Integrare il BMC nell pratica Aikido – Cornelia Linke

di Cornelia Linke

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Uno dei requisiti per diplomarsi in qualità di Practitioner BMC® consiste nell’ideare e completare un progetto che alla fine viene presentato agli studenti e agli insegnanti durante uno degli ultimi corsi della formazione.  Io ho sviluppato un progetto basato su dei parallelismi tra la pratiche e le tecniche di Aikido e alcuni principi BMC sullo sviluppo embrionale: in particolare, quello sui corpi anteriore, intermedio e posteriore e quello sull’invaginazione del sacco vitellino. Ho affrontato questi argomenti sia da un punto di vista pratico, proponendo delle lezioni ai miei compagni di lunga data di pratica Aikido, sia da un punto di vista teorico, cercando di sottolineare i punti in comune fra i due approcci.

Nel corso della prima lezione abbiamo lavorato sulla consapevolezza e la morbidezza del corpo anteriore, e sulle strutture corrispondenti nel corpo adulto. Abbiamo indagato questa qualità morbida e “gustosa” in posizione eretta, trasponendola alle estremità inferiori ed esplorando come una diversa consapevolezza fisica influenzi la consapevolezza relativa allo spazio e al contatto con gli altri. Abbiamo poi integrato questa qualità nella tecnica Aikido chiamata “Men Uchi”, che prevede che un partner segua l’altro attraverso il semplice contatto della mano. Per sottolineare ancora di più la qualità morbida del corpo anteriore, abbiamo poi esplorato la possibilità di seguire il partner anche senza il contatto fisico.

Durante la seconda lezione, abbiamo esplorato il principio di corpo intermedio, integrando le esperienze relative al movimento dell’asse flessibile e della notocorda, mettendo queste in relazione al pattern dell’irraggiamento ombelicale e alle diverse qualità di yield e push nel movimento. L’idea era quella di lavorare sul movimento di flessione totale (anteriormente) ed estensione totale (posteriormente) e sulla trasmissione del movimento lungo l’asse flessibile. L’esplorazione della multi direzionalità del nucleo polposo ci ha supportato nel mantenere una presenza rispetto alle altre direzioni. Abbiamo poi integrato questo lavoro nella tecnica Aikido del ‘Katate Dori’, che prevede l’attacco a un partner sfruttando la qualità della spinta. La domanda che ci siamo posti  è stata: in che modo la qualità di spinta può essere presente in tutto il corpo invece che esclusivamente nel braccio?  L’altro tema è stato la relazione di addensamento ed espansione nel movimento e nello spazio.

Durante la terza lezione, che riguardava il corpo posteriore, abbiamo esplorato il sistema nervoso e la pelle riferendoci in particolare agli aspetti del ‘rilasciare’ (srotolamento verso il basso con attenzione al sistema nervoso) e del ‘dare spazio’ (lavorando sulla percezione delle cavità che circondano l’embrione). Abbiamo poi integrato questi concetti con la tecnica Aikido del “Tenchi Nage”, in cui il partner che agisce cade  a terra all’indietro. La domanda che ci siamo posti in questo caso è stata in che modo il lavoro con la parte posteriore del corpo potesse supportare una maggiore integrità fisica, evitando che la caduta fosse un semplice collassare a terra.

Nel corso della quarta lezione abbiamo affrontato il tema dell’invaginazione del sacco vitellino e  di ciò che resta nel corpo, vale a dire il respiro embrionale. Abbiamo esplorato gli spazi creati dall’impianto del blastocita sulla parete uterina, lo spazio che si crea internamente attraverso il respiro embrionale e lo spazio che si crea attraverso l’invaginazione del sacco uterino. La dinamica di come l’invaginazione del sacco uterino  si trasformi  divenendo il peduncolo di connessione ci hanno portato a un movimento di rotazione delle gambe (“la macina si muove, ma il suo asse è fermo”).   Abbiamo quindi integrato tutto ciò nel movimento Aikido del “Randoori”, una tecnica che prevede che una persona sia attaccata da molti partner in contemporanea ma debba riuscire ad evitare gli attacchi, creando un movimento di rotazione nello spazio.

Alla fine dell’ultima classe ho consegnato agli 8 partecipanti un questionario informale* circa gli eventuali benefici del lavoro relativi a:

– pratica dell’Aikido
– vita quotidiana
-nessun beneficio

Tutti e gli 8 partecipanti hanno risposto, e tutti sembravano aver tratto beneficio dal lavoro proposto.

Le parole emerse relativamente alla pratica Aikido sono state: asse, equilibrio, sostegno a terra, movimenti pieni e completi, natura globale del lavoro e dei movimenti, spazio.

Le parole emerse relativamente alla vita quotidiana sono state: consapevolezza del nuovo, ascolto empatico, assenza di tensione, benessere per la testa/mente e per il corpo.

Alcuni partecipanti hanno poi sottolineato la connessione tra alcune parole:

-Assenza di tensione e consapevolezza del corpo
-Assenza di tensione ed equilibrio
-Comunicazione e mantenimento dello stato di assenza di tensione
-Idea di equilibrio e del gioco con lo spazio
-Scoperta di una relazione significativa tra la parte frontale del corpo (organi e strutture respiratorie) e lo scheletro assiale, sia per la postura che per il rilassamento

Uno dei partecipanti ha osservato alcune connessioni fra diverse parti del corpo:
-Testa/regione della bocca e ginocchia
– Rilassamento della pancia e dell’intestino e conseguente rilassamento di testa e braccia

Un altro partecipante, durante la classe sull’embriologia, ha fatto esperienza del sentirsi in un ambiente acquatico,  riscontrando spontaneamente un parallelismo con  lo sviluppo filogenetico.Altri partecipanti hanno osservato parallelismi con lo Yoga e il Chi Gong.

*Poiché si trattava di un caso a cui avevo lavorato, il questionario e le domande non erano anonime.

Il mio punto di vista

Nella mia ricerca ho potuto osservare che l’Aikido e il BMC hanno molti punti in comune, e tra i più importanti quelli relativi alla comunicazione, al contatto e alla relazione, su cui si fondano entrambe le pratiche. Ciò che dà valore ad entrambi gli approcci è lo scambio continuo tra i partner di lavoro, il processo di modulazione e di adattamento che porta al tema dell’interdipendenza.

L’interdipendenza e lo scambio sul piano dei processi  consci e inconsci è ciò che nutre l’un l’altro.

In entrambe le pratiche i sensi sono la base per l’impulso motore verso l’esterno, supportandolo e sostenendone un’espressione più completa e integrata.

La ricezione di una nuova informazione si trasmette in un agire immediato, divenendo un’espressione nuova nel tempo e nello spazio. A questo si riferiscono i principi di embriologia secondo il BMC, per cui i processi di dare e ricevere avvengono nello stesso tempo.  La stessa cosa può essere osservata nel ciclo di risposta percettiva.

Entrambi sono processi affascinanti, non intenzionali  e non personali.

Un altro parallelismo è relativo ai principi di centro, asse e centri di rotazione, essenziali  in entrambi i metodi.

La parola uguaglianza è risultata essere  importante a più livelli, riferendosi  per esempio all’ uguaglianza tra i partner o all’uguale importanza  di diverse parti del corpo su cui lavorare o da cui iniziare un movimento, così come i centri e le cellule di tutto il corpo. Tutto ciò infatti  implica un pensiero non gerarchico. Tutto ciò  si accorda con il fatto che entrambe le pratiche, l’Aikido e il BMC, sono un crogiuolo che raccoglie persone di diverse professioni e diversa provenienza sociale, culturale, religiosa e di genere.

Il tema della comunità, in questo senso, è molto importante, poiché pone la domanda circa quali potrebbero essere le possibili implicazioni politiche di queste pratiche.

Uno degli aspetti più affascinanti emersi da questa ricerca è stato l’esplorazione dello spazio, di spazi di diversa natura, che ha portato con sé  la domanda circa cosa realmente possono significare  i concetti di dentro  e fuori, cosa è dentro e cosa è fuori. Mi domando se siano realmente due concetti diversi o se non siano la stessa cosa, se non dipendano da una visione bidimensionale. Ecco, questo mi pare un buon punto di partenza per una prossima esplorazione…

foto-LinkeNata nel 1966 a Colonia, in Germania, Cornelia Linke è fisioterapista. Dal 1998, vive e lavora a Parigi. Sin da giovane si è dedicata alla danza  e poi allo studio delle discipline somatiche (Feldenkrais e Alexander). Pratica Aikido da 15 anni e nel giugno 2013 si è diplomata come Practitioner di Body-Mind Centering®.

traduzione: Eleonora Parrello

editing: Gloria Desideri

 

by Cornelia Linke

fotoFor becoming certified as a BMC® Practitioner, one of the requirements is to complete a final project that has to be presented to all peer students and teachers during the last part of the training.

My final project consisted in a parallel exploration of the embryological principles of front, middle and back body and the invagination of the yolk sac (through the BMC approach) and Aikido principles and practice. I did this through practical experience, offering a series of classes to my long-term Aikido companions, and in theory, emphasizing the common points of both practices.

In the first class, we worked on becoming aware of the softness of the front body and its corresponding structures in our adult bodies. In standing, we brought this “yummy” quality to the lower extremities and explored how this change in our physical awareness might influence our awareness of space and contact with others. We integrated this quality in the Aikido technique of “Men Uchi”, where one is supposed to follow the partner making contact simply with one hand. To emphasize the soft quality of the front body, we also explored how one could follow one’s partner even without any physical contact.

The second class was about the middle body, where we integrated the experience of a flexible axis, the notochord, with the pattern of navel radiation, and the quality of yielding and pushing in our movement. The idea was to work on a global movement, of flexion in the front and “de-flexion”, or extension, in the back, that could travel all along the flexible axis. Exploring the multi-directionality of the nuclei pulposi helped us to give presence to the other inherent directions. We integrated this work in the Aikido technique of “Katate Dori”, which is about attacking one’s partner with a push quality. The question then was: how the whole body can be present and not just the arm being used? The other theme being the relationship of densification and expansion in movement and space.

In the third class, being this about the back body, we explored the nervous system and the skin, especially the aspects of releasing the nerves (through the “nerve roll down” technique) and by “giving space” (which means experiencing the sense of cavities surrounding the embryo). This led us to an integration in using the Aikido technique of “Tenchi Nage”, where the partner who has to respond to the other person’s move is supposed to fall backwards. So the question here was: how being aware of the back body could help in maintaining one’s integrity, and preventing from collapsing?

The fourth class was about the invagination of the yolk sac and the memory of the process that remains in us: the embryonic breathing. We explored the space being created by the implantation of the blastocyst in the uterine wall, the space created inside us by the embryonic breathing and the space created by the invagination of the yolk sac. The dynamics of how the latter travels out again becoming the connecting stalk brought us to a turning movement of the legs (“the millstone turns and the axis doesn’t”). We integrated this experience into the Aikido movement of “Randoori”, a technique where one person is attacked by several others and has to divert these attacks, which creates a turning movement in space.

After the end of the fourth class, I handed a brief, informal questionnaire* to the 8 participants about possible benefits of the work:

-concerning the Aikido practice
-beside the Aikido practice, in every-day life
-not having benefits

According to the participants’ responses, it seemed that all had some benefit as a result of the work we did.

The terms that came up in respect to the Aikido work  were: axis, balance, support from the floor, full and complete movements, holistic nature of the work and a global sense of the movements and space.

The terms that came up in respect to every-day life benefits were: awareness of new things, empathetic listening, relaxation, well-being for the “head” and the body.

Interestingly some participants emphasized the connection between two words :

-Relaxation and awareness of the body.
-Relaxation and balance.
-Communication and keeping a state of relaxation.
-Having a sense of balance and playing with space.
-Finding a significant relationship between the front of the body (guts and breathing structures) and the skeletal axis, for both posture and relaxation

One participant found connections between different body parts :
-the head/mouth region and the knees.
-Relaxing the belly helps the head/arm region to relax.

Another one, during the classes on embryological material, experienced herself as if living in a watery environment, spontaneously finding parallels and correspondences with the phylogenetic development. Others found some connections with Yoga and Chi Gong.

* As this was a case study, on which I had worked by my own, the questionnaire and the answers were not anonymous.

My own perspective

One of the most important points that I have found in common between Aikido and BMC is how important communication is: contact and relationship literally concern both practices. Their value lies in the ongoing exchange between partners, in the process of modulation and adaptation which leads to the concept of interdependency.

Interdependency and exchange between the ongoing conscious and unconscious processes, which then nourish each other.

In both practices, the senses are the basic ground for the motor output and aid in improving it, making it more complete and integrated.

As each bit of information is received, it is immediately transmitted and converted into a new doing. It becomes then a new expression in time and space. This refers to the BMC embryological principles in which processes of giving and receiving happen at the same time. It refers to the perceptual-response cycle as well.

As both are compelling processes, they are non deliberate and happen beyond the personal level.

Another correspondence is the issue of center(s), axis and centers of rotation that are essential in both methods.

Equality is an important concept, at various levels: equality between partners, equal importance of body regions to work with and initiate movement from, as well as of centers and cells in the body. This implies a non-hierarchical form of thinking, at least in this respect. This goes together with the fact that both practices are a melting pot for people coming from different professional, social, cultural and religious backgrounds and of different gender.

The aspect of community is a very important one. It leads to asking oneself what possible political implications these practices might have.

One of the most fascinating aspects that I feel it has resulted from my research for final project is the exploration of space and of different spaces. The questions that go along are: what is the inside and what the outside? Are they really different or are they the same? Do they depend on a two-dimensional perspective? A good starting point for more explorations to come …

foto-LinkeBorn in 1966 in Cologne, Germany, Cornelia Linke is a Physical Therapist and has been living and working in Paris, France since 1998. She has been practicing dance and studying somatic approaches (like Feldenkrais and Alexander) since her early twenties. She has been practicing Aikido for about 15 years and became a certified Practitioner of Body-Mind Centering® in June 2013.

editing: Gloria Desideri

Intervista con Jocasta Crofts

Jocasta Crofts (IDME 2007, SME 2009) è stata intervistata da Eleonora Parrello (SME 2012) nel corso di una foto jocasta 2conversazione Skype.

Ciao Jocasta, per iniziare, cosa diresti in sintesi di te e della tua vita?

Sono una mamma single, vivo a Bristol, Regno Unito, in una casa dove abitano altre 13 persone di tutte le età, diciamo, un casa multigenerazionale. Vivo in un appartamento insieme a mio figlio e a due care amiche, mentre mio padre e la mia matrigna vivono al piano di sotto. Ho viaggiato a lungo, per circa 10 anni, ma negli ultimi tempi ho messo radici e mi sento connessa più alla comunità locale che a quella globale.

Mi dici di aver viaggiato molto, per 10 anni, ci racconti dove sei stata?

Credo di avere uno spirito gitano, sono andata in così tanti posti! Sono stata tanto in India, negli Stati Uniti, ho girato molto l’Europa, tre anni in Finlandia, un anno in Francia, e per un breve periodo in Australia e Nuova Zelanda. Di solito quando viaggio studio anche, cioè seguo delle formazioni o dei seminari… Il contatto con una comunità mi cambia sempre molto. Non sono il tipo di viaggiatrice a cui piace starsene sdraiata in spiaggia. Ma negli ultimi anni, come dicevo, sto affondando radici, sono più stabilmente a casa.

Puoi raccontarci qualcosa degli studi che hai fatto durante I tuoi viaggi?

Ecco, diciamo intanto che il punto centrale della mia vita è il corpo, il corpo fisico, anche se altrettanto importante è l’essere interiore, connesso alla dimensione spirituale… il restare in ascolto verso l’interno. Ho fatto del lavoro meraviglioso attraverso la danza, la performance, l’educazione somatica e il BMC, la meditazione, lo yoga e il bodywork. Purtroppo negli ultimi tempi non ho avuto così tanto tempo da dedicarmi a tutto ciò e poter restare in contatto con queste pratiche. Ma tutto quanto è lì sopito e all’occorrenza si manifesta istintivamente.

Puoi spiegare meglio cosa intendi quando parli del corpo fisico e dell’essere interiore?

All’incirca nel ’97 ho scoperto di amare il corpo. Inizialmente era un qualcosa di principalmente fisico che poi ho sempre più interiorizzato. Nella danza è diventato l’esplorare le qualità del solido e del morbido tra, tra l’esterno e l’interno, per così dire tra il mondo fuori e il mondo dentro. Ho iniziato a conoscere e a esplorare l’approccio somatico quando avevo trent’anni, durante un corso di danza che frequentai per tre anni in Finlandia. Il programma di quel training si basava sul BMC, per cui trascorremmo tre anni a strisciare per terra, a studiare scheletro e organi e come si muovono i bambini. Fu durante quelle lezioni di danza che cominciai a interessarmi veramente al BMC.

