Intervista con Anka Sedlačková

Gloria: Prima di tutto grazie, Anka, per il tempo che ci dedichi… da tempo avevo intenzione di intervistarti, e ora finalmente eccoci qua, a conclusione del primo incontro SPARKS a Bratislava. La storia di Babyfit mi ha sempre incuriosito, ancora di più oggi che siamo partner in questo progetto europeo. Allora, per cominciare: come e quando è iniziato tutto?

Anka:  Direi una decina di anni fa, col primo gruppo madri-bambini che organizzai al mio ritorno dagli Stati Uniti, a conclusione di un corso BMC sullo sviluppo del movimento in età evolutiva nel 2002. A quel tempo avevo un forte desiderio di condividere il lavoro BMC con altre madri, e questo ancora prima di iniziare il programma IDME, che ho poi concluso più avanti, nel 2006, a Chiemsee.

G: Quindi ti sei diplomata prima come SME?

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Anka e Gloria al teatro Elledanse

A: No, in realtà frequentai i due programmi contemporaneamente. Quando iniziai a lavorare a Bratislava non avevo ancora completato né l’uno né l’altro. Desideravo veramente condividere con altri questo lavoro. Ero molto motivata, ispirata, anche perché ero io stessa madre di due bambini.

G: E in pratica cosa hai fatto quando sei tornata a Bratislava dagli Stati Uniti?

A: E’ stato un processo graduale. Per prima cosa organizzai un workshop per adulti sui principi BNP [pattern neurocellulari di base]. Per la verità si trattava di osservare i bambini muoversi – era proprio questo il titolo del workshop.

G: Chi invitasti?

A: Invitai Angelika, e un’altra donna che lavorava in questo stesso edificio [l’intervista si svolge nei locali dell’Elledanse Theatre]. Non vennero molte persone, direi all’incirca cinque. Nel gruppo c’erano anche dei bambini, e così cominciammo a osservarli. Quello fu l’inizio di tutto. Un anno dopo mi trasferii in uno studio nelle vicinanze, e spiegai alla donna che lo gestiva, pur non conoscendola, che avrei voluto lavorare con mamme e bambini. Lei si dimostrò molto interessata e disse “si, sono molto curiosa, perché non butti giù due righe…”. Mi mise a disposizione il suo spazio, e così organizzai il primo gruppo con mamme e bebè.

G: E dal quel primo gruppo sei arrivata oggi a un’utenza di circa 500 famiglie sparse in tutta la città! Ma come hai fatto? E’ incredibile!

A: Credo che gran parte del merito vada ad Angelika: ha delle fantastiche doti manageriali! Da quando abbiamo cominciato a lavorare insieme c’è stata una crescita enorme dell’attività, e lo si deve a lei.

G: Che canali hai usato per promuovere il tuo lavoro? Come sei riuscita a raggiungere così tante persone in poco tempo?

A: Prima di tutto bisogna considerare che a quel tempo in città non c’erano altre proposte di lavoro per mamme e bambini piccoli, quindi si trattava di una novità. Eravamo l’unico centro in tutta Bratislava a offrire un lavoro simile. Ma credo anche che abbia influito la bella atmosfera di scambio e condivisione che si creò subito tra le persone. Più che con la pubblicità, la proposta si diffuse col passaparola.

G: Al momento esistono cinque centri, giusto?

A: Si, ma c’è voluto del tempo. Strada facendo si unirono a quel primo gruppo all’incirca altre 10 persone con bambini piccoli, e poi si formò un secondo gruppo. Allora guidavo l’attività da sola. Angelika era tra i partecipanti, sempre presente e curiosa, e mi incoraggiava a proporre gruppi anche per bambini più grandi, dato che suo figlio aveva più anni degli altri. Più tardi fu lei a trovare uno spazio in un’altra parte della città, più vicino a casa sua, e così iniziammo una collaborazione. Fu da subito un successo, perché più persone da diverse parti della città avevano ora la possibilità di unirsi a uno dei gruppi. Iniziammo così a far funzionare due centri.

G: Avevi dato un format preciso alla tua proposta? Quanto durava una lezione, in media?

A: All’inizio non sapevo bene come fare, ma ho iniziato comunque. La lezione durava circa un’ora. Un’amica dagli Stati Uniti mi aveva regalato cinque palloni, così decisi di usarli in classe. All’inizio era tutto molto sperimentale: un laboratorio. Il mio primo interesse era quello di condividere i temi relativi allo sviluppo del movimento in età evolutiva, ma poi mi resi conto che le persone erano interessate anche ad altro.

