Paola Campagna

Danzare oltre le barriere della terza età

di Paola Campagna

Danzatrice e arte-terapeuta, Paola Campagna racconta la sua esperienza di lavoro con gli anziani attraverso l’osservazione dei processi che legano espressioni corporee ed emozioni, corpo e coscienza, tempo e cambiamento. Perché “danzare la propria coscienza” significa conoscere i propri bisogni, per aver cura di sé e affrontare positivamente le trasformazioni che la vita impone. 

“La mia arte non mira a istituire delle feste per distrarre dalla vita di tutti i giorni, ma a rivelare che la vita quotidiana è molto più interessante delle pseudo-feste che si organizzano per farla dimenticare.” (Jean Dubuffet)

L’arte e la cura: affrontare il cambiamento

Sono una danzatrice e da oltre dieci anni mi occupo anche di arte-terapia. Ho lavorato con persone di tutte le età, dai bambini piccoli agli anziani. Mi sono dunque confrontata con diversi tipi di fragilità, fisiche e psichiche. In tutti questi casi, quello che ho imparato è che per affrontare una “difficoltà” è sempre necessario poter modificare il proprio punto di vista, operando una trasformazione.
In questo senso l’arte è uno strumento formidabile, perché la risposta artistica porta sempre con sé un nuovo sguardo sulle situazioni.
Io stessa, nel mio percorso di terapeuta, ho cambiato il mio punto di vista nel tempo. Soprattutto nei confronti delle persone anziane. Lavorare con loro, all’inizio, mi creava molte difficoltà. Poi, il mio modo di pensare e di vedere si è trasformato radicalmente quando ho intuito che il processo di invecchiamento non deve essere considerato una “patologia”, quanto piuttosto una fase di trasformazione dell’esistenza. A questo proposito prendendo in prestito le parole di Hillmann:

“Proviamo invece ad accarezzare l’idea che il carattere ha bisogno di quegli anni in più e che la lunga durata della vita non ci è imposta né dai geni né dalla medicina conservazionistica né da un accordo collusivo con la società. Gli ultimi anni della vita ci confermano e portano a compimento il carattere”. 

Partendo da questo presupposto, il nostro lavoro di arte-terapeuti deve essere quello di aiutare la persona, non importa quanto indebolita e avanti con gli anni, a connettersi con la sua parte vitale e far sì che questa, con i suoi ritmi e con i suoi tempi, riconquisti lo spazio per nutrire tutti gli aspetti fisici, psichici, immaginativi ed emozionali.
Perché questo avvenga è importante riflettere sul concetto del “fare esperienza”. Se nei primi anni di vita il pensiero si forma a partire dalle esperienze corporee e dal contatto con l’ambiente esterno, di contro nell’anziano, riducendosi la possibilità di fare esperienza, si riduce anche l’elasticità del pensiero e la capacità di adattamento, con il conseguente aumento di emozioni quali l’ansia e la paura. Quello che va perdendosi, dunque, è la pratica che si fa nel mondo, una pratica fatta di relazioni, con sé e con gli altri. Il compito dell’arte-terapia sarà allora di aiutarli a mantenere viva questa capacità, aiutarli a restare in contatto con il mondo, avendo cura di rispettare un tempo indulgente, caratteristico del loro modo di procedere su questa terra. Se tentiamo di velocizzarli, enfatizziamo i loro limiti generando insicurezza, ansia, paura. Se invece rispettiamo il loro tempo, gli restituiamo dignità. E la dignità ha un contenuto corporeo, la consapevolezza di essere persone.

Piedi anziani danzaInvecchiare: una forma d’arte?

Come ho già detto, quando ho iniziato a lavorare con gli anziani non avevo idea di cosa mi sarei trovata ad affrontare. Sono una danzatrice, muovermi è tutto quello che so fare, e il corpo deve essere in buona salute; provo angoscia all’idea che dei dolori non ci permettano più di muoverci. A causa di questa mia paura, per un bel po’ di tempo ho faticato a mantenere vivo l’aspetto creativo nel lavoro con le persone anziane. Poi, dopo anni, ho intuito che la chiave per accettare la trasformazione è proprio affrontare il dolore, il trauma. Entrare nella difficoltà per conoscerla.
A un certo punto noi diventiamo il nostro dolore, l’identità si sposta, diventiamo l’artritico, lo zoppo, il sordo. Che ne è di tutto il resto?
Prendersi cura del valore della persona significa ribilanciarne tutti gli aspetti, non fissarsi solo su quello che si è rotto ma considerare il funzionamento globale. In questo modo si restituisce un senso di interezza laddove si è perso per gli innumerevoli traumi subiti.
Il trauma tende infatti a far perdere il senso dell’interezza, si frappone in modo violento all’interno dell’esperienza della persona disorientandola, creando una lacerazione. Il rischio è continuare a girare intorno a quella, continuare a “leccarsi le ferite” senza però poter accedere alle risorse, senza realmente intervenire con una “cura”.
Come si pone l’arte di fronte a un simile trauma? Come ho accennato prima, per me, la chiave di accesso è stata proprio affrontarlo, quel dolore, conoscerlo.

