Somatica e BMC in Europa: a che punto siamo?

Intervista – incontro con Carla Bottiglieri

a cura di Gloria Desideri (Prima parte)

A 7 anni dall’inizio della loro attività rispettivamente in Italia e in Francia, Gloria Desideri e Carla Bottiglieri si incontrano per un interessante confronto sul lavoro fin qui svolto e i nuovi progetti.

Gloria Desideri, che ha fondato e dirige Leben nuova in Italia, ha incontrato Carla Bottiglieri, presidente di Soma Francia, in occasione di un suo recente soggiorno a Tuscania, la bella cittadina del viterbese centro di molte attività di studio e ricerca legate alla somatica. Da anni condividono interessi e progetti legati alla diffusione del Body-Mind Centering (BMC®) nei loro Paesi. Con le loro organizzazioni, Leben nuova e Soma, oggi sono tra i partner promotori del progetto “Sparks per bisogni speciali” che nel 2013 ha ottenuto i fondi della Comunità Europea – Azione Grundtvig Learning Partnership.
Ne esce un interessante confronto, un lungo dialogo più che un’intervista, da cui emergono visioni ed esperienze personali, affinità e divergenze di metodo, ma anche e soprattutto il percorso seguito per diffondere BMC in Europa, in sistemi socio-culturali, economici e istituzionali per molti aspetti lontani dai modelli americani in cui il metodo si è sviluppato in origine.
Vista la varietà e l’approfondimento degli argomenti affrontati, abbiamo suddiviso questa conversazione in diverse parti.

Prima parte:
Nella parte iniziale, Carla Bottiglieri racconta i primi passi di Soma in Francia, le differenze con l’impostazione americana, le resistenze “culturali“ e amministrative incontrate per ottenere il riconoscimento istituzionale dell’attività di formazione svolta.

Carla Bottiglieri Body-mind centering Soma Francia

Carla Bottiglieri, cofondatrice e presidente di Soma Francia

G. – Carla, tu sei presidente di Soma fin dalla sua fondazione, 7 anni fa. Siete stati voi, praticamente, a introdurre la formazione BMC in Francia e ad aprire la strada anche a nuovi campi di applicazione, per esempio nell’ambito della disabilità, come nel caso del progetto Sparks. Come è andata? È stato un percorso lineare, avete trovato terreno fertile, o vi siete dovuti confrontare con qualche ostacolo?

C. – Soma è stata fondata nel 2006, da me, Thomas Greil ed Emeline Seyer. Abbiamo preso l’iniziativa perché, da un lato c’era la domanda crescente di una formazione in body-mind centering che fosse accessibile in Francia, dove il metodo aveva già ottenuto riscontri positivi, soprattutto nel contesto della danza contemporanea; d’altro lato, Thomas da parte sua aveva già avuto una lunga esperienza nel campo della formazione professionale in Germania.
Ovviamente, ci siamo resi conto ben presto che le modalità amministrative francesi richiedevano un lavoro specifico di elaborazione della formazione professionale: non si trattava dunque di ottenere semplicemente l’agrément (l’autorizzazione) della scuola americana, ma di studiare le procedure giuridiche per costituire l’associazione che coordinasse la formazione in Francia.
Come presidente di Soma (che è un’associazione “Loi 1901”, equivalente alle associazioni senza fini di lucro in Italia), il mio ruolo è stato quello di rappresentante legale e giuridica dinanzi all’amministrazione francese. Si è trattato dunque di un volontariato – come lo è tuttora – a servizio della creazione di un’organizzazione che potesse funzionare secondo le leggi vigenti in Francia: studiare le modalità contrattuali per impiegare e remunerare i formatori e il personale amministrativo; ottenere l’accreditamento come organismo di formazione professionale, in base alle norme che regolano la fiscalità, l’esonero dalla TVA, la comunicazione, i rapporti d’attività, le relazioni con i diversi organismi che finanziano la formazione “continua”…

Gloria Desideri ha fondato e dirige Leben nuova, unico centro di formazione in Italia autorizzato da The School of Body-Mind Centering

Gloria Desideri, ha fondato e dirige Leben nuova.