G: Cosa proponevi dunque, oltre lo studio dei pattern? Puoi descriverci le tue lezioni?

A: Dedicavamo molto tempo all’osservazione. Sperimentavamo con i palloni, e io osservavo quello che facevano i bambini. Grazie alla mia esperienza di danzatrice iniziai a giocare con loro seguendo diversi schemi di movimento nello spazio. M’interessava il sistema vestibolare, che registra il movimento del corpo e quello nello spazio. Ai bambini potevano muoversi liberamente, e noi li osservavamo, offrendo sostegno e qualche stimolo.

G: Che cosa motivava di più i genitori a partecipare? Erano interessati a sperimentare i movimenti anche su se stessi, oppure cercavano una qualche forma di sostegno?

A: La cosa che li motivava di più, credo, era che qualcuno mostrasse interesse per i loro bambini: la messa a fuoco era sui piccoli, e lo è tuttora. Non credo che le persone si rivolgano a noi per un percorso di crescita personale, specialmente se hanno figli. Credo poi che ci fosse una forte componente di socializzazione: per le mamme era un modo di stare insieme e condividere un’attività di gruppo attraverso il movimento. Probabilmente per i genitori c’era anche il desiderio di stare con le sensazioni del proprio corpo, ma per me non era facile spostare l’attenzione su quest’aspetto del lavoro. C’era un altro fatto: le mamme, di norma, a parte condividere la propria esperienza con amici e parenti, si rivolgevano ai medici e portavano i bambini a farglieli vedere. Invece qui, nelle nostre lezioni, avevano la possibilità di mettersi loro a osservare i propri bambini, quello che fanno, come si muovono – una modo diverso di condividere delle conoscenze.

G: Avevate creato un ambiente favorevole all’apprendimento… E come hai visto evolversi le cose nel tempo?

A: Sono diventata più consapevole di quello che i genitori si aspettano da queste lezioni, e ho smesso di preoccuparmi troppo del lavoro di consapevolezza corporea. Ho continuato a dare piccoli input a riguardo, perché fosse più facile per loro stare nell’esperienza. Ma la maggiore influenza sul mio modo di sviluppare il lavoro l’hanno avuta le formazioni IDME ed SME, e successivamente il programma Practitioner. Più andavo avanti nel training e più imparavo a “fare meno”, più capivo l’importanza del “contenere lo spazio”… Col tempo ho approfondito la mia comprensione dello sviluppo infantile: ora sono in grado di far riferimento a dei principi funzionali, e con una struttura alla base mi muovo più liberamente e posso condividere quello che so anche improvvisando e giocando.

G: Quando hai deciso che era tempo di formare altre persone, per continuare a sviluppare il progetto Babyfit?

A: Anche questo è stato un processo piuttosto naturale. Tutto è cominciato quando Angelika è entrata a far parte del progetto, all’incirca due anni dopo i primi lavori.

G: Da che formazione proveniva Angelika?

A: Anche lei è una danzatrice, avevamo lo stesso background. A quel tempo si occupava di tecnica Cunningham, e aveva trovato un bel modo di diffonderla in Slovacchia. Aveva fatto una tesi su Cunningham all’università, era andata negli Stati Uniti, aveva fatto delle interviste…

G: E come decise poi di diventare un’educatrice?

A: Secondo me Angelika ha la capacità di vedere e di agire su più livelli. L’avevo capito anche vedendo come affrontava il lavoro sulla tecnica Cunningham. Poi però era diventata molto curiosa del lavoro BMC sullo sviluppo, anche perché aveva un figlio. Io comunque, conoscendola da quando facevamo danza moderna, mi fidavo di lei. Era coraggiosa nell’affrontare nuove esperienze. Credo davvero di avere sempre avuto una profonda fiducia in lei.

G: Così le hai chiesto di entrare a far parte del progetto.

A: In realtà lei già frequentava quasi tutte le mie lezioni. Poi, a un certo punto, cominciammo a parlare. Lei pensava di potermi aiutare a livello manageriale, poi cominciò anche a insegnare, quando suo figlio crebbe abbastanza per frequentare l’asilo. Ma fu tutto molto graduale, anche se eravamo sempre in stretto contatto…

G: E gli altri educatori, come si sono inseriti?