Mi domando se quando parli di un mondo fuori e un mondo dentro non vi sia l’eco di un qualche conflitto tra i due… In che misura la percezione di questa ‘dualità’ ha influenzato la tua ricerca attraverso i viaggi, lo studio e la pratica nella danza, nella somatica, nella meditazione?

Quando avevo vent’anni praticavo l’arte del circo e anche yoga, shiatsu, Qi Gong. Erano esperienze della vita molto diverse tra loro: da una parte il mondo dentro di me e dall’altra quello fuori e adrenalinico del circo. A quell’età in effetti credo che vivessi questi ambiti in conflitto tra loro. Ma poi, quando iniziai a praticare danza, educazione somatica e BMC, il corpo fisico divenne sempre più integrato grazie al dialogo tra il mio interno e l’esterno. Cominciai allora a sentire sempre più armonia, meno tensione. Poi, più tardi, quando andai in India, mi si aprì davanti ancora un’altra dimensione. In India all’inizio studiavo yoga, ma non era lo yoga in sé che mi toccava. Vissi a lungo in un ashram della comunità di Osho. Quello che mi attraeva profondamente erano i rituali e le danze che si praticavano, perché avevano qualcosa di molto spirituale. La danza e i rituali sono cose che amo molto, sono importanti per me. Credo di avere sempre avuto il senso della spiritualità. Nell’ashram sperimentai diverse tecniche di meditazione, ma soprattutto feci esperienza del fatto che qualunque cosa può essere una meditazione: mangiare, lavare i piatti, ridere, danzare, urlare – sì, qualunque cosa può essere una meditazione. Questo fece realmente scattare qualcosa dentro di me. Nell’ashram in realtà ci veniva spiegato che noi non siamo il nostro corpo, non siamo la nostra mente né il nostro corpo fisico. All’epoca era molto difficile per me capire questo concetto perché ero innamorata proprio del poter essere nel corpo. Amavo tutto il lavoro corporeo, la somatica, e non volevo non essere nel corpo! Poi però riuscii a integrare l’esperienza, e capii che non essere nel corpo significava piuttosto essere connessi ancora più profondamente al corpo stesso, amarlo, lavorarci, e grazie al fatto di ESSERE nel corpo, vivere le esperienze della vita in modo ancora più profondo. Fu un viaggio molto interessante. La parola embodiment, come ci piace usarla in BMC, oggi per me significa questo: quanto più sono nel corpo, cioè consapevole e radicata nella vita fisica che conduco, tanto più mi sento in connessione con lo spirito. Più mi connetto alla terra, al suolo e al corpo e più mi sento connessa interiormente.

Ecco dunque che la parola embodiment ci porta al BMC: dicevi di aver incontrato quest’approccio durante la tua formazione di danza?

Sì, quando avevo trent’anni. Tutti i miei corsi di danza all’epoca erano basati sul BMC.

E quando decidesti di seguire il programma di studio SME?

Studiavo danza in Finlandia, e dopo solo qualche lezione di BMC capii che avrei voluto saperne di più. Così trovai in biblioteca “Sensing Feeling and Action” [“Sensazione, emozione, azione” di Bonnie Bainbridge Cohen, SomaticaEdizioni 2011] e passai l’inverno a leggerlo! Poi decisi che allo scadere dei tre anni del training che stavo facendo, avrei studiato BMC. Così è stato: un anno dopo la fine della scuola di danza iniziai il programma BMC negli Stati Uniti. Alcuni anni dopo, ho frequentato il programma IDME in Italia.

Nel frattempo continuavi a viaggiare da un posto all’altro?

Per circa 2 o 3 anni ho danzato spostandomi tra gli Stati Uniti, l’India e l’Inghilterra, ma sono stata soprattutto in India. In quel periodo mi dedicavo alla pratica spirituale e studiavo BMC, Il che mi dava un gran senso di radicamento. In quei 3 anni mi sentivo completamente trasportata in un altra dimensione: non sapevo più come mi chiamavo, non sapevo cosa stava succedendo. In un certo senso, attraverso le nuove esperienze che facevo, stavo ricostruendo completamente me stessa. Nancy Stark Smith, la “progenitrice” della Contact Improvisation, ha denominato “vuoto” quella dimensione spaziale in cui non sai dove ti trovi. Il vuoto è quando sei totalmente disorientato. Il bello è che, se sai di essere nel vuoto, allora puoi restarci e affrontarlo. Ecco, in quei tre anni io mi sentivo così, come nel vuoto: mi arrivavano così tante nuove informazioni che non potevo andare avanti, dovevo solo assorbirle, lasciarle sedimentare e così ricostruire me stessa. Poi arrivò il tempo della trasformazione, e arrivò al momento giusto. Fu un periodo meraviglioso e spaventoso allo stesso tempo, la vita ricominciò a fluire lentamente e a prendere una nuova forma. All’epoca avevo circa 37-38 anni.

Dici che il BMC e le tue esperienze in giro per il mondo, specialmente quelle fatte in India, hanno contribuito al tuo processo di radicamento e di crescita: c’è un terreno comune tra la meditazione, la spiritualità e il BMC?

Quello che amo del BMC è che è possibile applicarlo praticamente a tutto, perché si fonda sul corpo e sull’esperienza personale. Mi piace anche il fatto che il BMC non mi dice cosa devo fare o chi devo essere. Bonnie dice spesso “Io sento questo, tu cosa senti?”. Apprezzo il fatto che la fondatrice del BMC non dica mai “è così”. BMC non ha copyright, dà valore all’esperienza individuale di ciascuno nella vita. Mi sono sempre sentita al sicuro col BMC, perché è nel mio corpo. Qualunque esperienza può essere tradotta nel corpo e il corpo non mente mai. Può essere confuso, ma non è mentitore. Devo dire che BMC mi ha veramente aiutato a integrare tutte le esperienze che mi si erano stratificate nel corpo.

Ci diresti qualcosa di tuo figlio, Indra? E’ nato prematuramente, giusto? Immagino che l’esperienza della nascita di Indra abbia rappresentato un momento molto difficile e impegnativo per te…

Quando ero incinta sentivo di essere una sorta di tramite, come se dal cielo si canalizzassero attraverso di me degli insegnamenti, dei messaggi da registrare. Quando poi Indra è nato, anche se era in anticipo di 3 mesi (pesava circa 1kg), avevo molta fiducia in quello che stava accadendo. In un certo senso avevo fiducia che dovesse andare così, che io dovessi affidarmi a questa danza tra lo spirito, ovvero il disegno più grande, e la materia, cioè il corpo.
Ricordo che subito dopo la nascita di Indra una delle infermiere dell’ospedale mi chiese “come fa a essere così calma e felice?” e si domandava se dipendesse dal fatto che io pratico meditazione. In effetti era così: ho vissuto quel periodo in ospedale come una lunga meditazione, basata sul rimanere presente, sul sentire l’amore, non sapere cosa sarebbe avvenuto in seguito. Tutto ciò mi è stato di grande aiuto. Ma anche il BMC mi ha aiutato tanto.

In che modo il BMC ti ha aiutato in quel frangente?

Indra era in incubatrice. Io lo guardavo e sapevo che il suo corpo sarebbe dovuto stare in flessione totale, appallottolato, come se fosse ancora nel mio grembo. Ma questo non avveniva. Io conosco il valore della flessione, della compressione. L’ho sperimentata tanto nella danza, e so che mi porta a un maggior senso di me stessa, mi dà consapevolezza dell’essere nello spazio. Una buona compressione mi radica e mi fa sentir bene. Mi rendevo conto che Indra non stava avendo la possibilità di vivere quell’esperienza. Sapevo che comprimere gli organi stimola il sistema nervoso parasimpatico, che aiuta a calmarci. Lui invece era lì in ospedale, con luci abbaglianti, rumore, macchinari e un sacco di gente intorno che gli faceva di tutto. Si trovava in una condizione di dolore costante, con il corpo in una posizione di estensione estrema, gli arti allungati. Il suo sistema nervoso era sotto shock, nella paura. La cosa migliore che potevo fare era aiutarlo a stare il più possibile dentro se stesso, ricurvo in flessione. Così feci un esperimento con il primo dei pattern neurologici di base: la vibrazione. Volevo aiutarlo a ritrovare l’esperienza della vibrazione, come se lui fosse ancora nella mia pancia. Provai a far risuonare la vibrazione della mia voce nel suo corpo, cantando in armonia e al ritmo dei suoni prodotti dai macchinari nella stanza, poiché in un certo senso l’incubatrice, le infermiere e le macchine per lui erano come un grembo. Non era più nel mio, ma esisteva un grembo artificiale che lo conteneva. Così cercai di creare un ambiente il più possibile simile a quello del grembo materno, nonostante il dolore, gli aghi e tutte le procedure che lo tenevano in vita. Cercavo di aiutarlo il più possibile a stare dentro se stesso. Ogni giorno lo tenevo in braccio. In ospedale incoraggiano il contatto e le coccole, e quando lui riposava sul mio corpo tornavamo finalmente ad essere come un tutt’uno. Non lo toccavo molto né gli parlavo gran che, cercavo semplicemente di farlo riposare sul mio corpo lasciando che si stabilisse questa fusione tra noi, per tornare a sentirci connessi l’una con l’altro. I primi pattern neurologici di base mi furono di grande sostegno, e li usavo più che potevo. Tutto questo supporto veniva dalla mia esperienza di vita. Penso invece che molti genitori nella stessa situazione non sappiano davvero cosa fare e vivano un senso di grande frustrazione, sentendosi perduti.

Ho capito bene, potevi quindi toccarlo, avere un contatto corporeo con lui?

Si, a volte me lo tenevo addosso, stabilendo un contatto a pelle oppure attraverso i vestiti. Era così piccolo che i suoi piedini sparivano dentro il mio reggiseno, spesso lo tenevo proprio qui [mi mostra la zona dello sterno]. Quando Indra aveva appena due giorni, mi capitò un’esperienza molto forte. Era stato operato perché aveva una piccola perforazione all’intestino. Dopo l’operazione era stato intubato dalla gola perché continuasse a respirare. Aveva così tanto dolore che continuava a inarcarsi cercando di liberarsi dal tubo. Era sotto shock, per via della nascita, degli aghi e di tutto quello che avevano dovuto fargli durante l’operazione. Così, io a un certo punto gli misi una mano sotto la testa e una sotto la zona pelvica, come quando si ascolta il ritmo craniosacrale. Rimasi così per circa un’ora, lasciando che lui si riposasse profondamente nelle mie mani. Per almeno 40 minuti sembrava che non sarebbe mai riuscito a rilassarsi, poi finalmente qualcosa in lui si sciolse e, nonostante il suo corpo non arrivò a flettersi, riuscì a trovare una posizione con la schiena allungata invece che inarcata. Fu molto importante per me sentire che attraverso le mie mani Indra era riuscito a rilassarsi e a lasciare andare qualcosa. Se riuscii ad aiutarlo, lo devo al mio training in BMC, che mi ha dato la consapevolezza di poter offrire a Indra tutta la mia presenza, in qualunque situazione lui fosse, e la possibilità di lasciarsi andare e riposare. Tutt’ora, quando Indra si agita eccessivamente ed è necessario calmare il suo sistema nervoso sovrastimolato, io lo aiuto così.

E’ molto emozionante ascoltare tutto questo… mi torna in mente quello che hai detto all’inizio, riguardo a un esterno e un interno… in un certo senso tu sei stata testimone del processo di sviluppo di tuo figlio, osservandolo dall’esterno, restando però costantemente connessa a lui dall’interno… non posso immaginare come una madre che abbia meno conoscenze e meno strumenti possa affrontare una situazione così difficile, con quale sostegno per lei e il bimbo prematuro… penso debba essere davvero…

…terribile!! In effetti, in un certo senso credo di essere stata la madre perfetta per Indra: tutto quello che avevo imparato nella vita era lì a darmi sostegno, proprio per lui in quel momento. È incredibile: tutte le mie capacità e le mie forze si sono concentrate. Tutto quello che Indra stava vivendo era terribile, ma allo stesso tempo mi rendevo conto che dono del cielo fosse il fatto di avere a disposizione il massimo delle mie forze per poterlo aiutare! Mi sento male quando penso ai genitori di bambini prematuri. Vorrei scrivere un libro, per cercare di aiutarli. Nel periodo in cui stavo in ospedale tenevo un diario, tutti i giorni, e ho fatto anche moltissime foto, tutto il tempo.

Si, credo proprio che dovresti realizzarlo!

Si, in effetti è proprio qualcosa che voglio fare. Sono contenta di poterne parlare con te, perché così posso tirare un po’ fuori quello che ho vissuto, quantomeno un pochino…

… penso sinceramente che dovresti scrivere di questa tua esperienza e mi domando se, scrivendone, tu non possa anche portare la tua conoscenza ed esperienza in ambito BMC in un contesto di lavoro con persone che potrebbero veramente avere bisogno del tuo aiuto.

Beh, al momento lavoro con mamme e bambini, e propongo il lavoro IDME. Propongo molto spesso questi argomenti, anche se i bambini con cui lavoro non sono prematuri. E’ abbastanza difficile entrare in contatto con bambini prematuri: sono protetti e tenuti in isolamento negli ospedali, nessuno può far loro visita, a parte i genitori e i parenti più stretti. Piuttosto, mi piacerebbe raccontare la mia esperienza ad altre persone che studiano BMC: nel caso venissero a contatto con bambini che hanno bisogno di aiuto, potrebbe essere utile che sapessero della mia storia.

Quanti anni ha tuo figlio adesso, e come sta?

Ora ha due anni. Sta bene, è molto attivo fisicamente. Il suo sistema nervoso è un po’ iperteso, ma io so come aiutarlo a riequilibrarsi. E’ un bambino adorabile, molto sensibile. Dato che siamo stati separati alla nascita, considerando quanto sia fondamentale la vicinanza al proprio bimbo per poter sviluppare un sano attaccamento, negli ultimi due anni gli sono stata molto vicino, anche dopo il periodo in ospedale. Ora credo che abbiamo un ottimo legame. Lui è felice, ed è anche indipendente quando si sente al sicuro. Mi pare che se la stia cavando benone!
C’è solo una cosa che mi preoccupa: il cibo. Indra non mangia molto. Penso che dipenda dal periodo in ospedale, da tutti quei tubi che gli hanno messo in gola. Non gli è stato possibile sviluppare la capacità di dire si o no a ciò che gli accadeva nel corpo, di scegliere ed stabilire dei sani confini. Non vuole mangiare e fatica a concedersi un buon nutrimento. È una cosa che mi spaventa un po’, anche se so che ogni madre si preoccupa se il proprio figlio non mangia abbastanza. Per questo cerco di aiutarlo a equilibrare il suo sistema nervoso, a far sì che il mangiare possa diventare un’esperienza piacevole. A volte lo allatto ancora, per dargli del nutrimento in più.

Sei una mamma single, vivi in una comunità che ti sostiene. Cosa mi dici del tuo lavoro, cosa fai esattamente?

Insegno BMC – IDME, e lavoro con genitori e bambini insieme.

Dove?

In un centro privato per l’infanzia e la maternità. A casa offro sessioni di massaggio indiano.

Nel centro in cui lavori hai mai parlato della tua esperienza in ospedale, del tuo bimbo prematuro, e dell’intenzione di scriverne un libro?

Beh, sto aspettando di prendermi più spazio, più distanza dall’accaduto.

Danzi ancora?

Si, danzo. Ho sempre danzato durante la gravidanza e lo faccio tutt’ora che sono mamma. Ma non così tanto. Insegno danza e Contact Improvisation. Spesso porto Indra con me allo studio, così può gironzolare e danzare anche lui.

Viene con te anche durante le tue classi BMC con genitori e bambini?

No, perché distrarrebbe troppo la mia attenzione dal lavoro.

Beh, considerando che sei una mamma single, fai moltissime cose! Usi il BMC anche nelle tue lezioni di contact?

Oh, certamente! Tutto quello che faccio si fonda sul BMC. Per me è come la terra sotto i piedi.

Penso che la scrittura aiuti molto a integrare ed elaborare le esperienze. Alle volte quello che ne esce è davvero sorprendente… Spero quindi che inizierai a scrivere il tuo libro e inaugurerai una nuova fase nella tua evoluzione…

Grazie. In effetti, dopo l’esperienza in ospedale, per un anno ho avuto bisogno di spazio, poi l’anno successivo il mio corpo ha cominciato a soffrire per la mancanza di esercizio fisico. Ma adesso sto meglio, mi sento più centrata e credo di avere fatto abbastanza spazio dentro di me per essere attiva. Come ti dicevo, mi piacerebbe prima condividere la mia esperienza con altri educatori e allievi IDME, perché penso così di poterla scaricare dal mio sistema e lasciarla fluire… Direi che tutto questo che mi è capitato è, in un certo senso, una specie di dono dell’universo. Mi sento un po’ come un tramite, disposta alla condivisione.