G. – Insomma, non t’è toccata la parte più divertente del lavoro, e neanche la più semplice. Sei diventata un’esperta in materia giuridica e amministrativa, quindi?
C. – Devo dire che mi sono istruita sul campo, perché non avevo nessuna competenza in materia! Mi sono occupata delle “formalità”, e non del lavoro sui contenuti: è Thomas in quanto formatore, oltre che practitioner, che ha svolto un ruolo analogo al tuo, insieme a Vera Orlock, la prima direttrice pedagogica della formazione, e agli altri formatori residenti in Francia: Lulla Chourlin, Janet Amato e Sarita Beraha, chiamati a comporre il nucleo iniziale dell’équipe pedagogica.
Emeline ha assunto inizialmente la funzione di segretaria, oggi è lei che riveste il ruolo di responsabile amministrativa, accanto a Cécile Raymond che ora è la segretaria.
Tutto questo processo di formalizzazione amministrativa, d’altra parte, ha fatto emergere fin dall’inizio lo scarto quasi “incolmabile” tra i modelli economici sui quali riposano le pratiche somatiche – per dirla in breve, tra un sistema americano e un sistema francese, o europeo. E questa era una questione politica ed etica per me enorme, anche rispetto ai contenuti e ai discorsi che la somatica produce.
Io sento che con il 2013 si è aperta una nuova fase nella possibilità di concepire progetti legati alla somatica, in Francia e altrove. Questa apertura per me è il segno di una continuità e allo stesso tempo la speranza di una discontinuità, il che mi interessa moltissimo.

G. – Interessa molto anche a me: voglio capirli meglio questi nostri contesti, e in che modo le strategie che stiamo adottando per favorire lo sviluppo dell’educazione somatica nei nostri rispettivi Paesi possano in effetti convergere o debbano differenziarsi. Ripartiamo dal rapporto tra modelli economici e sviluppo della somatica: qual è la tua visione?
C. – Per me è una delle questioni cruciali che mi fanno più riflettere; e l’analisi va oltre il confronto tra modelli di matrice neo-liberale e modelli di servizio pubblico (sempre più in crisi, va detto)… Certamente non può essere liquidata in poche parole dicendo che sono metodi “americani” [sorride].

G. – Quando dici “cultura neoliberale” ti riferisci al sistema liberista dell’ultimo trentennio?
C. – Sì, intendo questo, un modello economico di un post capitalismo che si basa sull’individualizzazione dell’accesso ai servizi e alle opportunità.

G. – E sulla concentrazione del sapere da parte di oligarchie che decidono cosa è bene per tutti gli altri…
C. – Diciamo soprattutto sulla privatizzazione delle risorse cognitive, che si risolve poi nella proprietà intellettuale, nei brevetti, nei marchi di licenza delle tecniche, nei copyright, queste cose qua: una visione che mi è molto difficile da accettare, ma che credo bisogna analizzare e comprendere su un piano un po’ più complesso.
Innanzitutto perché la formalizzazione delle pratiche somatiche è avvenuta in contesti politici e culturali dove la tradizione del “welfare state”, della dimensione pubblica della garanzia della cura e dei servizi alla persona, è quasi inesistente. In tal senso, quando guardiamo agli Stati Uniti, la privatizzazione delle cure mediche è la regola: tutto l’ambito paramedico non fa eccezione, e tanto meno la somatica – se la consideriamo in prossimità di questo settore.
Ma c’è anche un fattore storico: come si sono fatti strada i metodi somatici? Sono emersi negli interstizi tra modelli “legittimi” della cultura del corpo – improntati prioritariamente su paradigmi medico-scientifici – e tradizioni e pratiche informali. La “resistenza” dei metodi somatici a calarsi nei criteri di legittimazione scientifica – che si basa su paradigmi quantitativi – li ha respinti verso margini extra-istituzionali. Necessariamente s’è dovuto far ricorso a modalità autonome e indipendenti, creando dei programmi formativi che non fossero assoggettati a sistemi disciplinari già istituiti, né tantomeno a paradigmi di misura che avrebbero completamente stravolto il senso stesso dei contenuti del lavoro. Proprio questo bisogno d’indipendenza, secondo me, ha trovato il suo terreno ideale in un impianto socio-economico basato sul privato, sulle risorse private.