A: I nostri gruppi con i bebè erano frequentati da una gran varietà di persone, quasi tutte parecchio interessate a quello che facevamo. C’era ad esempio una fisioterapista, una nostra amica, che si occupava di baby massaggio… Ah, ho dimenticato di dire che le nostre lezioni stavano diventando un’alternativa alla fisioterapia! Prima di noi, per i bambini esisteva solo la possibilità di fare della fisioterapia su prescrizione medica. Ma col nostro modo di osservare il movimento dei bambini e di discutere su come incoraggiarli nello sviluppo, diventammo presto un’alternativa alle sedute di fisioterapia. A quel punto decidemmo di dare inizio a un programma di formazione per diventare educatori ed educatrici di Babyfit.

G: Com’era strutturato questo programma?

A: Offrivamo un percorso esperienziale sui processi di sviluppo, basato sulla materia di studio dei quattro corsi tematici del programma BMC®, quelli sullo sviluppo del movimento in età evolutiva. Nel programma erano anche incluse alcune lezioni su come lavorare con i bambini, dalla nascita fin dopo il primo anno di età, altre su come strutturare un gruppo e comunicare con i genitori. Era tutto basato sulla nostra esperienza.

G: Nel coordinare il training, includevi le diverse competenze del team di lavoro?

A: Non saprei… forse è accaduto naturalmente. Quello che cercavo di fare era praticare il più possibile l’embodiment. La comprensione era frutto della nostra esperienza, e poi c’erano anche delle competenze specifiche.

G: Altre mamme seguivano il training?

A: Si, e molte di loro adesso insegnano o lavorano con noi.

G: A quanto pare, si tratta di un’attività in grado di rigenerarsi: chi apprende poi offre ad altri la propria esperienza… Come avete gestito tutto ciò economicamente?

A: Beh, all’inizio era praticamente lavoro volontario. Io lasciavo tutto molto aperto, e lo spazio che ci ospitava si occupava della gestione finanziaria. Poi quando Angelika si unì al progetto abbiamo cominciato a strutturare meglio l’attività: il format era poi quello che proponiamo tutt’ora. Abbiamo tre periodi di attività: un modulo di 8-9 settimane in autunno, uno in inverno e uno in primavera. Proponiamo anche una settimana in estate, ma di solito funziona meno. Di norma si paga per tutto il modulo, si può anche scegliere di seguire solo una lezione, ma la singola costa di più, mentre il modulo intero costa intorno ai 55 euro.

G: Sembra un costo piuttosto contenuto

A: Attualmente il mercato è piuttosto saturo, ora ci sono molte offerte di attività per neonati e bambini. Ma ciò che conta è la qualità, e credo che il nostro lavoro sia veramente di autentica e alta qualità, e che questo sia il motivo per cui le persone continuano  a venire.

Babyfit-group

Il team di Babyfit

G: Quanti educatori lavorano per Babyfit al momento?

A: Dodici, liberi professionisti.

G: Mi domando quanto la cultura e la storia del vostro paese abbia influenzato e favorito la diffusione della vostra attività, rendendo possibile l’offerta di un servizio stabile e per tutti, rivolto a persone di ogni estrazione. In Italia, con le ineguaglianze che ci sono, la società frammentata e uno spiccato individualismo, sarebbe difficile un’impresa privata per diffondere pratiche comuni come qui da voi, non importa quanto alta la qualità della proposta.

A: Capisco quello che dici: quando studiavo BMC negli Stati Uniti mi sono resa conto di quanto la società americana sia basata su un forte senso di individualismo. Al mio ritorno a Bratislava ho ritrovato subito il senso della collettività – una sensazione molto forte. Così ho pensato, ok ci siamo, proviamo, siamo insieme. Sentivo che la nostra proposta andava incontro a un bisogno comune di….

G: … di qualità di vita! Forse le persone qui sono più disposte a credere che un buon servizio possa essere offerto a condizioni egualitarie sia da istituzioni private che pubbliche.

A: E’ molto interessante… io desideravo tantissimo portare il BMC nel mio paese e ho iniziato questo lungo viaggio cominciando dai bambini: sono stati loro la via d’accesso. Come ti dicevo, mi sentivo molto ispirata e lo sono tuttora… ma non conoscevo altro modo per provare a diffondere il lavoro. Ora sento che anche il mondo degli adulti è pronto ad accogliere le idee e i principi BMC riferiti allo sviluppo della persona. Insomma, è interessante che io sia riuscita a preparare un terreno favorevole anche se non ero particolarmente forte nel trasmettere quegli insegnamenti… Credo davvero che il senso di collettività abbia giocato una grosso ruolo in tutto ciò.