Prima ancora di dirmi come si chiamavano, queste persone si presentavano a me dicendo, per esempio, “però io non posso muovermi, perché mi fa male la spalla” o qualcos’altro di simile.
Dentro queste frasi e per la forza con cui venivano dette sentivo che si celava un mondo: “…non posso muovermi, non posso cambiare la mia vita, non farò quello che tu dici, rimarrò così, io sono la mia spalla dolorante e guai a te se mi togli questo dolore, ci ho costruito tutta la mia vita…”. Il male ci serve per comunicare all’altro il nostro grado di infelicità, o il nostro grado di valore. Ho assistito a discussioni su quanti morti e disgrazie ognuno avesse avuto: “ma no io di più”, “ma che ne sai tu a me mi è morto un figlio a te il marito, vuoi mettere”.

Forza e fragilità si fondono in un sintomo. Prendersi cura degli aspetti fisiologici, psichici e immaginativi vuol dire lavorare sulla globalità dell’individuo. Spesso è successo che un dolore che non passava è stato dimenticato in un momento particolare, quando l’uso della musica e di movimenti evocativi hanno spostato l’attenzione e portato la persona a fare un’esperienza diversa, in cui il male è scomparso. In questi casi, nell’attimo in cui si riconosce ciò che è successo, si può vedere lo stupore sul volto incredulo della persona e poi, subito dopo, sentirla di dire “sì, però è vero che mi fa male”. Non mi sono mai accontentata quando mi dicevano in modo vago “mi fa male”. Facevo domande molto dettagliate per definire bene che tipo di dolore sentissero. Sia per me che per loro, era fondamentale poter “localizzare”, e quindi circoscrivere e non dilagare, perché ho sempre avuto la sensazione che il male fisico si fondesse con il dolore dell’anima, soffrendo infine della stessa sofferenza.


Tempo: la dignità e il valore

Da piccoli il futuro è crescere, da adolescenti il futuro è diventare grandi, da grandi il futuro è invecchiare. Veniamo dal passato, siamo nel presente, andiamo verso il futuro. Ma in realtà la separazione fra queste tre dimensioni non è così netta: questo tempo ce lo portiamo dentro unito come un tutt’uno, come un divenire. Ed è di questo divenire quello di cui mi occupo e a cui bisogna dare parola, esprimerlo. Anche se si tratta di una trasformazione di cui non è facile parlare, quella che ci conduce verso l’ultima tappa, che ci avvicina alla fine del nostro tempo su questa terra.
Gli anziani tendono a provare un forte disagio per il loro tempo rallentato rispetto a quello del mondo, si sentono sempre inadeguati, inutili, di peso. È molto importante, quindi, avere cura di questo tempo per restituirgli il valore che merita. Il tempo dell’anziano è un tempo indulgente, è il tempo di tutta una vita. La mia opinione è che chi ha molti anni e molta vita sulle spalle si possa anche permettere di andare piano, non deve più correre dietro mille impegni, non deve lavorare, tutto questo lo ha già fatto. Perché, allora, dovrebbe continuare ad andare veloce? La natura organizza bene il suo progetto dal punto di vista evolutivo: gli anziani non hanno bisogno di un ritmo veloce, proverebbero angoscia avendo a disposizione un tempo di cui non saprebbero cosa fare.

Siamo noi, quindi, che dobbiamo modificare la nostra relazione con loro, soprattutto se il nostro lavoro è di averne cura. Aiutare una persona a sentirsi autonoma è il punto cruciale.
A volte ci prodighiamo in modo esagerato, facciamo troppo, ci sostituiamo all’altro pensando di fare bene e non ci accorgiamo che tutto questo serve solo a noi, perché così ci sbrighiamo di più. Questo lo posso riscontrare anche quando si tratta di bambini, vale cioè per tutte quelle persone che, per un motivo o per l’altro, dipendono di più dalla relazione. Occorre invece ascoltare il loro tempo e il loro bisogno, per farli sentire ancora persone. Aiutandola a sentirsi autonoma, restituiamo alla persona un senso di forza, di dignità che agisce sull’apparato psichico e biologico. Non sentirsi un pacco da spostare, significa essere preso in considerazione come una persona, un individuo con il suo carattere e le sue peculiarità..