G. – Riassumendo, tu dici che a partire dagli anni ‘70 fino a oggi queste pratiche si sono sviluppate inserendosi in spazi “interstiziali” della società e puntando su un’indipendenza economica rispetto alla macchina dello stato. Quindi hanno fatto leva su risorse in ambito privato, cioè su fasce di popolazione benestante che potevano permettersi di scegliere lunghe e costose formazioni in questa o in quell’altra pratica innovativa, magari anche spinte da motivazioni esclusivamente personali, non professionali, voglio dire. Altri, privi di tali mezzi, è chiaro che restano tagliati fuori. Hai visto in questo “l’altra faccia della medaglia”, una sorta di auto-segregazione della somatica confinata in “oasi”, territori separati dal resto della società?
C. – Sì, come dire che c’è una specie di doppia causalità: non c’è una sola lettura causa-effetto. L’auto-segregazione è venuta anche dalla difficoltà di relazionarsi ai sistemi già istituiti della cura, della ricerca o delle discipline di riabilitazione. C’è stata una difficoltà di comunicazione che ha agito a doppio senso nella quasi impermeabilità tra i due mondi.

G. – Se è vero che questa caratteristica è più marcata negli Stati Uniti, dove per lo più queste pratiche sono nate e proliferate, come si è sviluppato in Europa, e in Francia in particolare, questo… come vogliamo chiamarlo, “prodotto del liberismo?
C. – La questione è molto complessa, perché la società francese si fonda su una cultura dell’istituzione che è capillare. C’è lo Stato, ma c’è anche una concezione forte delle strutture istituzionali che regolano i singoli compartimenti o territori della vita sociale, intesi anche come ambiti del pensiero o della cultura. Diciamo pure che in Francia non esistono spazi “extra-istituzionali”.

G. – Quindi, meno facile che si creino delle “oasi” indipendenti?
C. – Già, perché appena qualcosa sorge viene subito categorizzato in un “territorio” già esistente che possiede le sue regole “perfette”.

G. – Un mito… eppure, può essere allettante.. penso al vostro rapporto con l’AFDAS [Assurance Formation des Activités du Spectacle]. Puoi parlarne un po’?
C. – L’AFDAS è una specie di sistema di previdenza sociale, in particolare per i lavoratori dello spettacolo, che istituisce delle risorse per la loro formazione continua. Basandosi sul calcolo dei contributi versati e altri parametri, i lavoratori dello spettacolo hanno diritto attraverso l’AFDAS a programmi di formazione gratuiti o parzialmente rimborsati.

G. – Ecco, visto da qui fa anche un po’ invidia! In che modo si è istaurato il rapporto tra Soma e l’AFDAS?
C. – Si è instaurato abbastanza velocemente, dopo una serie di procedure amministrative per il riconoscimento della formazione BMC®.

G. – Riconoscimento da parte di chi?
C. – Del ministero del Lavoro e della formazione professionale. Che, se vuoi, è un riconoscimento abbastanza facile da ricevere all’inizio, perché quando un organismo di formazione sottoscrive una convenzione con il ministero del Lavoro e risponde a una serie di criteri è abbastanza automatico ottenere l’accreditamento. Non è però facile mantenerlo, perché si è sottoposti a una serie di controlli sia fiscali sia sulla qualità della formazione professionale. Anche Soma è stato sottoposto a controlli del genere.