G: Come è stato per te, dall’esperienza formativa che avevate maturato negli anni con Babyfit, passare all’IDME, un programma ‘ufficiale’, accreditato da The School for Body-Mind Centering?

A: Non è stato semplice. Ho dovuto rivedere il format dei gruppi mamma-bambino che conducevo poiché, secondo la prospettiva IDME, erano troppo strutturati. Il programma IDME portava maggiore consapevolezza nel comprendere il bambino e la complessità delle fasi di sviluppo.

G: Hai già organizzato due cicli formativi IDME, diretti da Walburga Glatz e con docenti da varie parti del mondo. Si sono formati molti educatori IDME, alcuni dei quali coinvolti nelle attività di Babyfit. La tua visione sul futuro di Babyfit?

A: L’attività dei gruppi bambini-genitori, e sono davvero tanti quelli che continuano a venire, è gestita perlopiù da Angelika, io me ne occupo meno, perché sento che la mia presenza non è più così necessaria. Mi piacerebbe incoraggiare la comunità Babyfit a sviluppare nuovi canali di ricerca e di lavoro: per esempio, collaborare con le scuole, con gli insegnanti… Molti dei nostri collaboratori, quando hanno iniziato, avevano figli piccoli che ora sono cresciuti e vanno  a scuola. Vorrei poter sostenere il bambino che cresce, diffondendo l’approccio somatico e accompagnando la persona per tutto l’arco dello sviluppo e dell’età scolastica.

G: Stai già facendo qualcosa in questa direzione o è ancora solo un’idea?

A: E’ solo un pensiero per ora… Ma uno dei nostri educatori, Roman, sta già sviluppando un lavoro con un gruppo di bambini fino a 6 anni. E altri amici stanno introducendo l’approccio somatico in contesti come i campi estivi.

G: Cosa mi dici del tuo interesse ad estendere il lavoro a persone con bisogni speciali, quanto questo è un tuo personale interesse o invece una naturale evoluzione di Babyfit in questa direzione?

A: Penso che si tratti di entrambe le cose: ci sono già persone con bisogni speciali che vengono ai gruppi e alle sessioni individuali. Ho fatto la mia prima sessione con un bambino con bisogni speciali molto tempo fa, nel 2005 mi pare. Pur non essendo certa di quello che facevo, ho poi ottenuto dei risultati molto interessanti.

G: Nei tuoi gruppi ci sono persone di diverse abilità?

A: Si, e abbiamo imparato molto attraverso la consapevolezza delle diversità: un diverso senso del tempo, un diverso modo di osservare, e un mio diverso modo di prepararmi a lavorare con un bambino o con un altro.

G: Come consideri il tuo lavoro con bambini con bisogni speciali: educativo o terapeutico? Ti relazioni con altre professionalità che operano nel campo della salute?

A: Con i bambini con bisogni speciali credo di avere un approccio più terapeutico, anche se non mi sono veramente mai confrontata direttamente con altri professionisti della salute. Prendiamo l’esempio di Zinka, una bambina con cui sto lavorando: la mamma mi ha descritto il lavoro della terapista di metodo Bobath che sta seguendo la bambina. Ho capito come lavora e anche che il suo punto di vista è molto diverso dal mio, ma sto cercando di trovare dei punti di connessione. Sento che quel lavoro è valido per Zinka, perché vedo che si va rafforzando. So anche che all’inizio quella terapia non è stata facile per lei. E’ comunque interessante osservare il lavoro di un altro professionista, ma da una certa distanza, direi, cercando di comprendere senza giudicare….

G: Stiamo per concludere l’intervista. C’è qualcosa che vorresti comunicare al nostro pubblico, in particolare  a chi è interessato ad applicare l’approccio BMC nel campo dello sviluppo infantile?

A: C’è una cosa che ho scoperto nel tempo: spesso un bambino ci appare felice nel fare quello che sta facendo, qualunque cosa sia. Ma quando a quel bambino si offre una nuova possibilità e lui o lei scopre di poter passare, per esempio, da una posizione seduta al muoversi nello spazio, ecco, allora vedi quel bambino risplendere di felicità! E ci è grato per averlo aiutato ad aprire nuovi percorsi….

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Anka durante una sessione di interazione-gioco a Babyfit

G: Cosa credi che possa rendere così felici?

A: Il contattare la propria forza, il senso di sé.

Grazie, Anka, sono molto felice che con te e Babyfit siamo partner nel progetto SPARKS. Abbiamo molto da condividere!

Dicembre 2013

La rubrica Leben in rete è a cura di Gloria Desideri.

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