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Marzo 2013
La rubrica Leben in rete è a cura di Gloria Desideri
Intervista: Eleonora Parrello
Traduzione in inglese: Eleonora Parrello
Editing: Gloria Desideri

Jocasta Crofts (IDME 2007, SME 2009) was interviewed by Eleonora Parrello (SME 2012) during a Skype meeting.
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Hi Jocasta, to begin with, what would you say about yourself and your life?

I am a single mum, I live in Bristol, UK, in a community, a house with 13 other people, of all ages, it’s multigenerational. My father and step mother live downstairs and I live in my apartment with two very good girl friends and with my son. I’ve done a lot of travelling for 10 years and now I’m more rooting and connecting to the community-the local community rather than the global one.

You said you’ve been travelling for 10 years, where about?

I think I have a gipsy spirit, I’ve travelled so many places! I’ve been to India a lot, I’ve been to the States, a lot around Europe, I spent three years in Finland, a year in France, I’ve been in Australia and New Zealand a little bit. Generally, when I travel I study, I do training courses or workshops… living in communities, that changes me a lot. I’m not the kind of hanging-out-lying-on-the-beach traveler. But in the last few years I’m becoming more stable, rooting at home.

You said that during your travelling you did study, can you say something more about it?

Well, the core for me in my life is the body, the physical body, but also the inner being, as a spiritual connection… or just a listening inside. I did amazing work through dance, through performance, through somatic exploration and BMC, meditation, yoga and body work. Unfortunately recently I haven’t had much time for being connected with all this, but everything is sleeping underneath and is coming out through my instinct and through necessity.

Can you explain better what you mean when you talk about the physical body and the inner being?

I think that around ‘97 I discovered that I love the body, and at first it was something more physical, then it became more internal, and in dancing it grew into an exploration between the hard and the soft, the external and the internal, so in a way the outside world and the inner world.

In my 30’s I started to really explore the somatic field through a dance training that I did in Finland, it was three years long. The base line in that training was in BMC, and we spent three years crawling on the floor and learning about our skeleton and organs, and also about how babies move. Somehow I got very interested in BMC through these dance classes.

I wonder whether talking about an outside world and an inner world has an echo of a conflict between the two… So how did the perception of this ‘duality’ influence your research through travelling and through your studies and practice in dance, somatic, meditation?

In my twenties I did a lot of circus and also a lot of yoga, shiatsu, Qi Gong and they were very opposite experiences of life – the inner world and the external adrenalized world of circus. In my twenties I would say that the inner and the external world were in conflict but when I started to practice dance, somatics, BMC, the physical body became very integrated through the dialogue between the inside and outside, and there was much more harmony, much less tension. Later, when I went to India, another dimension came in. I did study yoga there at first, but it was not really the yoga that touched me. I was in an ashram, an Osho ashram, for a long time, and what attracted me were the celebrations and dancing there because they were very spiritual. Dance and celebration are things I love, they are very important for me. I’ve always felt a sense of spirituality. Thorough the ashram I experienced many kinds of meditations, and that everything could be a meditation: eating your food, washing up, laughing and dancing, shouting – anything can be a meditation. That really shifted something inside me. The interesting part was that in the ashram they talked about the fact that we are not our body, we are not our mind, we are not the physical body. At the time for me it was hard to understand because I was in love with being my body, I loved all the body work, the somatics, and I didn’t want not to be my body! But then I somehow integrated the experience: not being the body but being more deeply connected to the body, loving the body, working through it and having deeper experiences of life really BEING in my body.

That was a very interesting journey. Now this word we like in BMC, ‘embodiment’, for me that means that the more in the body I am, which means really being aware or just to be very grounded at living life, the physical life, the more I feel in contact with the spirit. The more I connect with the earth, the ground and the body, the more I feel connected inside.

So, yes, the word embodiment brings us to BMC: when did you meet this approach, was it during your dance training?

Yes, it was in my thirties. All my dance courses at the time were based on BMC.

And how did you choose to follow the SME training program?

As soon as I did a few BMC classes, in my dance training, I knew I wanted to know more, so I got ‘Sensing Feeling and Action’ from the Library and spent the first winter just reading it! Later I decided when I finished the three years that I would go and study BMC, so a year after I finished my dance training, I started my BMC training in the States. Then I did my IDME training in Italy.

And in the meantime you were still travelling around, back and forth?

I kind of danced between the States, India and a little bit of England, for about 2 or 3 years, but I was mainly in India. In that period I had all this spiritual practice going on and also the BMC study, which was grounding me and it was very deep. For those 3 years, I felt like I was completely taken apart, I didn’t know what my name was, I didn’t know what was going on, I was completely reconstructing myself somehow through these experiences. Nancy Stark Smith, the grandmother of Contact Improvisation, named the place where you don’t know where you are “the gap”. The gap is when you are totally disorientated, but if you know that you are in the gap, you can hang out there and deal with it. During those three years I felt like that, like I was in a gap, when there is so much new information coming in and I couldn’t go forward, I just had to absorb and let it settle and reconstruct myself, and then something changed when it was the right time. It was an amazing and scary time and then life started slowly to move on again with a new form. That was about when I was 37-38.

You say that BMC and all your experiences around the world, especially in India, contributed to your grounding and growing process: is there a common ground in your path through meditation, spirituality and BMC?

What I love in BMC is that you can apply it to almost everything, because it’s based in the body and in your experience, and I love the fact that BMC is not telling me what to do or to be. Bonnie always says: “I feel this, what do you feel?” I love the fact that the main teacher is still not saying: “it’s like this”. It’s not copyrighted, it gives value to everyone’s individual experience of life. I’ve always felt very safe in BMC because it’s in my body. Any experience can be translated into the body and the body doesn’t really lie to me, it can be confused but it’s not really lying. So I think that BMC helped me to integrate all the experiences that were packed into my body.

Would you tell us something about your little boy Indra? He was a premature baby, right? I guess that all that you experienced after Indra’s birth must have been a very hard and challenging moment for you…

Being pregnant I felt very much like a channel, through heaven were coming teachings or “downloads”. So, somehow when he was born, even though he was 3 months early (he was about 1 kg), I had a lot of trust in what was happening. Somehow I trusted that it was meant to be, I trusted in the dance between the spirit, or the bigger picture, and the physical.

I remember, just after Indra’s early birth, one of the consultants in the hospital was asking me “how is it that you seem so happy and calm”, he was wondering if it was because of the meditation. And it was. I actually took the hospital as a long meditation in presence and love, in not knowing what would follow next, and that was very helpful. But also BMC supported me a lot.

In which way did BMC support you?

Indra was in an incubator, and I knew that he should be in flexion, as a small ball, like as if he was still in my belly, and he wasn’t. I know the value of flexion, compression. I’ve experienced it a lot in my dance, and that is what gives me a sense of myself, awareness in space. A good squashing really grounds me and makes me feel happy, and I knew that Indra wasn’t going to get any of that. I knew that squashing the organs can stimulate the parasympathetic nervous system, which is the thing that can calm you down. He was in the hospital with bright lights, very noisy, with machines and people around doing things of all kinds to him. He was in constant pain and was in this body position where he was over extended with his limbs over streached. He was in shock and fear in his nervous system. I knew that the best thing I could do was to help him to stay as much as possible inside himself, curled around his own belly, in flexion. So, I experimented with the very basic developmental pattern, which is vibration. I wanted to support him back into the state of vibration as if he would have been in my belly. I tried to sing the vibration into him, singing in tune and rhythm with the machines in the room. In a way that incubator, the nurses and the machines were like a womb for him. Because he wasn’t in my womb anymore, there had to be an artificial womb for him. I wanted to create a womb-like environment despite all the pain, all the needles and all the procedures that were keeping him alive. I wanted to to help him find the way back inside him self as much as possible, and everyday I tried to hold him. In the hospital they actually encourage cuddling time, so he could rest on my body and we could be one again. I didn’t really touch him a lot or talk to him, I just tried to let him lie on me and letting him melt into me, connected again to me. The very basic developmental patterns were quite a support, and I stayed with them as much as I could. This was all support I had from my life experience, and I think that a lot of parents in the same situation don’t know what to do and feel very frustrated and helpless.

So did I understand well, could you really get in touch with him, having him in contact with your body?

Yes, he lay upon me, skin to skin, or clothed. He was so small that his feet would be tucked into my bra, often he could sit just here (she shows me her sternum). One thing that was really powerful for me was when he was two days old. He had had an operation because had a little hole in his intestines. After the operation he had to have a pipe down his throat to make sure he kept on breathing, it was very uncomfortable for him so and he was arching a lot trying to pull away from the pipe. He was also in shock, because of the birth, all the needles and everything they had to put inside him for the operation. So, I put my hand underneath him, under his head and pelvis, and just like when you listen to the craniosacral rhythm, and I stayed like that for about an hour, letting him relax deeply into my hands. For about 40 minutes he couldn’t relax and finally something melted in him, and even if his body didn’t come into flexion, at least he came to a straight back, rather than an arched one. Through my hands, he could really relax and let go, and for me that was really important. Being able to do that came from my BMC training, being able to stay present, to just be with him, wherever he was at, to offer him something so that he could finally let go and rest. Even now I help him in this way when he gets too hyper, because his nervous system is quite stimulated and he needs to calm down.

This is all very moving to hear, and It makes me think about what you said at the very beginning, about the outside and the inside… Because in a way you have been witnessing the developmental process of your baby from the outside, but constantly being connected with him from the inside… I can’t imagine how a mother, with maybe less elements or knowledge, could manage to support herself and her premature baby in such a hard process… I think it can be really…

… awful!! In a way, I think that I was the right mother for Indra, because everything I had ever learned in my life supported my being there for him, in that moment. It was incredible for me: all my skills and powers came together. It was terrible that he was going through so much pain, but I found that it was a gift from heaven that I came into my power to support him as much as possible. I do really feel very bad for a lot of parents. I really want to write some sort of helpful booklet. When I was in hospital, I kept a journal everyday and I took lots of photos all the time.

Yes, maybe you should really do it!

Yes, it’s something I want to do. I’m actually really happy to talk to you, because talking about this experience, in a way, brings it out of me, a little bit out…

… I think you should really write about this experience and I’m wondering whether it could be also a way to integrate your BMC knowledge and experience in a working field with people that might need your help.

Well, currently I’m working with mothers and babies, doing IDME work. I teach a lot around these topics, but these babies are not premature babies. You know it’s quite hard to get to work with premature babies. They are totally protected and kept in isolation in the hospitals, no one is allowed to visit them except for the families and close friends. I would like to visit during the IDME courses and share all my experience with BMC students, because they might meet more babies and be able to help them after hearing my story.

How old is your boy now, and is he fine?

Now he’s two. He is fine, very active and physical. His nervous system is quite highly set, but I know how to help him to re-balance. He is quite sensitive, really a lovely guy. Having had all this training, about staying close to your baby if you have been separated at birth, because otherwise you miss the bonding, I’ve kept myself very close to my child in the last two years, not just in the hospital. And now I feel we have a very good bond. He is happy, and he is also very independent when he feels safe. In my experience I think he’s doing pretty well!

There is only one aspect which makes me anxious: feeding. Indra is not a very good eater. I think it’s really coming from the period in the hospital, having had all the pipes put down the throat, it made him lose his choice to say yes or no to what happened to him or what came into his body, to make choices and be clear in his boundaries. He doesn’t really want to eat that much and he finds it very hard to allow in good nourishment. That can be a bit scary, and for sure every mother worries if her child is not eating enough. So, I try to help him to stay balanced in his nervous system and make sure that he can develop an experience of enjoying the food. We’re still breast feeding to give him some extra nourishment.

As a single mother, you live in a community that supports you and give you some help. So what about your work, what do you do exactly?

I teach BMC-IDME work, working with parents and children together.

Where does it happen?

I work in a private baby and pregnancy center, I also give Indian massage at home.

In the pregnancy center where you work, have you ever talked about your experience in the hospital with your premature child and about the intention to write some kind of booklet about it?

Well I am waiting to have space and more distance.

Do you still dance?

Yes, I dance, and have danced all the way through my pregnancy and motherhood. But not so much now. I teach dance and Contact Improvisation, and I take Indra a lot to the studio with me, to be around and in the dance.

Does he also come with you during your BMC classes with parents and children?

No, he would draw my attention away from my work too much.

So, considering that you are a single mum, you do a lot of things! Do you use any BMC work during your contact classes?

Oh yes, everything in my work is based on BMC, it’s like the ground now for me.

I am thinking that writing is a very good way to integrate and process experiences. Sometimes what comes out can be really surprising so… I really hope that you will start writing your booklet, to open up a new phase in your evolution…

Thank you. You know the first year I needed more space from the experience of the hospital, the second year my body was hurting so much for not getting much exercise, but now I am more balanced and I think I have space enough inside myself to do that. You know I would love to share my experience with IDME people because that would help me to make it flow out of my system… in a way, I would say, all this experience for me it’s really like a gift from the universe. I feel more like a channel, willing to share.

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Leben Network is curated by Gloria Desideri
This month interview by Eleonora Parrello
Editing by Gloria Desideri

Intervista con Maria Corno

Maria Corno, Somatic Movement Educator e insegnante di Metodo Funzionale della Voce, è appassionata ed esperta camminatrice sulle antiche vie dei pellegrini. Gloria l’ha incontrata alla fine di maggio, durante la sua sosta a Viterbo e poi a Roma all’arrivo. L’intervista è stata fatta successivamente via Skype.

... in cammino sulla via Francigena

… in cammino sulla via Francigena

Gloria-  Maria cara, avevo immaginato d’intervistarti camminando al tuo fianco sulla Via Francigena, almeno per un piccolissimo pezzo, e invece eccoci qua su Skype, davanti al computer! Non sono proprio riuscita a staccare con la vita frenetica che conduco, anche due soli giorni, per entrare nel ritmo del procedere lento, a piedi… Ma forse a te è più facile raccontare qualcosa ora che il Cammino s’è compiuto… è così?

Maria-  Sì, in effetti è vero: quando si cammina le parole in qualche modo se ne vanno da un’ altra parte. Sicuramente ci vuole un po’ di distanza per elaborare l’esperienza, perché quando ci si sta dentro le parole passano in secondo piano.  Anche la condivisione con gli altri pellegrini non avviene tanto con i discorsi, ma sulle piccole sintonie nelle cose concrete, come se il solo fatto di incontrarsi sia significativo di per sé, senza bisogno di metterci sopra tante parole. Sì, quindi mi sta bene rifletterci dopo, m’è congeniale: pensieri ed elaborazioni sull’esperienza che ho fatto stanno affiorando solo ora, nel tempo.

Insomma, quando cammini è in atto qualche forma di comunicazione non verbale con la natura, con te stessa, dentro di te, e quindi non c’è granché la voglia di parlare.

Uhm… durante un cammino c’è un’evoluzione su questo. È un po’ come con la meditazione: all’inizio c’è molto dialogo interiore, molto commento interiore. Quando facciamo qualunque cosa, siamo abituati ad accompagnare le nostre esperienze con un commento interiore: possiamo esplicitarlo o tenerlo nella mente, ma un qualche discorso avviene, come se l’esperienza da sola non avesse abbastanza valore senza le parole ad attribuirgli un significato.
Poi camminando, a poco a poco, questo discorso si placa, ma bisogna camminare a lungo: a un certo punto, dopo giorni, ti accorgi che la mente arretra, la sensazione precisa è che scenda a un livello più basso. E quello che resta in primo piano è l’esperienza nuda e cruda, così com’è. E allora si aprono altri canali, si apre un altro modo di essere al mondo che tiene in primo piano il canale sensoriale, la capacità di sentire e l’intuizione. Dico intuizione intesa come quel modo di afferrare al momento le cose, di essere in sintonia con le esperienze e che non passa attraverso l’elaborazione del ragionamento.

Intendi anche in senso fisico? Un po’ come tornare alla natura animale?