G. – Comincio a connettere una serie di pensieri: quindi, le pratiche somatiche, nate e cresciute negli Stati Uniti, in “oasi” a sé stanti seppure funzionali all’interno del modello liberista, una volta trasportate in Francia, si confrontano con uno stato apparentemente forte che organizza e controlla capillarmente i propri territori. In un certo senso, per Soma è stato quindi un passo obbligatorio fare tutta questa procedura di riconoscimento?
C. –Sì, ma si tratta pur sempre di un riconoscimento parziale. Il passo successivo, il passo vero per una formazione professionale, sarebbe poter rilasciare un diploma riconosciuto dallo Stato francese. Ma per ottenere questo, bisogna che la formazione produca una competenza o una figura professionale che rientri in un codice di attività. Ti faccio un esempio attuale, vicino all’educazione somatica: negli ultimi anni si è molto parlato di “attività fisiche adattate. Si tratta di un ramo dell’educazione fisica e sportiva particolarmente orientato al settore della riabilitazione: l’introduzione dell’educazione fisica, ad esempio, nell’ambito dell’handicap. Le facoltà universitarie che dispensano diplomi nell’ambito delle discipline fisiche e sportive hanno dunque istituito, in stretta collaborazione col ministero del Lavoro e della Formazione professionale, un tipo di curricula di studi finalizzato a configurare una nuova attività professionale: l’educazione fisica adattata ha ottenuto il riconoscimento di un codice di attività, che corrisponde alla creazione di un profilo professionale ben preciso, e sancisce dunque la possibilità d’impiego nel settore pubblico (ospedali, centri di riabilitazione, eccetera). In tal senso, le formazioni che producono dei “diplomi di stato” sono le sole “legittime” nel campo professionale istituzionale.

G. – E cosa dovreste fare voi per ottenere questo livello di riconoscimento?
C. – Io non credo che sia questa la strada da percorrere, perché per andare in questa direzione i contenuti pedagogici dovrebbero essere modellati a loro volta su criteri ben specifici, in linea con i paradigmi dominanti della misura e della quantificabilità dei risultati – laddove io penso che si tratta di definire e di difendere un’altra politica e un altro territorio per la somatica, così come per altre risorse di quelli che chiamiamo “beni comuni”… Per quanto riguarda la somatica, credo sia troppo presto chiedere di ottenere questo riconoscimento: c’è un lavoro profondo da fare nella ricerca e nella teorizzazione di queste pratiche, per fare emergere altre culture del corpo e del gesto. Non credo che bisogni allinearsi a delle norme culturali e sociali, ma piuttosto lavorare all’articolazione rigorosa di un altro pensiero, non in antagonismo ma in una relazione d’indipendenza e di complementarità. Io in questo momento penso piuttosto a delle forme miste, istituzionali ed extra-istituzionali. E ancora bisognerebbe comprendere quale economia può sostenere questo spostamento.

G. – Hai toccato un punto cruciale che merita un approfondimento. E lo faremo, anche perché in un certo senso ce lo impone la nostra stessa ricerca all’interno del progetto europeo Sparks. Ma, tornando ai riconoscimenti, insomma, l’attuale diploma in pratica non conta niente?
C. – Esatto, non conta niente come diploma di Stato. Anzi, questo ha provocato anche tutta una serie di controlli da parte dell’amministrazione fiscale e da parte del ministero del Lavoro e della formazione professionale nel 2009. Abbiamo avuto 9 mesi di controlli su tutta la documentazione delle attività, sulla situazione fiscale e sulla tenuta amministrativa dell’associazione. Questi sono i punti deboli che in Francia vengono utilizzati per contestare tutte le attività di formazione, che sono tantissime: arti marziali, discipline volte allo sviluppo personale, coaching ecc. A un certo punto il governo francese si è reso sensibile a una serie di accuse mosse ai movimenti ritenuti “settari”, anche attraverso un’interrogazione parlamentare che c’è stata nel 2006. Tra le varie pratiche, erano nel mirino quelle di benessere psicofisico, considerate tra tutte le più “settarie”; e messe nello stesso calderone di vari movimenti di manipolazione della coscienza. Allora abbiamo capito che Soma si situava a rischio in quest’ambito di pratiche generiche del benessere e della qualità di vita, che magari si fondano su un modello di spiritualità new age e via di seguito.