Sono arrivata ad osservare tutto ciò sul “campo”, attraverso il continuo contatto con il mio livello empatico di sintonizzazione, lettura e analisi dell’intenzionalità del gesto e della qualità del contatto (tocco). Le capacità percettive dello stare in relazione a sé e agli altri: sono proprio questi gli strumenti fondamentali di un arte-terapeuta.
In tanti anni di esperienza mi sono confrontata con diverse tipologie di persone – bambini piccoli, adolescenti, adulti, anziani – ma la mia domanda è sempre la stessa: che cosa è che dà la sensazione che la vita valga la pena di essere vissuta? Ho incontrato ragazze che a vent’anni sembrava non avessero più interesse a vivere, novantenni che continuano a fare scoperte su di sé e a cercare, bambini curiosi e bambini apparentemente annoiati. Strana la vita, mi sono detta. Che significa avere tanti anni? Quale scherzo ci fa il tempo che passa, e qual è la relazione tra gli stati d’animo, le emozioni e il corpo? E ancora una volta, ho trovato conferma a questi miei interrogativi nel saggio di Hillman La forza del carattere.

“Ciò che la natura umana vuole soprattutto sapere circa la natura umana non è quale catena evolutiva conduca dalle più remote origini all’adesso immediato. Noi vogliamo capire che senso ha, al di là del logoramento e dell’esaurimento delle forze, il fatto di invecchiare. A che cosa serve? Che scopo ha?” 

Come danzatrice, la porta da cui sono passata per cercare risposte a queste domande è stato il corpo. Il corpo e l’osservazione del suo movimento nello spazio mi hanno poi guidato fino alle relazioni con il movimento della psiche, dei pensieri e delle emozioni.

mani anziani danzaL’anima e il corpo: danzare la propria coscienza

Ci si può dimenticare di un dolore mentre si fa un’esperienza nuova e gratificante? Uno “spostamento” dal quotidiano può aiutarci ad aprire la nostra mente? Pianti e sorrisi non espressi come compromettono l’apertura dello sterno e del diaframma, come legano le spalle e bloccano le braccia? Le braccia sono in connessione con organi quali il cuore e i polmoni, muovere le braccia è quindi un modo per entrare in relazione con essi.

Quando parlo di corpo faccio riferimento a una complessità. Lo intendo, cioè, come un aspetto della nostra mente. Per mente intendo più esattamente l’attività percepibile dell’intelligenza, è la percezione che l’intelligenza ha della sua stessa funzione e che, in qualche modo, è identificabile con la coscienza, flusso in cui scorrono in un continuum pensieri, emozioni, intuizioni, psiche e percezioni.
Da questo punto di vista, la coscienza rappresenterebbe il fattore integrativo, il cosiddetto “sesto senso”, il senso di sé, quello che ci fa percepire il nostro essere totale, all’opera, nel mondo. Più abbiamo coscienza, più vitale e piena è la nostra esistenza.
Mi piace parlare di corpo psichico, fisico, biologico e immaginativo perché è quello con cui lavoro tutti i giorni. Attraverso la fisicità del corpo si aprono delle porte su altri aspetti. Cambiano i punti di accesso, ma è sempre al tutto che si deve fare riferimento; bisogna solo averne coscienza ed essere allenati. I “muscoli” che in questo caso si allenano sono tanti e diversi.

Il corpo a cui mi riferisco è fatto di sostanze preziose, di strutture e di funzioni che svolge nel mondo: i muscoli sono la nostra spinta, le ossa la nostra direzione, gli organi la nostra intimità, i legamenti i nostri legami forti che tengono e permettono il movimento.
Che cosa è il movimento? E cosa si muove quando ci muoviamo? Eraclito diceva che tutto scorre, tutto si muove. La malattia possiamo identificarla con una stasi. Quando diventiamo anziani andiamo incontro a una limitazione della mobilità: i nostri tessuti si irrigidiscono, ci “secchiamo” in tutti i sensi. La nostra struttura corporea è la sostanza dei nostri stati d’animo passati, presenti e futuri e l’arte della danza ci permettere di esprimere tutto ciò attraverso il canale emotivo, sensoriale e immaginativo per recuperare l’aspetto creativo.
Questo processo ci porta a incontrare ed esplorare la nostra coscienza. Dunque, citando Akira Kasai, danzatore butho: “la danza non è il movimento del corpo, ma è la manifestazione del tipo di consapevolezza che esiste nel corpo in un dato momento” E per costruire il corpo che danza non serve solo allenare la forza fisica attraverso il potenziamento dei muscoli, ma anche “modificare il corpo attraverso l’allenamento della coscienza”.