Esattamente! Durante un lungo cammino mi sembra a volte di poter intuire come poteva essere la coscienza dell’uomo arcaico, pre-moderno. Entri in quella magia che fa accadere le cose: come quando per esempio ti chiedi se sei sulla strada giusta, alzi gli occhi e ricevi un segnale, oppure stai pensando a una persona ed ecco che la incontri, hai bisogno di qualcosa e ti arriva. Succedono queste cose lungo il cammino: possono apparire come delle coincidenze, ma chi cammina a lungo sa che non lo sono. O meglio, sono sì delle coincidenze, ma non casuali. Possiamo forse definirle sincronicità? Si sentono tanti, tanti racconti sul cammino che parlano di incontri giusti fatti al momento giusto, di bisogni soddisfatti al momento giusto.

Si stabilisce una certa sintonia con il reale intorno a te, o meglio, con quello che tu percepisci.

Esattamente! E quando questa sintonia non c’è (anche sul cammino ci sono i momenti storti, le fasi difficili), quando non trovi il soddisfacimento dei tuoi bisogni, è facile cogliere che è perché in quel momento sei tu a non essere in sintonia!

Stai dicendo che quindi te ne accorgi subito? Noti, per esempio, che il corpo si stanca di più o comincia a sentire delle scomodità? Insomma, diresti che essere in sintonia ti fa essere più in buona forma fisica, ti dà più resistenza?

Non so se si possa stabilire un rapporto di causa-effetto: più sintonia – più in forma, non era questo che intendevo dire. Sicuramente però, l’essere in sintonia con il corpo è una condizione di questo stato che ho descritto.

Ce ne puoi parlare un pochino di più?

Ecco, il primo grosso “lavoro” del cammino è quello sul corpo. Il corpo è lo strumento: il corpo anche nei suoi aspetti più umili, come i piedi. I piedi sono lo strumento fondamentale, e la cura del piede simboleggia la cura del corpo che è necessaria lungo tutto il cammino. È chiaro che il nostro corpo non è abituato a camminare a lungo, tutti i giorni. Mentre anticamente era così, per noi oggi non lo è più. Quindi il camminare a lungo è certamente un lavoro, una fatica, richiede una sorta di “rimodellamento” del corpo.

Posso chiederti se i tuoi piedi sono cambiati da quando anni fa hai iniziato a camminare? C’è qualcosa di diverso che senti nei tuoi piedi?

Non lo so, non so rispondere con precisione a questa domanda. Però sì, ho una sensazione di “lavori in corso” nei miei piedi, direi che per esempio c’è un modo diverso di appoggiare i piedi per terra, c’è un’integrazione diversa dei piedi; magari però ne parlo tra poco. Vorrei prima aggiungere qualcosa sul corpo, sulla cura del corpo. Il cammino mette fortemente in movimento il corpo e all’inizio questa cosa la si sente molto, si sente il metabolismo che diventa più veloce, le tossine che se ne vanno, i muscoli indolenziti… Mi piace chiamare questa fase con il nome di una fase alchemica, rubredo: era la fase del fuoco, in cui tutto brucia e fonde. C’è tutta una manifestazione di sovraccarico e di lavoro straordinario del corpo.

Di movimento interno…

… di movimento interno che poi si porta dietro anche un movimento psichico, sogni, pensieri, ecc. La cura del corpo é la cosa essenziale che s’impara lungo il cammino. S’impara la cura quasi come devozione e dedizione al corpo, perché se questa non c’è ti fai male, se corri troppo ti viene la tendinite, se non ti fermi al momento giusto può venirti una vescica, se cammini troppo, dopo non ce la fai più. Quindi, si tratta proprio di avere la capacità di ascoltarsi e prendersi cura del proprio corpo: il massaggio dei piedi la sera, il mangiare nel modo giusto, il dormire, il seguire il proprio ritmo del momento… E questa è una grande disciplina, un grande esercizio. Nella sua banalità la cura è l’esercizio principe del cammino!

Che meraviglia! Senti, Maria, tutto il lavoro corporeo che hai fatto ha avuto su di te un’influenza rispetto al tuo modo di sentire il corpo e averne cura durante il cammino?

Sicuramente sì! Nel senso che nel cammino resta tutto più facile, più naturale, se hai  sperimentato e praticato una sorta di intimità con te stesso e con il tuo corpo, come abbiamo praticato in BMC. In fondo, l’embodiment è questo, inteso come capacità di essere nel corpo.
Sì, credo proprio che sarei stata più inconsapevole, meno presente a me stessa e mi sarei fatta più male nei miei cammini. Se mi fosse mancata quest’esperienza avrei avuto una chiave in meno. In modo più specifico, mi sono tornate utili quelle consuetudini con aspetti del corpo che ho avuto la possibilità di praticare in BMC: per esempio con i legamenti delle ginocchia che sono messi a dura prova lungo il cammino. Conoscerle e aver esercitato una pratica ti aiuta a entrare in dialogo con le parti del corpo che nel cammino sono parecchio sollecitate, e a prendertene cura nel modo giusto. Poi mi è capitato anche di offrite ad altri esperienze di tocco, soprattutto “massaggi” al piede ma anche bilanciamenti con schiene, gambe. Qualcuno mi ha detto: “Hai mani di fata!”

Fortunati, allora! Trovo interessante che parli di disciplina del corpo, di cura, di amore, direi, per il corpo. Fa contrasto col modo ossessivo di occuparsene nel mondo d’oggi. Penso a tutti quegli inserti su giornali e riviste: salute, estetica, diete, cosmesi, ecc.

Scarpe-e-calze

È vero! Io invece parlo di cura e disciplina del corpo non orientate a un modello di bellezza, alla performance, ma legate a un senso molto umile del corpo: lavarsi le calze tutte le sere, lavarsi le magliette, massaggiare i piedi… Direi proprio che questa attività fisica ti mette in contatto con i bisogni essenziali: il gusto di dormire quando si è stanchi, di mangiare perché si ha fame, di bere perché si ha sete. Sono cose quasi un po’ dimenticate, perché difficilmente noi siamo così stanchi al punto di crollare nel sonno, per poi svegliarsi freschi al mattino dopo; ed è perché la stanchezza fisica viene risanata dal sonno, a differenza della stanchezza mentale.

Come dicevamo prima, è quella natura animale che viene fuori. C’è corrispondenza tra bisogni fisici corporali e loro soddisfacimento.

Sì, sì… Paradossalmente, e tutti i mistici, tutte le grandi personalità spirituali lo sanno, soprattutto nelle tradizioni orientali: la disciplina del corpo porta a un rapporto diverso con la mente.

E in che modo? Ce ne puoi parlare? C’è stato un aspetto meditativo in questo tuo incedere sulla via Francigena?

Assolutamente sì! Il cammino per me è una pratica, non intesa come pratica sportiva, ma nello stesso senso per cui si definisce “pratica” lo yoga o la meditazione. Per intenderci, un cammino intrapreso con questo spirito è di fatto una pratica meditativa, perché quello che succede è che a un certo punto la mente cambia, come ho detto prima.
Mentre cammino, a un certo punto arriva la sensazione che la mente trovi il giusto posto in relazione al corpo. Io me ne sono accorta soprattutto nel mio primissimo cammino, che è stato il più lungo che abbia mai fatto, durato 50 giorni. A un certo punto, ho proprio sentito che il corpo e la mente avevano trovato un diverso rapporto: la mente non è più così in primo piano. Potrei cercare di spiegarlo così: che mentre il corpo ritrova il proprio posto, il proprio giusto spazio, anche la mente ha la possibilità di trovare un posto più giusto, forse una sua possibilità d’integrazione. Dico “mente”, ma a quel punto davvero non sai più se stai parlando della mente, o del cuore, o del corpo! Ricordo un momento in cui camminavo e cantavo, e mi è arrivata fortissima l’emozione che forse erano i piedi che cantavano, forse era il cuore che camminava, o forse la mente… E questo per me è un segnale di integrazione.

Puoi darci ancora un altro esempio di integrazione?

Si manifesta in tanti modi, oltre a quello che ho appena detto: ecco, per esempio nel rarefarsi delle parole, nel diminuire del bisogno di raccontare l’esperienza. La sensazione che io provo è che la mente, a un certo punto, non è più avanti, non precorre l’esperienza. Mi viene da dire, molto banalmente, che la mente è nell’esperienza. Viene il giorno in cui stai camminando e ti accorgi che la mente non va più avanti dei tuoi piedi, ma è esattamente sopra i tuoi piedi. E non è una metafora, parlo in senso molto letterale! Hai la sensazione che la testa sia esattamente sopra i piedi,  non hai più bisogno di andare avanti con lo sguardo, con il pensiero. Un amico pellegrino incontrato su un cammino ha espresso bene questa esperienza dicendo: “Stai camminando ma ti senti fermo!” In senso più generale viene un po’ meno questa tendenza compulsiva a immaginare, pre-figurare, progettare, programmare… Sempre di più si è in quello che sta avvenendo, si è nel momento presente.

Mi chiedo, Maria, in che modo questa diversa modalità della mente sia in rapporto con l’uso dell’occhio. Cioè, come sta l’occhio mentre guarda il paesaggio e segue la strada? Immagino ci sia il ritmo di un’andatura e un andare dell’occhio verso il paesaggio. Ma non hai anche la sensazione che sia il paesaggio a venirti incontro? 

Sì, mi piace questa tua idea sull’occhio, perché la prima volta che ho sperimentato questa sensazione della testa integrata sui piedi di cui ho parlato, si è manifestata proprio rispetto allo sguardo, cioè mi sono accorta che, mentre camminavo, il mio sguardo non andava avanti, non anticipava. Ed è stata una grande emozione sentire questo: lo sguardo semplicemente si apre e le cose arrivano. E di nuovo, non sai se è il solo sguardo che si apre: si aprono la pelle, la mente, il cuore. E tu ricevi. Un motto che ho raccolto sul cammino dice: “Il turista visita, il pellegrino è visitato”. E’ proprio così!

Ho capito, bello! bellissima esperienza!

Sì, ovviamente nel cammino non sempre è così! Ma quando questo non avviene, quando non sei in sintonia – come si diceva all’inizio – hai il privilegio di accorgertene. Nella vita di tutti i giorni abbiamo così tanti motivi di squilibrio fuori di noi che è facile trovare qualcuno a cui attribuire la colpa! In cammino sei tu e il tuo cammino, senza costrizioni di nessun tipo (se non quelle che la tua mente si inventa…), non hai altro da fare. Se qualcosa va storto e cominciano ad accadere cose “sbagliate” spesso ti accorgi che sei tu che sei fuori posto, che hai perso di vista le cose importanti, magari sei troppo preoccupato per qualcosa.
Per esempio io, che ho un pessimo senso dell’orientamento e la preoccupazione frequente di sbagliare strada, ogni volta che ho sbagliato mi sono accorta che, certo, magari i segnali non erano perfetti, ma soprattutto ero io che non ero presente nel modo giusto.

E com’era quando sbagliavi strada? Com’era per te provare quel senso di preoccupazione?

Devo dire che in questo cammino credo di non aver mai sbagliato strada, un po’ perché la via Francigena è semplice, segnalata bene, un po’ perché camminavo nel mio Paese, per cui potevo chiedere a qualcuno… Insomma, è stato facile orientarsi. L’esperienza però mi dice, e non so se questo valga per tutti ma per me è stato così, che ogni volta che sbagliavo strada era il segno di una mia scarsa sintonia con quello che succedeva fuori: o ero distratta o chiusa nei miei pensieri o troppo preoccupata o… Insomma, qualcosa impediva un andare più fluido. Poi mi è anche successo che da un errore sono nate delle cose belle: per esempio un incontro che non avrei mai fatto sulla “retta via”! E anche questo forse ha a che fare con l’apertura alle esperienze, con l’istinto. Oppure semplicemente sbagli strada e torni indietro, ti fai qualche km in più e pazienza, paghi il prezzo della distrazione e fai tesoro dell’esperienza…

Prima parlavi della mente, di quello stato di “calma motoria” della mente. Non so se da qui possiamo anche parlare di spiritualità. Per me quest’argomento è sempre un po’ difficile da affrontare: la psiche, lo spirito, quello stato di apertura verso qualcosa che senti presente ma non è solo mente o solo corpo, è tutto quanto… A parte il fatto che ti sei fermata in punti di accoglienza che spesso sono anche luoghi di culto, come conventi e altro, come hai vissuto tu l’aspetto spirituale del cammino? È stato un pellegrinaggio per te?

Questo è un tema molto grande su cui sto riflettendo proprio in questi giorni. Mi piacerebbe scrivere qualcosa in proposito. Oggi molti “laici” camminano sulle vie di pellegrinaggio, ma i pellegrinaggi sono storicamente una pratica sacra, religiosa e non solo cristiana. Ne troviamo un po’ in tutte le religioni: ogni cultura ha le sue pratiche di cammino sacro. I pellegrinaggi sono sacri evidentemente per i luoghi che percorrono: per esempio la via Francigena porta alla tomba dell’apostolo Pietro, e attraversa città dove si conservano reliquie di Santi che attiravano a loro volta i pellegrini (e spesso questi cammini e luoghi santi sono nati su luoghi di culto preesistenti, ancora più arcaici).
Passare per luoghi santi per i credenti ha in sé un significato preciso. Ma anche un non credente trova in questi luoghi e attraverso i cammini una, come dire, “sacralità laica”. Ci sono luoghi che più di altri, anche per un non credente, sono in grado di suscitare il senso del sacro, di richiamare a quel camminare peregrinando, che non è semplicemente spostarsi, ma camminare con una precisa intenzione, che può essere spirituale, o di evoluzione personale, o una semplice pausa nella vita… Forse perché sono stati frequentati con intenzioni sacre (e forse, per i credenti, perché custoditi dai santi e dagli angeli che si incontrano nella via) questi luoghi aiutano chi cammina a ricordare la sacralità di quello che si sta facendo. Ma secondo me questa sacralità, come dicevo, appartiene già all’intenzione, ed è questo il motivo meno ovvio per cui possiamo definire sacro un pellegrinaggio: già di per sé il fatto di aver ritagliato dalla propria vita un mese da dedicare al cammino delimita un tempo che definirei sacro, un tempo in cui intenzionalmente ci si apre al non ordinario, ci si mette in cammino e quindi in ricerca e quindi in ascolto. È questa la riflessione che facevo proprio mentre ero sulla Via Francigena, percorsa da pellegrini ma anche da escursionisti e turisti: ciò che fa la differenza  sta nell’intenzione del camminare. I luoghi non sono santi solo perché lì c’è una reliquia o un convento, ma è il camminare in un certo modo, con consapevolezza e rispetto, che rende quegli stessi luoghi “santi”.  Non so se è chiaro questo discorso, forse è un po’ confuso…

No, no, credo di capirti. Vero è che per una persona laica parlare di queste cose porta con sé tante domande. Mentre spesso la persona religiosa non se le pone e non sente il bisogno di un granché da dire. Crede e basta. Non so, sarà questo un mio pregiudizio? Ma, in realtà vorrei sapere se ci sono stati dei momenti in cui hai avuto una particolare percezione di sintonia col senso del sacro. È stato durante la sosta in una chiesa o mentre osservavi un paesaggio…?

Ci sono luoghi e fatti che più di altri ti restituiscono questo senso del sacro, a volte per oggettivi motivi storici: questa cosa la si sente al massimo grado sul cammino di Santiago, ma anche sulla via Francigena ci sono molti nostri luoghi in cui si può sentire quanto siano stati luoghi di venerazione, di pratica spirituale.
In altri casi scatta una semplice sintonia personale per cui un luogo ti emoziona, ti fa venire la pelle d’oca, ti parla. La sosta in una chiesa romanica, per esempio, per me è sempre emozionante; in alcune in particolare a volte canto, quando ho la possibilità di farlo, cioè se sono sola o sicura che la presenza di altri non modifichi la mia presenza e intenzione nel canto. Ma ho avuto anche grandi emozioni in un bosco dell’Appennino, davanti a una semplice fontana di pietra… Tutti i luoghi, riprendendo il discorso di prima, sono santi se percorsi nell’ascolto, nel rispetto, con questo senso di rispondenza profonda tra il luogo che incontri e il percorso che stai facendo. È come se il passo benedicesse la terra su cui stai camminando e viceversa, la terra su cui stai camminando benedicesse il tuo passo. Questo è quello che a un certo punto ho sentito chiaramente: che una via di pellegrinaggio sia costellata di luoghi santi diventa allora una manifestazione tangibile e visibile della sacralità del percorso.

È stata una realizzazione fatta per lo più nella dimensione intima, personale, solitaria, o anche in momenti di condivisione con altri pellegrini?