G. – Per intenderci, stai usando il termine “new age” con una connotazione negativa…
C. – A dire il vero può essere anche una critica giustificata, quando si pensa alla proliferazione di movimenti che fanno un miscuglio tra spiritualità e neoliberismo. Per intenderci, questi ambienti esistono, non si possono negare. E c’è anche una matrice fortemente occidentale e capitalistica che tende a “capitalizzare”, appunto, la spiritualità dell’Oriente e fare un po’ un patchwork tra pratiche fisiche, sviluppo della coscienza, percorsi di consapevolezza e così via. Quindi, quando mi sono trovata a difendere il BMC e la formazione gestita da Soma in Francia, la cosa che mi è parsa più legittima su cui far leva è stata quella di difendere l’ambito della somatica attraverso la dimensione estetico-artistica, appoggiandomi anche sul fatto che l’AFDAS aveva permesso a tanti lavoratori dello spettacolo di avere accesso alla formazione BMC. I miei argomenti erano sostanzialmente questi: la somatica (e il BMC), che è presente in Francia già da 20 anni, ha costituito e rappresenta sempre di più una risorsa enorme per la creazione coreografica, per la pedagogia e anche la prevenzione nella formazione fisica dei danzatori. È anche, paradossalmente, già introdotta in istituzioni come i conservatori di stato, dove si mescola all’insegnamento di alcuni pedagoghi (che non sempre la enunciano come fonte dei loro strumenti didattici).

G: Mi chiedo se questo aver dovuto difendere Soma facendo leva sulla rilevanza della somatica (e del BMC) nell’ambito della danza, della coreografia e della pedagogia della danza, non abbia poi finito per confinarvi troppo e solo in questo “territorio”.
C. – Diciamo che quello era il punto di leva, e abbiamo fatto anche un appello a centri coreografici nazionali, coreografi affermati, insegnanti di conservatori per inviarci lettere di testimonianza e di sostegno. Non c’era molto margine di manovra, e con la burocrazia non puoi metterti a imbastire confronti intellettuali o filosofici (anche se ci ho provato, all’epoca!). Preparai tutto un dossier che conteneva una trentina di lettere e in più ho tradotto dei testi sul rapporto tra somatica e danza contemporanea. Con questo materiale mi sono presentata al terzo ricorso, perché abbiamo fatto tre ricorsi presso i vari gradi di giudizio amministrativo.

G. – Praticamente se aveste perso, secondo quello che vi contestavano, ci sarebbe stato un notevole aggravio fiscale.
C. – Avrebbe comportato la chiusura dell’attività! Il calcolo retroattivo avrebbe comportato un costo che l’associazione non avrebbe potuto permettersi, avremmo dovuto fare una liquidazione giudiziaria e interrompere l’attività. C’era anche una pregiudiziale ancora più grave, e per me questo è stato motivo d’indignazione: avrebbero associato la somatica a delle pratiche non meglio definite di benessere new age o di miscugli del genere non ben identificati. Mi sembra il caso di cominciare a ridefinire invece di fare un gran calderone di tutte queste pratiche!

G. – Quindi fino al 2009 c’è stata questa crisi da affrontare. E come ne siete usciti?
C. – Le critiche che erano state mosse sono decadute e quindi le varie procedure che erano state avviate dall’amministrazione fiscale e dagli istituti per la formazione professionale si sono automaticamente interrotte. Soma ha ricevuto la conferma dell’accreditamento come organismo di formazione professionale e credo che ne siamo usciti rafforzati, risultando una struttura che riesce a interloquire con l’amministrazione e con le istituzioni.

Fine prima parte