Il punto cardine del mio lavoro è danzare la propria coscienza. Perché sapere di sé significa entrare in contatto con i propri bisogni, quindi averne cura e poterli soddisfare. Ed è questo prendersi cura di sé la prima medicina: il nostro atteggiamento verso noi stessi è la base su cui poggia ogni tipo di cura medica. Imparare ad ascoltarsi, a seguire il proprio ritmo, vuol dire riconoscere i propri limiti per trovare nuovi equilibri; riuscire a descrivere un dolore con chiarezza, inoltre, aiuta il medico a individuare la natura del problema.
Il compito di un’arte-terapeuta è quindi sostenere la persona a prendere coscienza del movimento come espressione di una complessità di emozioni e sensazioni. Per spiegare meglio questo concetto farò qualche esempio.


Le braccia

Il movimento della flessione ed estensione delle braccia ha un importante significato psichico, simbolico, funzionale ed emotivo. Flettere ha la funzione di tornare verso il centro del corpo; stendere significa invece andare da sé verso l’ambiente esterno. La flessione quindi richiama l’andare verso se stessi, un gesto che evoca riflessione, calma, riduzione degli stimoli; la distensione si ricollega invece all’andare fuori, ci riporta a una relazione con lo spazio più ampio, all’espandersi, all’essere curiosi.
Con la danza-terapia si può diventare consapevoli del rapporto tra le emozioni e determinati movimenti. In particolare, ho avuto modo di osservare che negli anziani le braccia sono il luogo che incarna maggiore sofferenza. In loro, questa capacità di andare fuori e tornare dentro tende ad “arrugginirsi”, impedendo di poter godere pienamente delle emozioni legate all’uno o all’altro movimento. Il flettere, in cui è coinvolto il sistema nervoso parasimpatico, quello che ci aiuta a dormire, a riposare, forse è difficile da esplorare in quanto sinonimo di inattività, morte, pigrizia; di contro c’è un continuo sollecitare il sistema nervoso simpatico, che è quello della veglia e dell’azione.

Potersi riposare nella flessione per poi andare fuori, è una grande risorsa che gli anziani possono essere aiutati a ritrovare. Dall’esperienza che ho fatto con loro, ho potuto notare che la difficoltà a flettere non è data tanto da un irrigidimento delle strutture legamentose, che comunque c’è, ma dall’insieme dei fattori che ho citato; inoltre rimanere in uno stato vigile li aiuta a tenere sotto controllo il gruppo: che fanno gli altri, come si comportano, mi guardano, mi giudicano?

 

Muoversi con gli occhi chiusi (movimento autentico)

Forse non è un’esperienza facile, per le persone anziane, chiudere gli occhi, ascoltare la musica e muoversi liberamente, assecondando il desiderio di fare ciò che in quel momento sentono. Perché chiudere gli occhi rimanda all’inconscio, allo stare con i propri pensieri, alle immagini e ai ricordi del passato; a volte fa pensare alla morte (chiudere gli occhi per non aprirli più).
Ho notato, però, lavorando per anni insieme a loro che, se accompagnati, sostenuti e incoraggiati a intraprendere il “viaggio”, gli anziani possono acquisire la capacità di essere sereni con se stessi e questa è una risorsa preziosa per far fronte all’esperienza della solitudine a cui spesso vanno incontro.
Uno degli obiettivi principali dei centri anziani è quello di stimolare la socializzazione per rompere l’isolamento. Ed è certamente un lavoro fondamentale per aiutarli a non isolarsi, ma è altrettanto importante stimolarli affinché imparino a stare bene in solitudine.
Quest’ultimo è un punto di vista sul quale non si mette spesso l’accento, eppure, sulla base di quanto osservato nella mia ricerca, posso dire che il saper stare da soli aiuta anche a stare in compagnia dell’altro.