È stato qualcosa di più intimo e solitario… a volte anche condiviso, ma in maniera implicita. Sul cammino incontri delle persone con cui sai che puoi condividere questo modo di sentire senza bisogno di grandi parole, sai che è così e basta. Ci sono, per esempio, persone che si occupano di ospitalità lungo il cammino: alcuni di questi incontri possono essere molto belli, ci si trova in sintonia e questo favorisce l’esperienza, anzi, la suscita. Ciò che ho detto per un luogo sacro, che è in grado di far lievitare l’esperienza, può valere anche nell’incontro con la persona che sta facendo la tua stessa esperienza o ha deciso di accompagnare la tua esperienza da “ospitaliere”.

Dimmi di più su queste persone che non camminano ma sono lì ad accogliere chi cammina: a parte la spiritualità, com’è il rapporto con loro da un punto di vista anche umano?

Ci possono essere esperienze molto diverse tra loro. Diciamo che gli incontri più belli sono con i volontari che si dedicano a questo con un vero spirito di accoglienza e consapevolezza. Penso in particolare ai luoghi gestiti dalla confraternita di San Jacopo: lì ci sono dei volontari per cui l’accoglienza ha un significato cristiano.

È dove è stato il rito del lavaggio dei piedi, di cui mi dicevi quando ci siamo incontrate?

Sì. Loro accolgono i pellegrini riprendendo questo antico rituale, non per gusto folkloristico ma per un convincimento religioso: per loro il pellegrino, lo straniero, è il prossimo per eccellenza, colui che rappresenta il Cristo che passa sulla via. Da qualche parte ho letto una frase che invitava ad aprirsi a colui che passa e s’incontra per la via, perché tu non lo sai ma potrebbe essere un angelo. Ancora una volta siamo di fronte all’espressione di un significato religioso (l’apertura all’altro, al fratello come manifestazione del divino), che però anche per il laico può essere molto pregnante. Nel cammino ti metti in una disponibilità d’animo verso la persona che incontri: non sai perché incontri proprio quella, non sai da dove viene, non sai chi è, eppure può essere molto pregnante il fatto che tu la incontri in quel preciso momento e che in quell’incontro succeda qualcosa di significativo.

Senti Maria, siamo più o meno in chiusura, ma ti voglio chiedere ancora due cose: la prima  riguarda la meta. Come è stato arrivare a Roma, dopo un mese di cammino, di paesaggi naturali, paesini, silenziose chiese romaniche, sintonie di incontri… com’è stato arrivare in quel casino di città che è Roma, che però è la meta…?

Anche quello della meta è un discorso grande da fare. Si dice che la meta non conti: la meta è quello che succede dentro di te. Sul cammino di Santiago in un negozio mi hanno dato un’immaginetta con una scritta che diceva più o meno così: ”Pellegrino non correre, tanto la meta ce l’hai dentro di te!” La meta però è anche quello che ti fa muovere al viaggio, quindi c’è anche un senso di gratitudine verso la meta. Cioè, se non ci fosse stata Roma con la tomba di San Pietro e tutto ciò che comporta, io non sarei partita da Milano per andare a Roma, anche se la mia meta non è Roma ma il cammino. Comunque, quando arrivi succedono tante cose: intanto cambia l’energia del corpo e della mente. Già qualche giorno prima comincia in qualche modo a calare l’energia e ti prepari all’arrivo, che è un processo, non è mai un momento. Ci vuole un po’ di tempo per arrivare, e in più l’arrivo a Roma dura un paio di giorni! L’ultima tappa è alla Storta, alla periferia della città, dopo di che c’è ancora un giorno intero di cammino urbano prima di arrivare. Con un’amica pellegrina con cui ho camminato gli ultimi giorni ci dicevamo: “meno male, è bello che sia così, perché abbiamo il tempo di prepararci”. Nonostante questo, una volta arrivate in Piazza S. Pietro ci siamo dette: “Non siamo ancora arrivate…”. Infatti non basta arrivare fisicamente alla meta. C’è il processo dell’andare che in qualche modo, piano piano, si placa.

Maria e Gloria al Pantheon, Roma

Maria e Gloria al Pantheon, Roma

E quando hai sentito che eri arrivata, poi com’è stato quell’altro “processo” del viaggiare sulla Frecciarossa per tornare a Milano?

Un po’ estraniante (ride). Ma in qualche modo anche normale, perché una volta arrivata, il cammino è compiuto e allora non c’è che da tornare a casa. Straniante però per il fatto di fare in tre ore, a ritroso, la strada che all’andata mi ha richiesto un mese. Straniante vedere le facce tirate delle persone ed entrare anch’io in questa dimensione in cui improvvisamente a tutti manca tempo. Sul cammino il tempo è una risorsa che abbonda; c’è tempo, c’è il tempo giusto… Ecco, una cosa importante da dire è questa: sul cammino c’è il tempo giusto, quello che gli antichi greci chiamavano kairos, il tempo opportuno per le cose. Sul cammino, hai il grande privilegio di concederti il tempo giusto!

Sarebbe anche accettabile questa nostra vita frenetica, con le sue “alte velocità”, purché sapessimo usarne anche altre di velocità: andare anche molto lentamente, per esempio. Il problema è che una volta configurato quello schema nel nostro sistema, poi è difficilissimo disporre di tutta la gamma. Se “il tempo giusto” diventa uno solo, allora siamo nei guai. Penso sia molto sano ogni tanto e periodicamente poter vivere quest’altra dimensione come quella che hai vissuto tu!

Sì, credo sia una norma igienica, nel senso lato di igiene mentale, psico-spirituale.

Se uno un mese non può concederselo, vale secondo te fare comunque tre giorni, una settimana di cammino?

Voglio spezzare una lancia in favore del tempo lungo, anche se, ovviamente, meglio una settimana o tre giorni che niente. Un’esperienza di cammino, secondo me, per essere significativa deve essere un’esperienza lunga; perché è lì che cambiano davvero le cose.

Ci credo! Senti Maria, ultima domanda: se dovessi dire tre parole chiave, che racchiudono l’essenza della tua esperienza, quali sarebbero?

Faccio una piccola premessa: ogni cammino per me rivela il suo tema, che in partenza non è mai del tutto chiaro, ma poi via via si chiarisce. Magari all’inizio è solo una domanda. Questo cammino era dall’inizio in relazione a una mia situazione di salute, per cui è stato un cammino di guarigione, una ricerca di fonti di guarigione. A un certo punto mi sono venute tre parole come ingredienti della salute e del vivere equilibrati. Sono parole che esprimono cose che ho sperimentato nel corso del cammino: il sentimento del selvatico, che ho sentito moltissimo nella natura dell’Appennino; l’esperienza della bellezza, poiché camminare in Italia offre davvero a mani larghissime questa possibilità, uno scialo di bellezza, quasi stordente, la bellezza dei dettagli, la bellezza della natura, ma anche quella degli esseri umani e delle loro infinitamente varie inflessioni dialettali… una bellezza che non so davvero come definire se non come uno scialo, una sovrabbondanza; la terza parola è amore che è il sentimento che sorge quando sei in equilibrio nel cammino. Alla fine di un cammino la parola che affiora è… grazie! Questo senso di gratitudine è il riflesso di un rapporto d’amore con l’esperienza che stai facendo, con i luoghi e le persone che incontri.

A Roma mi hai cantato un brano della Hildegard von Bingen che parlava di Carità. C’entra qualcosa con l’Amore di cui  parli, vero?

Sì, per me sono sinonimi.. In questo cammino ho portato con me alcuni canti. Uno in particolare, che ho cantato più di altri, l’ho scelto come il canto di questo mio cammino, è questo che ricordi tu e dice proprio: Caritas Habundat In Omnia (clicca per ascoltare il pezzo) la carità è l’amore che abbonda in ogni cosa. Quest’abbondanza di amore è la sostanza dell’esperienza. Questa è stata una delle chiavi, per me forse
la chiave.

Giugno 2013

La rubrica Leben in rete è a cura di Gloria Desideri

Intervista con Laura Banfi

Ciao Laura, ti chiedo di presentarti e dirci di che cosa ti occupi.laura_intervista
Ciao… che faccio? Mi occupo di teatro, danza e improvvisazione, sia come performer sia come regista, coreografa e insegnante; insegno Feldenkrais, Contact Improvisation, danza, da un punto di vista pedagogico e creativo con persone abili e disabili.

Lavori con bambini o con adulti?
Soprattutto con adulti e giovani.

Quando hai iniziato i percorsi di formazione BMC?
Ho cominciato la formazione BMC nel 2006 e l’ho completata nel 2009 con la certificazione SME. Poi ho fatto da traduttrice in un corso IDME per Leben, e l’ho trovato così interessante che ho deciso di intraprendere anche questa formazione. L’ho completata con Babyfit, il centro autorizzato BMC® a Bratislava, in Slovacchia.

Come hai conosciuto il BMC?
Come prosecuzione di un pensiero nato molto tempo prima nel lavoro di Contact Improvisation. Sono poi stata in dubbio se seguire la formazione in Feldenkrais o BMC.

E come hai fatto a scegliere?

Erano per me tutt’e due interessanti, poi il Feldenkrais mi è arrivato su un piatto d’argento, perché nel 1992 è partita una formazione davanti casa mia, e così l’ho iniziata. Ora sono molto felice di averla fatta.

Che cosa è successo in seguito?
Ho avuto un problema di salute piuttosto serio, che mi ha portato a guardare l’essere umano nella sua evoluzione nel tempo, ad approfondire come si acquisiscono, sviluppano e raffinano i sensi. È così che ho deciso di iniziare il percorso formativo BMC. Pensavo di farlo negli Stati Uniti o in Germania, poi ho saputo che partiva in Italia con Gloria Desideri.

Che importanza ha avuto per te questa formazione?
La formazione BMC è stata per me di grande significato, non solo dal punto di vista personale, di salute, di vita, oltre che filosofico, ma anche, e soprattutto, dal punto di vista professionale, perché nel mio lavoro ho ora la possibilità d’integrare le esperienze passate, tutte le mie diverse storie.

Feldenkrais e BMC: elementi in comune?
Trovo che non siano affatto in contraddizione. Entrambe sono esplorazioni che comportano un enorme lavoro sull’ascolto di sé e degli altri, lavorano sul raffinare il tocco, che diventa strumento di entrata in relazione e di dialogo, e hanno anche affinità con la Contact Improvisation… contatto e comunicazione attraverso la pelle… Hanno inoltre in comune chiarezza e precisione di linguaggio, in cui le indicazioni date per esplorare un percorso danno direzione ma non sono mai impositive.

Prova a spiegare meglio qual è, secondo te, la caratteristica specifica dell’approccio BMC. 
Nel BMC si ha la concezione del corpo-mente-anima, del corpo come supporto; si utilizza il movimento per poter raggiungere livelli molto profondi di attività neuromotoria, ma è efficace, ad esempio, anche nella risoluzione di problemi, invitando a un atteggiamento molto vicino a quello dei bimbi: esplorare differenti possibilità per poter scegliere la soluzione migliore più buona in quel momento.

Come ti definisci, in due parole, a persone che non sono del campo?
Mi occupo di teatro e danza con diversi strumenti, voce, movimento, coreografia e improvvisazione, includendo tutte le persone abili e disabili. Ecco vedi, in Italia bisogna usare tante parole per definire l’attività di cui mi occupo…

Quanto il BMC è entrato nel tuo lavoro?
Molto! Già le mie insegnanti di Contact avevano lavorato con Bonnie e mi avevano introdotto a questo approccio come supporto all’apprendimento della danza. Quindi non la tecnica come imitazione di un gesto ma l’esplorazione di ciò che sta sotto e che permette una ricerca molto profonda e individuale… sostenere la persona in tutto il suo essere e non sviluppare dei cloni di altri.

In che modo sostiene la persona?
La sostiene nel farle scoprire la propria poetica, la propria crescita e creatività, in un viaggio attraverso i propri diversi panorami, nell’integrazione dei vari sistemi corporei.

Nella tua danza come entra questo tipo di esperienza?
Mi rendo conto che posso muovermi con diverse qualità, ampliando il mio immaginario e cogliendo mille sfaccettature. È affascinante lo spunto che i diversi sistemi offrono all’espressione del movimento!

Quale sistema ti ha più colpita?
Gli organi mi hanno colpito molto: quando cominciavo a farne esperienza li immaginavo come un’allegra brigata, ognuno mi dava l’immagine di una maschera italiana, come se ogni volta si mettesse in atto una commedia, un film… Gli organi organizzano e collegano. Mi hanno anche riappacificato rispetto a un lutto che ho avuto in famiglia.
Il sistema nervoso, per la mia esperienza, è stato il più difficile. Comunque, ogni volta che si affrontava un sistema bisognava poi trovare un nuovo equilibrio con gli altri sistemi.

Le persone con cui lavori sentono gli effetti di questo lavoro?
Sì, li sentono. Intanto perché è cambiato qualcosa in me. Naturalmente le cose non sono staccate: una persona fa qualcosa per sé e nel frattempo cambiano delle cose nella sua vita. Questo lavoro è stato una sorta di medicina per riscoprire il mio sistema nervoso centrale. Il corso sullo sviluppo ontogenetico mi è servito proprio per rivivere sulla mia pelle quello che avevo vissuto da piccola, permettendomi ora di farne diversa esperienza, un’altra volta e un’altra volta ancora.

Parliamo adesso della tua esperienza professionale. Dove lavori?
A Rho presso l’associazione “Il Cortile”; questo è il mio punto stabile e qui collaboro con diverse persone: la base per la creazione di progetti e spettacoli. Poi lavoro anche tanto in giro, con disabili e non, presso organizzazioni sensibili al mio lavoro artistico. Ho lavorato anche in Puglia, in Toscana, in Lombardia e in altre regioni, in ambiti diversi che vanno da spazi di cooperative ad associazioni, scuole pubbliche, accademie di teatro e danza.

Nelle accademie di teatro e danza ti capita di fare il lavoro sulla presenza scenica o di accompagnare un singolo artista nel suo lavoro? 
Sì. Rispetto alla ricerca artistica personale, vedo che il BMC può prepararti alla presenza in scena, così importante per la danza e nel teatro.

Nei laboratori di movimento con disabili come lavori?
Trovo bello e interessante l’includere e non l’escludere. Nei miei laboratori lavorano insieme abili e disabili, di diverse età e con diverse esperienze nel campo del movimento.

Come arrivano a te?
Passaparola. Penso di aver avuto un ruolo pioneristico nel aver portato la Contact Improvisation in Italia dando continuità per lo studio e applicazioni, come per esempio le jam. Ho inoltre promosso con continuità e coerenza il lavoro sulla danza e la disabilità. Nel 2001 abbiamo organizzato il primo programma di formazione per insegnanti di Danceability, condotto da Alito Alessi.

Proietta il BMC tra 50 anni. Cosa vedi? In positivo…un sogno…
Più rispetto tra le persone, ospedali umani e luoghi dove le persone s’incontrano per fare esperienze e creare qualcosa di nuovo. Lo metterei nel sistema educativo e formativo.
A supporto delle accademie teatrali, di danza, nei master di management, nelle università di scienze della formazione, di medicina e veterinaria. Le persone che hanno a che fare con gli altri hanno bisogno di un modo per proteggersi e sostenersi mentre lavorano.

Secondo te perché oggi un approccio così evoluto fa fatica a prendere spazio nella nostra società?
Perché non ci sono strutture che possono ammettere la legittimità professionale di queste nuove figure. Dovremmo avere noi la capacità di promuovere questa professione e farne comprendere il valore anche attraverso il nostro livello di professionalità fino ad averne riconoscimento. In altri paesi europei le cose sono diverse: in Francia, per esempio, i danzatori che studiano BMC ricevono finanziamenti da organismi statali.

Sei soddisfatta di ciò che fai?
Sì, e sono anche contenta della sequenzialità con cui questi stimoli si sono susseguiti nella mia vita, di come sono arrivati al momento giusto… stimoli che mi hanno aiutato ad emergere e a trovare la mia espressione originale.

Titolo di un seminario che hai proposto con elementi BMC?
Percorso trasversale: dall’acqua alla terra.

foto_sabbiaGiugno 2012
La rubrica Leben in rete è a cura di Gloria Desideri
Intervista: Emanuela Passerini
Traduzioni: Eleonora Parrello
Editing: Gloria Desideri

Hello Laura, would you please introduce yourself and tell us what you do?laura_intervista
Hi… what I do…Well, I work in theatre, dance and improvisation, as a performer, director, choreographer and teacher; I also teach Feldenkrais, Contact Improvisation and dance, working with able and disabled people, from a pedagogic as well as creative perspective.

Do you work with children or adults?
Mainly with adults and young people.

When did you begin your BMC training?
In 2006, and in 2009 I got my SME certification. Then it also happened that I worked as a translator in an IDME course organized by Leben, which I found so interesting that I decided to follow that training too. I completed it with Babyfit, the licenced BMC® center in Bratislava, Slovakia.

