in the official medicine. Also, we both attended a training program in Voice Dialogue, and now we collaborate in teaching a psychopathology class as part of this curriculum… a class where we obviously use movement and music… I also did many courses on the use of drawing and watercolour as tools for treatment. Meeting Annarita encouraged me to “dive” into these new and unconventional worlds, and to strengthen my trust in the possibility to integrate them in our work.
A.R.- It was important for me to share with Paola these experiential paths that have complemented our academic training which was more intellectual. I got a friend and a person to dialogue with, to share and reflect about how to apply our experience in our field work.Do you think that BMC enriched your professions? If yes, in which way?

A.R.- The BMC approach helped me a lot in cognitive behavioural therapies, as a way to facilitate body expression and awareness. But, to say the truth, it has been me the first to change! I have now a wider body awareness and my relational approach has changed too: I welcome people in a more “physical” way; I’m more perceptive and open to empathize with people; I have more possibilities to perceive my own feelings in each situation…

And what about you, Paola?

P.R.- Through this training I had the chance to have a direct experience of things that during my ‘conventional’ training I had only learned on a brain level. In this way, I discovered new things about myself. Today I feel that I can count on stronger “bodily empathy”. What I mean is that now I can engage myself in a relationship not just with my mind but also my body. During my sessions, now that I think of it, I use a lot of images and metaphors that refer to how “feelings” and “being in the body” go together. Another important achievement is that I’m now more aware of transitions: the steps from one rhythm to another, from a certain mood to another.

Paola, you were just speaking of images that you use during your psychotherapy sessions. Can you give us an example?

P.R.- Well, let’s take the movement principles of yield and push, for instance, I use these experiences a lot to analyse and understand how we relate to the world, to other people: how we connect and bond to certain situations or we push away from them; how we take things into our personal space or how we remove them from it. I also use lots of images coming from the experience of our senses and perceptive abilities (how we touch or are touched, how we look at or are looked at). All of this is quite useful to facilitate people whose ability to relate has been compromised by disease, mourning, or any kind of other issues.

And you, Annarita, can you give us some example? How do you use the BMC approach in your sessions?

A.R.- I’ll try to explain myself talking about a specific case: I have a client with problems of anorexia. She’s afraid to choke when she eats. With her I use the practice of somatization, which means guiding verbally her attention for her to perceive the higher part of the digestive track, the soft inner sides; or else, I ask her to colour some anatomic drawings of the mouth and the throat. This type of practice helps her even when she has to face some kind of food that really scares her.

Where do you hold your sessions? Do you have your own office or do you work in other facilities?

A.R.- I have an office and clients come to me.
P.R.- Except for when I’m invited to teach in some training program, usually I work with clients in my office. Sometimes I do home visits.

Did the BMC experience influence your work setting?

P.R.- Certainly. Over the years I have included more and more movement in my work during sessions. Now I also have clients drawing and writing a lot. In my space I have two comfortable chairs for when we talk and also a table with chairs. Unfortunately, free space for movement is limited because the room is small, but I try to use it for the best whenever my patient and I need to stand up and move around.
A.R.- Yes, the setting has changed for me too: now I work with people on the ground, sitting on a mat or on a low chair, and we are barefoot. The little chair is handy to remove in case the client feels like lying down.

What kind of practices do you use more frequently to let the body express itself?

P.R.- Different releasing techniques, somatisation and drawing, as I said before. Drawing usually helps a lot. When I work with groups, I use movement.
A.R.- I work mainly with cellular breathing, somatisation and movement. I would like to work more with voice – it would be very much needed, but it’s not easy for patients.

And to which body system do you refer more often?

A.R.- The skeleton and the muscles.
P.R.- I work a lot with the fluids and the organs.

Which principles do you explore through these body systems?

A.R.- I used the skeleton a lot in order to work on containment, boundaries, structure, for example, with people that have a hard time to say “no”; and the muscles for getting in touch with one’s own potentials, the will to act… If I had to find an image for these experiences related to bones and muscles, I would choose that of an elephant, which represents the connection between the earth and the power of rooting.
P.R.- I often use the fluids’ qualities to work on releasing and letting go, flowing, softness and welcoming.

How do people respond to your proposals, do they arrive to perceive and experience these systems’ qualities?

A.R.- Patients are very happy when they manage to perceive the power of bone support. I had many patients with eating disorders, anorexia and bulimia: people of this kind need to have boundaries, structure and safety: the skeleton system gives them a lot of support. And the muscle system give them the trust to succeed.
P.R.- As for the organs, for instance, if you ask to people to perceive their internal organs they become curious and get even “shaken” by the experience… They open up to new emotions and states of being… In general, I propose this kind of body work when I feel that there is the space to do it… Yet, I get surprised when I see that patients easily follow me and are in contact with their sensations, in a fluid way… Sometimes It seems to me that the effect of BMC is like that produced by a stone thrown in water: you have a stimulus and all the circles moving out are like opening towards new paths.

pioggia_ultimaSeptember 2012
Leben Network is curated by Gloria Desideri
Interview: Emanuela Passerini
Translation: Eleonora Parrello
Editing: Gloria Desideri, Donatella Levi