How did you meet the BMC approach?
As an ongoing thinking process started long time ago out of my work with Contact Improvisation. Yet, for a while I had been in doubt whether to follow the BMC or the Feldenkrais training.

And how did you come up with a choice?
I was very much interested in both, but then the Feldenkrais training was served to me on a silver tray, so to speak, because in 1992 a program started just in front of where I live, so I made my decision. Now I’m very happy that I did it.

And what happened next?
I had a serious health condition, which then led me to view the human being from an evolutionary perspective, through time, and to deepen my interest in how the senses develop and refine. For this reason I decided to start the BMC program. At first I thought I would do it in the United States or in Germany, but then I found out that a BMC program was just starting in Italy, with Gloria Desideri.

What did this program mean to you?
It has had a great meaning to me on many levels: personal and philosophical, for my health and life in general, but mainly on a professional level. In my work I have now the possibility to integrate all my past experiences and all the different paths that I followed.

Feldenkrais and BMC: elements in common?
I don’t think they are in conflict at all. They are both explorative approaches that require a great deal of listening to oneself and others, they both work on refining touch as a tool to establish relationship and dialogue, and they also have affinities with Contact Improvisation…. contact and communication through the skin… They also have in common a clear and precise use of the language, giving directions in order to explore a certain process, but never imposing.

Could you try to better explain what, according to you, the specific feature of the BMC approach is?
In BMC there is this concept of the body-mind-soul unity, and of the body meant as support; movement is used to reach very deep levels of neuromotor activity, but it is also effective, for instance, in problem solving issues, if used with an attitude very close to that of children: exploring different possibilities in order to choose the best solution in any given specific moment.

In short, how do you introduce yourself to people that don’t work in your field?
I work in theatre and dance using different tools such as voice, movement, choreography and improvisation, with a wide range of able and disabled people. You see, in Italy I have to use a lot of words to explain what I do…

How much has the BMC approach entered your work?
A lot! My Contact teachers had already worked with Bonnie and introduced me to this approach as a support in dance training. So I would say: not a dance technique as imitation of gestures, but the exploration of what is underneath those gestures, thus supporting a very deep and personal research…the point is then how to support a person in the expression of his/her authentic being instead of developing clones of other people.

In which way can BMC support individuals?
It supports us in the discovery of our own poetic, growth and creativity, through a journey where we can meet our personal landscapes, through the integration of the different body systems.

How does this experience manifest in your dance?
I am aware that I can move with different qualities, widening my imagination and catching hundreds of different movement aspects. Experiencing all the cues that different body systems can offer to the expression of movement is simply fascinating!

Which system has affected you most?
The organs, I would say, affected me quite a lot: when I began exploring them I used to imaging them as a lively bunch where each one was like a mask from the commedia dell’arte, as if each time a play or a film was been performed …The organs organize and connect. They also helped me to find peace after a family mourning. The nervous system, on the other hand, was the most difficult for me. Anyway, each time we were dealing with a new system, a new balance had to be found with all the others.

Do the people that you work with perceive the effects of this work?
Yes, they do. First of all because something has changed within myself. Of course, things are not separated: you do something for yourself and things begin to change in your life. The BMC work has been a kind of medicine to rediscover my central nervous system. The course on ontogenetic development helped me to feel again in my body what I had experienced as a baby, giving me now the chance to repattern that experience… again and again.

Let’s now talk about your professional experience. Where do work?
In Rho, at the association “Il Cortile”: this is my base, where I work with many different people, developing projects and performances. I also work a lot around the country, with able and disabled people. I worked for instance in Puglia, in Toscana, in Lombardia and other Italian regions, in different settings, from studios run by associations and cooperatives, to public schools or dance and theatre academies.

In dance and theatre academies, does it happen to you to work on stage presence or to coach individual artists in their own work?
Yes. Dealing with personal artistic research, I find that the BMC approach can help improving the stage presence, so much important in dance and theatre.

How do you work in movement workshops with disabled people?
In general, I find that to include and not to exclude is a beautiful and interesting thing. In my workshops, able and disabled people of different ages and movement experiences always work together.

How do they come to you?
By word of mouth. I think I had a pioneer role in bringing Contact Improvisation in Italy, giving continuity to both study and applications such as, for instance, the jams. I’ve also consistently supported and promoted the work on dance and disability. In 2001 we organized the first educational Danceability teacher program, taught by Alito Alessi.

BMC, 50 years from now: what do you see? Thinking positive, I mean…a dream…
More respect among people, more humane hospitals and places where people can meet to develop and create something new. I would include BMC in different educational programs, for instance in dance and theatre academies, in MA’s on management, in college’s departments of science education, medicine and veterinary. People that give services to others need a way to protect and support themselves while they are working.

Why such an innovative approach has difficulty in taking more space within our society? What is your opinion?
At the moment, there are no facilities that can recognize the legitimacy of these new professional figures. I think that it is up to us then to promote our professionality and make people understand the value of this work, also through our reaching good results and high professional standards. In other countries things are different: in France for instance dancers who study BMC are funded by the state.

Are you satisfied with what you do?
Yes, and I am also happy of the sequence of stimuli that I met in my life, and of how they arrived at the right moment…they all supported me to emerge and to find my authentic expression.

The title of a workshop that you offered, with BMC elements?
Cross paths: from water to earth.

foto_sabbiaJune 2012
Leben Network is curated by Gloria Desideri
Interview: Emanuela Passerini
English translation: Eleonora Parrello
Editing: Gloria Desideri

Intervista con Angélica Costa

 DSC_7912compressaCiao Angélica, ti chiedo di presentarti.

Sono psicologa e psicomotricista laureata a Sao Paulo del Brasile. Mi sono trasferita in Italia nel 2006 per seguire la formazione Body-Mind Centering® e qui ho ricevuto i diplomi di IDME nel 2007 e di SME nel 2009.

Di cosa ti occupi nello specifico?
Mi occupo prevalentemente di educazione del movimento in età evolutiva.

Dove lavori?
Lavoro a Roma presso tre strutture diverse: l’associazione culturale “Eppur si muove” che organizza una serie di corsi infrasettimanali e laboratori artistici e didattici per bambini, “Latte&Coccole”, un ambulatorio per l’allattamento e sostegno alla genitorialità, e il “Margherita Medical Center”, uno studio medico di ginecologia e ostetricia. Lavoro anche in scuole d’infanzia e nidi.

… e Baby Moves?
Sì, certo… Nel 2009 ho ideato il progetto Baby Moves, che offre attività di gruppo per la facilitazione al movimento e consulenza a sostegno della genitorialità. Mi rivolgo a bambini, genitori ed educatori d’infanzia.

Prima dicevi che sei venuta in Italia apposta per studiare BMC?
…già, e poi ci sono rimasta!

Che intraprendente! Come mai proprio l’Italia e non un altro luogo del mondo?
Volevo iniziare la formazione ma non potevo sostenere i costi dei corsi e quelli di viaggio, vitto e alloggio in un altro paese. L’unico modo era trasferirmi a vivere in America o in Europa. Tramite Thomas Greil ho contattato Gloria Desideri che da poco aveva creato Leben. Ci siamo scambiate delle mail per circa tre mesi, poi Gloria mi ha offerto la possibilità di venire in Italia a studiare grazie a una borsa di studio e sono entrata nell’associazione che lei aveva fondato.

Ma in Brasile, come avevi saputo del BMC?
Mi sono innamorata del BMC quando frequentavo ancora psicologia all’università e contemporaneamente studiavo danza e Contact Improvisation. Ho conosciuto il BMC durante un seminario presso lo studio dove seguivo le lezioni.

Allora te lo ha fatto conoscere una danzatrice?
Sì, una danzatrice che si chiama Rose Akras e che aveva seguito la formazione alla School for New Dance Development (SNDO) in Olanda. Lì non si faceva esattamente BMC, ma alcuni insegnanti di Rose avevano studiato e lavorato per diversi anni con Bonnie Bainbridge Cohen. Con Rose ho fatto seminari sullo scheletro, sugli organi e sui fluidi. Poi ho conosciuto Adriana Almeida Pees, che allora era l’unica BMC® Practitioner in Brasile. Ora è anche BMC® Teacher.

Secondo te è possibile portare il BMC in Brasile?
Sì, è proprio questo che ora sta succedendo. Quando io studiavo con Adriana, i suoi corsi non erano ancora accreditati da The School for Body-Mind Centering®. Quando poi lei ha avuto l’autorizzazione della SBMC a dirigere la formazione in Brasile, io già da un po’ mi ero trasferita in Italia. Hanno iniziato lì quando io qui avevo già completato due percorsi formativi.

Come integri il BMC con la tua formazione di psicologa?
Quando studiavo psicologia cercavo avidamente di capire cos’era la mente, cos’era il corpo, come queste entità si integrano tra loro. Integrare psicologia e BMC è una ricerca continua nel mio lavoro. Avevo studiato diversi approcci terapeutici, di orientamento reichiano, bioenergetico, ecc. Nonostante in questi approcci il corpo sia centrale, mente e corpo, per ragioni didattiche, erano presentati come fossero due entità separate. E questo non mi soddisfaceva…

Interessante, puoi dirmi di più su questo?
Il fatto è che ci facevano accedere alla materia di studio in modo intellettuale. D’altra parte, dedicavo energie a esercizi fisici, a tecniche di massaggio e ad altre discipline corporee. Questo mi faceva sentire comunque dissociata. Solo col BMC ho potuto percepire quanto mente e corpo siano in continuo dialogo e che la mia mente si muove col mio corpo.

Nel tuo lavoro quanto conta che tu sia laureata in psicologia?
Non ho richiesto l’equipollenza del mio titolo di studio in Italia, quindi non mi presento come psicologa, ma ovviamente la psicologia rimane, per così dire, “in the back of my mind”. Ai genitori dà un senso di fiducia sapere che ho una formazione tradizionale, anche se in effetti tutto quello che si insegnava sulla psicologia dell’età evolutiva, ai tempi in cui andavo all’università  non era poi così tanto all’avanguardia  Ieri come oggi. Mentre il BMC lo è.

Ma allora come ti definisci quando ti presenti ai genitori o quando scrivi un progetto che vuoi far partire?
Mi definisco così come mi sono presentata all’inizio: sono un’educatrice del movimento in età evolutiva ed educatrice del movimento somatico; entrambe queste formazioni sono certificate da The School for Body-Mind Centering®; BMC® è l’approccio creato in America da Bonnie Bainbridge Cohen. Mi occupo di educazione, facilitazione del movimento e sostegno alla genitorialità. E poi, non è tanto una questione di titoli: io punto all’applicazione del BMC nel campo dell’infanzia; utilizzo i principi del BMC come punto di partenza per stabilire delle relazioni. Sono talmente basilari e applicabili a una vasta gamma di situazioni, anche intorno al bambino, famigliari e scolastiche, che ne ho a sufficienza! Sento che il BMC valorizza le mie capacità di relazione, di ascolto e dialogo, che ho sviluppato come psicologa.

Scrivi tu i progetti o sono gli altri che ti chiamano per condurre un gruppo?
Sì, li scrivo io… e collaboro con altri psicologi ed educatori.

Le strutture di cui mi parlavi, “Eppur si muove”, l’ambulatorio, lo studio medico di ginecologia e ostetricia e la scuola dell’infanzia, sono pubbliche o private?
La prima è un’associazione culturale senza scopo di lucro, le altre sono strutture private. Anche le scuole in cui lavoro, per la maggior parte, sono private.

Hai mai provato a presentare progetti a strutture pubbliche?
Sì, nelle scuole pubbliche sono riuscita ad accedere tramite altre associazioni culturali che gestiscono progetti finanziati dalla regione, oppure dagli stessi genitori. Insieme a Margherita Ferraro (IDME) ho provato anche in un centro di accoglienza a Roma, l’unico che ancora offre servizi alle famiglie. Ero stata indicata da mamme che avevano frequentato i miei gruppi e frequentavano questo centro, ma un’altra associazione aveva… le spalle più calde delle mie, un’espressione brasiliana per intendere che gli altri erano favoriti..

Quindi nel centro di accoglienza il vostro progetto non è passato?
No, non è passato, non ancora… Comunque sono a stretto contatto con una serie di organizzazioni che diffondono la cultura della genitorialità secondo natura (preferisco l’espressione, “secondo natura” che spiega meglio il concetto, piuttosto che il termine “ecologica”, che pure viene usato).

E cosa vuol dire “genitorialità secondo natura”?
Un modo naturale di crescere i bambini. Queste organizzazioni si occupano di informare i genitori su tutto ciò che è fisiologico nello sviluppo umano, e creare occasioni di riflessione su quel che va contro natura, come ad esempio l’uso del biberon e del ciuccio, del latte artificiale, degli attrezzi che stimolano una finta autonomia, come girelli, passeggini, seggioloni, ecc.

E se ti dicessero “non è già di per sé un fatto naturale crescere i bambini” tu cosa risponderesti? Cos’è successo tra noi e la natura secondo te?

Tutto inizia col processo della gravidanza e della nascita. Nel XX secolo in Italia, e più precisamente dal dopoguerra in poi, gravidanza e nascita, che prima erano vissute con maggiore naturalezza, cominciano ad essere sempre più medicalizzate. Le famiglie, principalmente le donne, via via perdono l’ascolto delle proprie intuizioni, perdono empowerment, affidandosi ciecamente a quello che la società, in un certo senso, impone loro: la medicalizzazione della nascita. Basta pensare a due aspetti: il parto cesareo, che viene presentato come il metodo più sicuro ed è eseguito anche se non necessario, togliendo a madre e bambino la più potente esperienza di contatto fisico e di creazione di legame tra loro; il latte artificiale, promosso dalle aziende produttrici come alimento più completo del latte materno.
Ma a partire dagli anni ‘60 alcuni professionisti del campo medico hanno cominciato a capire che si stava prendendo una strada sbagliata. Leboyer, ad esempio, propose un nuovo approccio alla nascita, senza violenza. In quegli anni la medicina aveva cominciato a sviluppare tecniche e strumenti per valutare le capacità dei bambini già nella vita intrauterina. Da allora si sono scoperte sempre più cose sulle loro effettive capacità.

Come porti questo pensiero ai genitori?
Nel mio lavoro vedo che c’è molto da fare per far comprendere ai genitori l’importanza di dare ascolto a se stessi e alle proprie intuizioni su come crescere i bambini; per sostenere mamme e papà nella grande sfida di saper ascoltare i bisogni primari dei loro piccoli, e ancor prima, i loro stessi bisogni di genitori.

Danzi ancora?
Danzo poco, purtroppo. Ma i bimbi mi tengono allenata ☺

Un’ultima cosa: sei soddisfatta del tuo lavoro?
Sì, sono soddisfatta del percorso fatto finora. Anch’io imparo continuamente a dare ascolto a me stessa, a rispettare i tempi necessari per sviluppare qualcosa che perduri nel tempo.
È un cammino arduo, proprio perché vado un po’ controcorrente. Ma io sono sempre stata cosi: ho sempre scelto le strade più tortuose, ma che m’invogliano a continuare. È proprio la sfida che mi fa procedere.

foto_intervista_bassa43Agosto 2012
La rubrica Leben in rete è a cura di Gloria Desideri
Interviste: Emanuela Passerini
Traduzioni: Eleonora Parrello
Editing: Gloria Desideri, Donatella Levi

Hello Angelica, please introduce yourself…DSC_7912compressa

I received my degree as a psychologist and psychomotricist in Sao Paulo, Brazil. I ‘ve moved to Italy in 2006 to attend the Body-Mind Centering® training program, and here I got my IDME certification in 2007 and my SME certification in 2009.

What do you do exactly?
Mainly I work as an infant developmental movement educator.

And where do you work?
I have my practice in Rome, in three different structures: the cultural association “Eppur si muove” which organizes a series of weekly courses and artistic and educational workshops for children; “Latte e coccole”, a clinic specialized in nursing and parenting support; “Margherita Medical Center”, a gynecology and midwifery medical center. I also work in some kindergarten and day care centers.

… and Baby Moves?
Yes, of course… In 2009 I developed the Baby Moves project, which offers group activity based on movement facilitation and parenting support. My work is directed to children, parents and early childhood educators.

Before you said that you came to Italy just to study BMC, did you?
…yes, and then I kept staying!

How enterprising! Why Italy then and not another place in the world?
I wanted to start the training program but couldn’t afford paying for the tuition, travelling back and forth, and board and lodging in a foreign country. The only solution was to move to America or Europe for a period of time. Through Thomas Greil I came in contact with Gloria Desideri, who had just created Leben. After corresponding by email for about three months, Gloria gave me the chance to come and study in Italy with a scholarship, and I became a member of the association that she had founded.

How did you come to know about BMC in Brazil?
I fell in love with BMC when I was still studying psychology in college and a student of dance and contact improvisation as well. I met BMC during a workshop at the studio where I used to go for dance classes.

Are you saying that it was thanks to a dancer that you came to know it?
That’s right, a dancer called Rose Akras who had done her training at the School for New Dance Development (SNDO) in Holland. In that school they were not offering “pure” BMC, but some of Rose’s teachers had studied and worked with Bonnie Bainbridge Cohen for a period of time. With Rose I did workshops on the skeletal, organ and fluid systems. Later I met Adriana Almeida Pees, who at that time was the only BMC® Practitioner in Brazil. Now she is also a BMC® Teacher.

Do you think it is possible to bring BMC in Brazil?
Yes, it is exactly what is happening now. When I used to study with Adriana in Brazil, her courses were not yet accredited by The School for Body-Mind Centering®. Later, when she began directing the first training program authorized by SBMC, I had already moved to Italy. When I had already completed two training programs here, in Brazil they had just started.

How do you integrate BMC with your background as psychologist?
As a student in psychology, I was eagerly trying to understand what the mind is, what the body, and how these two entities integrate with one another. Integrating psychology and BMC is a constant research in my work. I had also studied different therapeutic approaches, from the Reichian tradition for example or Bioenergetics. According to these approaches, although the body is considered central, mind and body were presented and studied as separated entities, perhaps because of a certain educational model. Well, this didn’t fully satisfy me…

Interesting, can you say more about it?
The point is that as students we were guided to approach the material in an intellectual way. On the other hand, I was dedicating time to all kinds of physical exercises, massages or other body techniques. This made me feel dissociated. It was only through BMC that I managed to perceive how much body and mind are in a constant dialogue and that my mind moves with my body.

How much important is it in your work the fact that you have a degree in psychology?
I didn’t ask for the recognition of my degree in Italy, so I don’t usually present myself as a psychologist, but psychology obviously always lies in the back of my mind. The fact that I have done traditional studies gives parents a sense of trust, even though what I was given in college, about developmental psychology, was not so an advanced training. On the other hand, BMC is a real innovative work.

So, how do you introduce yourself to parents or in writing a project that you want to develop?
I define myself exactly as in my introduction at the beginning of this interview: an infant developmental movement educator and a somatic movement educator; both these training programs are certified by The School for Body-Mind Centering®. BMC® is the approach developed in America by Bonnie Bainbridge Cohen. My practice is about somatic education, movement facilitation and parenting support. But, I believe, it’s not so much a matter of titles: I aim to apply BMC in the field of early childhood; I use BMC principles as a starting point to establish relationships; they are so fundamental and you can apply them to so many situations: with children, parents, or in school settings. I have enough to be busy! I feel that BMC enhances my skills of listening, establishing relationships and being in dialogue – abilities that I first developed as a psychologist.

Do you usually create your own projects or are you also called to lead a group?
I do write my own projects… and I collaborate with other psychologists and educators.

The structures you were talking about, “Eppur si muove”, the clinic, the medical center, the kindergarten, are public or private?
The first one is a not-for-profit association, the other ones are private structures. Also, most of the schools where I work are private.

Have you ever tried to hand in projects to public structures?
Yes, I managed to work in some public schools thanks to other not-for-profit associations that manage projects supported by public funds, or by the parents themselves. Together with Margherita Ferraro (IDME) I also tried to enter a family center in Rome, the only left one that provides services to families. I had been introduced to this center by some mothers who used to go there and now attend my groups. But another association had…”shoulders warmer than mine” a Brazilian expression meaning that others were already favorite…

So, you’re saying that in this family center your project was not accepted…
Not yet… but I have very close contact with some organizations whose aim is to develop a culture of “parenting according to nature” (also called “ecological parenting”, but I prefer the expression according to nature, because it goes more clearly to the point).

And what is the point of a culture “according to nature”?
A natural approach in growing children. These organizations work to inform parents about what is physiological in human development, and guide them to reflect on what is against nature, such as the use of the feeding bottle and the dummy, artificial milk, or tools that stimulate a false autonomy like baby walkers, pushchairs, high chairs etc.

And if someone says to you: – isn’t growing children already “natural”? – what would you answer? What do you think happened between us and nature?
Everything begins with the pregnancy and birth process. In the XX century, especially after World War II, pregnancy and birth in Italy were more and more medicalized, while in the past they were experienced in a more natural way. Families, and especially women, tend to lose their ability to listen to their own intuitions, losing thus empowerment and ending to trust blindly only in what society imposes: the medicalization of childbirth. Just think about two aspects: the caesarean section procedure is presented as the safest way to give birth and it is often done even when not necessary, denying thus mother and child the most powerful experience of physical contact and bonding relationship; the artificial milk is promoted by manufacture companies as a more complete food than breast milk itself. But in the Sixties some professionals in the medical field started to realize that we were taking a wrong turn. Leboyer, for example, proposed a new approach to childbirth, without violence. It was in those years that the medical science started to develop techniques and tools to assess the baby’s abilities during intrauterine life. Since then a lot of discoveries have been made about the baby’s real abilities when still in the womb.

How do you communicate these ideas to parents?
I realize that I have a lot to do to help parents to understand the importance of listening to themselves and their intuitions about how to grow their children; I give support to mothers and fathers when they are challenged in listening and recognizing their children’s basic needs and, even before that, their own needs as parents.

Do you still dance?
Unfortunately I dance very little now. But children keep me well trained… (laughing).

One last thing: are you satisfied with your work?

Yes, I am satisfied about what I’ve been doing. I also keep on learning how to listen to myself and my needs, respecting the necessary steps to develop something that can last in time.
It is a hard path, because I go a little bit against the current… But I have always been like that: I’ve always chosen the hardest ways, those that tempt me to go on. It is the challenge itself that makes me grow.

foto_intervista_bassa43August 2012
Leben Network is curated by Gloria Desideri
Interview: Emanuela Passerini
Translation: Eleonora Parrello
Editing: Gloria Desideri, Donatella Levi

Intervista con Marcella Fanzaga

Marcella_EleonoreL’incontro con Marcella è avvenuto di pomeriggio, nel suo appartamento a Milano. Era con noi la sua bimba di 7 mesi, Eleonore. Marcella, diplomata IDME ed SME, si presenta così:

M: Mi occupo di danza, di corpi e anime, di poetica del corpo; lavoro in diversi ambiti e conduco incontri con bimbi e adulti, abili e diversamente abili; mi rivolgo a una varia umanità… Lavoro come performer, danzatrice, coreografa. Da anni mi occupo di Improvvisazione e progetti Site Specific.

E: Come riesci a gestire la tua vita di neo mamma con quella lavorativa?

M: Mah, intanto diciamo che Saturno influisce e dà una mano… vale a dire… non c’è abbastanza lavoro!! Scherzi a parte, purtroppo è un periodo in cui insegno molto poco. Dove e quando posso tengo la piccola Eleonore con me, come oggi.

E: Quando la bimba è con te la tieni proprio a contatto fisico?

M: Sì, ad esempio venerdì scorso, alla lezione di gruppo, l’ho tenuta fasciata al mio corpo: è stata tranquilla per un’ora e poi ha iniziato ad agitarsi. Allora mi sono messa a cullarla mentre guidavo i bambini nel danzare con le loro mamme e i loro papà, e lei si è addormentata. Alla lezione di oggi, invece, non potrò tenerla in fascia, perché il gruppo di bambine che frequentano questo corso di danza sono più grandi, vanno alle elementari, la lezione è più tecnica e io mostro tutti gli esercizi e li eseguo con loro. In questo caso, la terrà la mia datrice di lavoro insieme alla sua bimba che ha tre mesi più di Eleonore. Nei corsi di Danza Creativa con le bambine della scuola materna mi è più facile muovermi e danzare tenendo Eleonore nella fascia a contatto con il mio corpo perché il lavoro è meno tecnico e più espressivo. Quest’anno mi sono organizzata così, l’anno prossimo vedremo.

E: Quindi, quali corsi stai tenendo come insegnante?

M: Corsi di movimento mamma e bimbi, danza per bambini e bambine della materna e delle scuole elementari. Il lavoro con gli adulti non è ancora partito, mentre sono stata chiamata per fare alcuni interventi all’interno di due formazioni professionali.

E: Fai anche delle lezioni con incontri individuali?

M: Sì, seguo due persone individualmente: una per delle lezioni di danza contemporanea e l’altra con un lavoro in cui uso il movimento e il tocco delle mani. Con quest’ultima persona lavoro molto gradatamente perché ha avuto un problema abbastanza grave. Le faccio esplorare l’equilibrio e la coordinazione spaziale e attraverso il tocco l’aiuto a porre attenzione alla sua organizzazione interna, ottenendo un effetto distensivo.

E: (mentre parliamo, giochiamo con Eleonore…) Come si comporta Eleonore quando è con gli altri bimbi durante i tuoi corsi?

M: È molto curiosa e attenta, partecipa. Mi fa piacere portarla con me. Adesso va al nido e sta già con gli altri bimbi, ma quando viene con me ho la possibilità di stimolarla attraverso il movimento e la danza e l’ascolto della musica, inoltre in alcuni corsi si relaziona a bimbi più grandi.

E: All’interno dei corsi che hai elencato prima, che tipo di lavoro porti avanti in ciascuno?

Nei corsi mamma-bimbo faccio un lavoro di danza creativa, con esperienze di tocco e contatto che provengono dal BMC. Ad esempio, propongo di fare gli “strizzini”, come li abbiamo chiamati al corso: la mamma dà piccole e dolci strizzate con le mani per risvegliare il corpo del bambino e delle “spalmate” sul corpo stesso del bimbo per connetterne centro e periferia. Quindi seguo gli schemi di movimento omologo, omolaterale e controlaterale (intanto Marcella mi mostra i movimenti facendoli su Eleonore). Li propongo con ritmi diversi: ora mi muovo a onde, ora in modo spezzettato, saltellando, camminando nello spazio, oppure vado nello spazio e mi fermo, o ancora… via! tutti in un punto della stanza!

E: I bimbi di questo corso sono tutti piccolissimi?

M: Sono bambini che hanno una età compresa tra i 4 mesi e i 3 anni.

E: Quali differenze noti tra diverse fasce d’età?

M: I bambini sotto l’anno si stancano molto più facilmente, e hanno bisogno di maggiore lentezza.

E: Altre caratteristiche?

M: La messa a fuoco è sul bambino, sulle sue potenzialità neuromotorie. Questi incontri li definisco “bambino-centrici”: il bambino e le sue esigenze sono in primo piano e la mia intenzione è quella di fornirgli stimoli adeguati per il suo sviluppo e la sua crescita. I genitori sono importantissimi per raggiungere questo obiettivo perché è attraverso il loro corpo che il bambino percepisce il movimento e la musica. Focalizzandomi sul bambino però non perdo di vista i genitori e mi occupo anche della relazione tra loro e il proprio figlio. Sono consapevole che questo tipo di lavoro facilità il bonding e l’emergere di emozioni molto profonde che in questo contesto accogliente hanno la possibilità di essere espresse.

E: Ma i papà vengono a questi incontri, o ci sono solo mamme e bimbi?

M: Certo che possono venire anche i papà! Ma più spesso vengono solo le mamme, o almeno questa è la mia esperienza… forse perché questo lavoro è ancora un po’ sconosciuto. C’è ancora molto da raccontare e spiegare affinché nella cultura corrente si comprenda quanto importante sia fare esperienze di tocco, di movimento e di musica insieme. Tra le finalità del lavoro corporeo c’è anche lo sviluppo del bambino e della sua capacità di entrare in relazione, di stabilire dei legami e un contatto significativo con i genitori. E poi, in questi incontri la mamma può anche esprimere i suoi stati emozionali, che dopo il parto devono ancora regolarsi, mentre il bambino viene stimolato e si diverte.

E: Usi degli oggetti a sostegno del lavoro corporeo?

M: Sì, delle palle, dei teli piccoli… anche i cuscinoni dell’allattamento. Il corso per mamme e bimbi 2-12 mesi è nuovo; diciamo che l’ho ideato e messo a punto dopo la nascita di Eleonore. L’ho chiamato “Danzare una nuova vita”, e fa parte del progetto “Bimbi InForma”. È un mio “brevetto” in cui propongo una struttura molto precisa dove si alternano il lavoro a terra e il lavoro in piedi e le esperienze con il tocco, lo spazio, il ritmo e la melodia, e in cui fondo le mie conoscenze di danzatrice con ciò che ho appreso durante le formazioni IDME e SME.

E: Quindi, venendo su da terra, la mamma tiene il bambino fasciato al suo corpo, o in braccio, e si muove con lui o lei..

M: Esatto, ed è qui che la mia attenzione si sposta alla mamma, perché se la mamma non si muove con facilità, o ha timore a muovere il bambino e a fargli sperimentare le diverse posizioni del corpo rispetto alla gravità, al bambino non arriveranno le informazioni e gli stimoli necessari per percepire e percepirsi. Come dire…se la mamma gioca e danza, il bambino apprende.

E: Credo che per approfondire lo sviluppo della relazione non ci siano altri luoghi e altri modi di lavorare così specifici come questo, cosa ne pensi?

M: Io credo che il nostro lavoro attraverso il Body-Mind Centering® sia ancora poco conosciuto, rispetto a quello, per esempio, degli psicomotricisti, che hanno un riconoscimento professionale ufficiale e quindi sono più facilmente seguiti dalle mamme… È una strada lunga la nostra… perché pratichiamo un approccio esperienziale, che va sperimentato prima di tutto su di sé… ma comunque credo che possa dare delle indicazioni molto specifiche e pratiche. Poi nel mio caso particolare, credo che la specificità del mio lavoro stia nel fatto che unisco molte conoscenze elaborate in anni di esperienza e di studio sul linguaggio e le dinamiche corporee, spaziando dalla Danza Contemporanea al Butoh, alla danza terapia, all’Improvvisazione, al Body-Mind Centering®.

E: Parlami un po’ del lavoro con i bimbi e le bimbe più grandi.

M: Con loro faccio danza creativa contemporanea, propongo spunti d’improvvisazione adatti ai bambini, su aspetti della danza che secondo me sono importanti: il ritmo, il tempo, lo spazio, le parti del corpo. Non facendo leva sull’imitazione del maestro, ma sulla creatività degli allievi, credo che quest’esperienza sia per loro una buona base per poter poi studiare qualsiasi tipo di danza: un risveglio, un’integrazione che predispone al movimento. Anche questo, però, è un discorso difficile da fare e da capire, perché molti genitori conoscono ancora solo la danza classica, quella classicamente strutturata come… danza “normale”, come recentemente, mi è stata definita da una insegnante di scuola dell’infanzia…

E: Cosa ha influenzato il tuo approccio all’insegnamento, da dove vengono le tue idee per i corsi?

M: Per il lavoro di danza con le bambine più grandi, contano le mie esperienze e le formazioni di danza e improvvisazione; il corso mamma-bambino è molto influenzato dallo studio del BMC, e in particolare dalla formazione IDME: il modo di toccare, lo stare al livello del bambino, dare particolare attenzione alla relazione mamma-bimbo e alla relazione dei bimbi tra loro; e poi, tutto il lavoro sugli schemi neurocellulari di base…; e mettiamoci anche tutti gli altri studi di danza che ho fatto in passato!
In particolare il lavoro sul tocco per me è molto importante. Avevo avuto nozioni di BMC anche prima delle mie formazioni SME e IDME, all’interno del programma della scuola di danza in Olanda… Avevamo classi in cui si esplorava e si studiavano i diversi sistemi. Io ho studiato lo scheletro, perché la direttrice era un’insegnante certificata BMC e quindi la formazione era intrisa di elementi BMC. Quando, tornata in Italia, ho iniziato a lavorare, questa mia sensibilità attraverso il tocco è emersa nel lavoro con gli anziani; ho affinato una modalità e un approccio sensibili nel suggerire loro la danza, senza manipolare, ma facilitando il movimento nell’ascolto, così da creare insieme un dialogo attraverso il tono e il contatto.

E: Nel tuo lavoro come performer e danzatrice, una delle tue peculiarità è l’improvvisazione, e con ottimi risultati, come ho avuto modo di constatare personalmente. Come riesci a mantenere l’attenzione alla ricerca interna e alla qualità del movimento, senza fissare le sequenze che danzi?

M: Questo, per fortuna, è l’unico dono… Scherzo… La storia è lunga. Ho studiato tanto. In Olanda praticavamo tanta improvvisazione. E poi ho studiato a lungo il Butoh. Con la danza Butoh ho imparato a portare l’attenzione verso ciò che succede dentro mentre sono in performance, ad essere dentro e fuori allo stesso tempo. Avevamo un maestro molto attento che si accorgeva subito quando fingevi o ti perdevi… Essendo il Butoh un’arte performativa, il ponte della comunicazione è sempre aperto. Questo è il grande allenamento: non puoi entrare troppo dentro di te e perderti, devi tenere l’ascolto sulle motivazioni interiori in atto, sui “paesaggi interiori”, come li chiamava il mio maestro, e nello stesso tempo essere presente agli stimoli provenienti dall’esterno e consapevole di essere un tramite perché avvenga una comunione artistica con il pubblico, uno scambio, un dialogo che definirei energetico e cellulare.

E: Bello! Mi hai spiegato bene perché ho provato quello che ho provato quando ti ho vista improvvisare!

M: Nel tempo, dell’improvvisare ne ho fatto una filosofia. La ritengo una pratica molto alta, presuppone allenamento, conoscenza in modo approfondito del proprio corpo, di una tecnica corporea e di composizione coreografica. Perché sia una pratica viva, non ci si può permettere di rimanere imbrigliati nelle proprie abitudini di movimento, nei limiti o in quello che meglio conosciamo. Per fare un caso estremo, pensa come sarebbe limitato e limitante il restare bloccati in uno schema che deriva da quella che era la nostra posizione in utero e continuare a riproporlo all’infinito. Prendere coscienza dei nostri limiti è un esercizio fondamentale ed estenderli attraverso lo studio e la pratica è importante per arricchire il nostro vocabolario di movimento significante.
La pratica dell’Improvvisazione richiede ascolto e respiro, richiede la capacità di lasciare le risposte al corpo e al tempo del corpo, per cui occorre allenare la mente ad essere presente nel dialogo corporeo senza predefinire le risposte, ma aprendosi all’inaspettato. Questo può generare ansia…

E: Che consapevolezza ti ha portato la nascita di Eleonore e la sua presenza nella tua vita?

M: Ho scoperto che il corpo della donna è in grado di compiere un atto miracoloso, potente e fragilissimo allo stesso tempo. Nulla può essere dato per scontato, dall’avere una gravidanza fino al portarla a termine… Quest’esperienza mi ha aiutata a comprendere meglio, direi proprio sulla mia pelle, che nella nostra società non c’è sufficiente cura per questo miracolo: il generare la vita. Si dovrebbe dare più attenzione alla donna, tutelare di più la maternità e quindi l’umanità. Ho partorito di notte, godendomi il silenzio e la tranquillità per noi due. Penso che le ostetriche facciano un lavoro prezioso, per niente scontato. A loro modo fanno improvvisazione! Hanno delle tecniche, certamente, ma ogni parto è a sé e loro devono capire e agire sul momento, nel “qui e ora”, rispetto alle circostanze di ogni singola nascita. A volte basta un istante…e tutto cambia.

Eleonore… la osservo molto… sta cercando di insegnarmi a non avere fretta, a prendermi cura, più cura, di me e della qualità della vita, ad accettare il vuoto e l’ignoto…dovrei saperlo già fare da improvvisatrice… ma non c’è limite alla consapevolezza! E poi con lei e grazie a lei, forse, sta nascendo una nuova Marcella… che non è quella che ho sempre conosciuto, ora ha una figlia ed è mamma… è una rivoluzione più profonda e sottile. Mi auguro di lasciarla accadere!

Marci_veloOttobre 2012
La rubrica Leben in rete è a cura di Gloria Desideri
Intervista: Emanuela Passerini
Traduzione della versione inglese: Eleonora Parrello
Editing: Gloria Desideri

Marcella_EleonoreE: Marcella and I met one afternoon in her Milano apartment. Her seven month old baby, Eleonore, was with us. Marcella is certified as both an SME and an IDME. She introduces herself like this:

M: I work with dance, bodies and souls, with the poetics of the body; I work in different fields, also leading classes for adults and children, disabled and not. I turn to a variety of different human beings … I work as a performer, dancer, choreographer. For several years I have been dealing with improvisation and site-specific projects.

E: How do you manage your life as a new mum with your professional life?

M: Well, let’s say that the influence of Saturn is lending a hand… that is to say… there’re not enough gigs! Just joking… But that’s true that in this last period I haven’t been teaching as much. Whenever I can, though, I keep my little Eleonore with me, like today.

E: When your baby is with you, do you keep her in close physical contact?

M: Yes, the other day, for instance, I wrapped her on my body during a group class: she stayed quiet for an hour. When, after a while, she began feeling restless, I started to rock her while guiding some children and parents into dancing together, and she fell asleep. For today’s class, I will not wrap her on me because here my teaching is more technical, children are older and I usually demonstrate for them all the dance exercises. My employer will look after Eleonore, along with her child who is three month older. In the creative dance classes that I teach in primary schools, it’s easier for me to have Eleonore wrapped on my body while dancing, because, rather than technical, my work there is more about expression. This is how I’ve managed things so far, let’s see what will come next.

E: So, which kind of classes are you teaching at the moment?

M: I offer movement classes for mums and children and dance courses for children of primary and elementary school. Classes for adults haven’t started yet, but I got called for some work in two professional dance educational programs.

E: Do you also see people for individual session?

M: Yes, at the moment I work with two persons individually: one client comes for private contemporary dance classes; for the other person I use both movement re-education and hand-on work. This last case requires that I work very gently and gradually, because my client has had quite a severe problem. I guide her into exploring her balance and spatial coordination, and through touch I help her to focus on her inner organization: a kind of work that brings along a relaxing effect.

E: (while we converse we are playing with Eleonore…) What is Eleonore’s behaviour like, during your classes, and when she’s with other children?

M: She’s very curious and alert. Present. I like taking her with me. She goes to the day care now, so she’s used to be with other children, but when she comes with me I have the chance to offer her some stimulation through movement and music. It happens that in some courses she’s with older children too.

E: What kind of work do you develop for your classes?

In the mum-baby classes, I do creative dance work which includes experiences based on contact and hands-on work and from various principles of the BMC approach. I propose, for instance, the “little squeezes”, as we named this exercise: each mum touches her baby gently squeezing his or her body for waking it up. Another practice is giving gentle strokes to the baby’s body, in order to connect his/her centre to the periphery. I also work with the homologous, homolateral, and controlateral movement patterns (while speaking Marcella is demonstrating the patterns on Eleonore). I work on these patterns using different rhythm: with wave like movement, in a broken up mode, walking and jumping in space, or moving to this or that place of the room… stop! go! everybody over there…now!

E: Are all children in these classes little babies or also toddlers?

M: They range from four months to three years of age.

E: Which difference do you notice depending their age?

M: Children under twelve months get tired much sooner, they need more time and are slower.

E: What else?

M: I focus on the child, on her or his neuromotor potentials. I would define this kind of sessions “child-centered”: the child and his/her needs are in the foreground, and my intention is to give the right stimuli for the child’s growth and development. Parents are very important in order to reach this goal, because it is through their bodies that the child perceives movement and music. So, yes, the focus is on the child but I don’t forget the parents and I work on the relationship between them and their child. I am aware that this kind of work facilitates the bonding process and the emerging of very deep emotions that in such a welcoming context can be freely expressed.

E: Do daddies come to these sessions, or are there only mothers and children?

M: Of course daddies are welcome! But, in my experience, more often mothers come on their own… maybe because this kind of work is not yet much known in today’s culture. We need to explain what’s about, to communicate the importance of sharing experiences of touch, movement and music. A body-oriented approach is finalized to facilitating development in children, their ability to enter relationship and establish bonds and contact with their parents. During these sessions, while children are stimulated playing and enjoying themselves, new mothers have a chance to express some of their emotional states that often, in the aftermath of childbirth, need to rebalance.

E: Do you use objects and props to support your bodywork?

M: Yes, I use balls, small blankets…and large breastfeeding pillows. The class for mums and children between 2 and 12 months is still quite new, let’s say that I conceived and set It right just after Eleonore’s birth. I called it “Dancing a New Life”, as part of the project “Babies in Good Shape”. It’s a “patent” of mine: it has a precise structure which includes both floor and standing work, along with experiences of hand-on, space, rhythm and music phrasing, integrating my knowledge as a dancer with what I’ve learned during my SME and IDME training programs.

E: So, moving from lying to standing, a mum holds her baby wrapped to her body, or in her arms, and the two move together…

M: Exactly, and at this point my focus shifts to the mother, because if a mum doesn’t move easily, or has any fear to move the baby and let him/her experience different body postures and relationships to gravity, the baby will not get the necessary information and stimuli for developing a process of perception and self-perception. In other words, if a mum plays and dances, her baby will learn.

E: I can’t imagine a better way or place for such a specific learning process, for deepening the development of a relationship, what would you say?

M: I think that our work with Body-Mind Centering® is not much known yet. Think of, for instance, psychomotricity: it is officially and professionally recognized and mothers more easily follow that direction… Our path is a long path… We do an experiential work, meaning that we need to experience it first on our own body, before facilitating others… I think that this work can offer very precise and useful suggestions to parents. The peculiar aspect of my work lies in how I integrate all the diverse knowledge developed over the years, ranging from Contemporary Dance, to Butoh, Dance Therapy, Improvisation and Body-Mind Centering®.

E: Tell me a little bit more about the work you do with older children.

M: I do contemporary creative dance, giving children improvisational hints, suit to them and their age, about important aspects of dance: rhythm, time, space, differentiating body parts… I think that this kind of experiences can be useful for any other dance style they will approach in the future. It’s a way of teaching that doesn’t rely on imitating the teacher, but on stimulating pupils’ creativity, awakening them to integrate and open up to movement. This approach too is hardly known and understood… For parents, ballet is the main reference for dance, the kind of dance considered “normal”, as a primary school teacher recently defined it…

E: What are the roots of your teaching approach, where do your ideas for teaching come from?

M: Regarding dance work with elementary school children, I rely on my studies and experience on dance and improvisation; the mum-baby course is very much influenced by the BMC training, and particularly by the IDME approach: ways of touching, being at baby’s level, giving particular attention to the mother-child relationship and that of babies among themselves. And then, there is the work on basic neurocellular patterns and developmental movement; not to speak of all the dance studies that I did in the past!
The hand-on work with touch is particularly important to me. I had some BMC notions when I was studying in Holland, much before participating in the SME and IDME training programs… In that dance school I could experience different body systems from the BMC perspective. I studied the skeleton, because the school director was a BMC certified teacher and our dance curriculum included many BMC elements. When I came back to Italy, I started to work with old people, and I went back to that gentle hands-on work as a resource. I then kept on refining my sensitive approach to touch, noticing how useful it was to facilitate dancing and moving, and to listen to others in order to establish a dialogue based on tone and contact, not at all manipulative.

E: Improvisation is a characteristic of your work as a dancer and performer, and with quite high results, as I could personally witness. How can you manage to keep your inner research going, and the quality of movement, without fixing the sequences of your dance?

M: This is the only gift I have… Joking… It’s a long story. I’ve studied a lot. We did a lot of improvisational work in Holland. I also studied Butoh for long time. Thank to Butoh, I’ve learned how to focus on what is happening within myself while performing: being thus inside and outside at the same time. We had a very alert teacher who could immediately see whenever you were faking or getting lost… Since Butoh is a performing art, the communication channel is always open. This is the biggest lesson: you cannot go too much deep within yourself and get lost, you have to keep an eye on the inner motivations that are flowing within you, on the “inner landscapes”, as my teacher used to call them. But, at the same time, you have to be present to the stimuli coming from the outside, being aware that you are a medium for an artistic communal experience to happen in the audience, a sharing, a dialogue that I would call energetic and cellular.

E: Beautifully said! You really gave me an explanation for what happened to me when I saw you improvising!

M: Over the years, I made a philosophy out of the art of improvising. I believe it is a very high practice which requires hard training, deep knowledge of your body, of both body technique and choreographic composition. I think it’s a living practice, you cannot afford to be trapped in your movement cliché, to limit yourself on what you know better. Just to make an example, think about the limitations if we were stuck in a recurrent pattern originating from what was our position in utero. Getting aware of our limits is a basic exercise, very important to expand our choices through study and practice, in order to enrich our vocabulary of meaningful movement.
Practicing improvisation requires listening and breathing, the ability to let time for the body to respond, and you need to train your mind to be present, not giving any preconceived answer, rather opening yourself to the unknown. Sometimes this can generate anxiety…

E: The birth of Eleonore, the existence of Eleonore in your life: what kind of awareness is all of this bringing you?

M: I realized that a woman’s body can do a miracle, a very powerful act, very fragile at the same time. Nothing can be taken for granted: from becoming pregnant to carrying the pregnancy through full term… This experience took me to an understanding, on my own skin let’s say, of how our society doesn’t provide enough care for this miracle to happen: which is giving life. Women should be more cared for, motherhood more protected… mankind after all! I gave birth to Eleonore at night, enjoying silence and quietness around us. I think that midwives do a precious job, that shouldn’t be taken for granted. They improvise, in a way! They know the technique, of course, but each birth is different and they have to understand and act in the ‘here and now’, depending on each birth circumstances. Just an instant and everything changes…

Eleonore…I watch her a lot. ..she is trying to teach me not to hurry, to take a better care of myself and to care for the quality of my life, to accept the emptiness and the unknown… As an improviser, I should already know how to do it… But there are no limits to awareness! And thank to her, together with her, a new Marcella is growing… Not the one I’ve always known, because she has a daughter now and she is a mum… It is a much deeper and subtle revolution. Hopefully, I will let it be happening!

Marci_veloOctober 2012
Leben Network is curated by Gloria Desideri
Interview: Emanuela Passerini
Translation: Eleonora Parrello
Editing: Gloria Desideri

Intervista con Annarita Raffi and Paola Rubatta

5160059-grande-elefante_primaE: Buongiorno Paola Rubatta, buongiorno Annarita Raffi, vi chiedo di presentarvi e dirci di che cosa vi occupate.

A.R.- Io, Annarita, sono psichiatra psicoterapeuta, psicologa clinica, counselor a indirizzo Voice Dialogue ed educatrice in movimento somatico, lavoro con sedute individuali e di gruppo. Vivo e lavoro a Bologna dove esercito la professione di psicoterapeuta dal ’95.

P.R.- Io, Paola, sono psichiatra e psicoterapeuta sistemico relazionale. Lavoro con adulti e adolescenti, in sedute individuali e/o familiari e con gruppi. Vivo anch’io a Bologna, ma attualmente divido il mio tempo tra la mia città e Cagliari. Esercito la mia professione dal 2000.

E: Come siete venute a conoscenza dell’approccio BMC?

P.R.- Annarita mi aveva consigliato un seminario tenuto a Bologna da Gloria Desideri, a cui però non mi fu possibile partecipare. In seguito, ho iniziato a frequentare i primi corsi di formazione a Tuscania, spinta dalla curiosità e dalla voglia di fare qualcosa di nuovo che mi portasse a dare più spazio nel mio lavoro alla consapevolezza corporea.
A.R.- Già, il mio incontro col BMC è stato tramite quel seminario tenuto da Gloria a Bologna. L’aveva organizzato la mia insegnante di danza orientale, Maria Martinez, che poi ha anche lei seguito la formazione SME e si è diplomata quest’anno. Paola ed io ci siamo diplomate entrambe nel 2009.

E: Qual è il target di riferimento per il vostro lavoro di psicoterapia?

A.R.- Adulti. Per le sedute individuali da me vengono persone che hanno disturbi del comportamento alimentare, disturbi d’ansia o depressione, o ancora persone con problemi relazionali. I gruppi sono invece seguiti da persone che vogliono approfondire la conoscenza di sé anche attraverso il lavoro corporeo.
P.R.- Io lavoro con adulti e adolescenti, coppie e famiglie. Come target direi che coincide più o meno con quello di Annarita.
E: Attraverso quale canale arrivano da voi le persone? Pubblicità, passa parola …
P.R. Per lo più sono i colleghi che ci inviano le persone.
A.R. Sì, e poi anche il passaparola di pazienti.
E: Che cosa ha significato per voi, in quanto colleghe e amiche, condividere il percorso BMC, confrontarvi e sostenervi nell’integrare questo approccio nella vostra vita e nella vostra professione?
P.R.- Annarita ed io ci siamo incontrate durante la scuola di specializzazione in psichiatria. Quindi, venivamo da una formazione strutturata e molto centrata sulle competenze cognitive, peraltro necessarie nel nostro lavoro. Negli anni successivi ci ha accomunato la ricerca di nuovi modi, più creativi e meno patologizzanti, per aiutare le persone e quindi, automaticamente, aiutare noi stesse. Evidentemente entrambe ci sentivamo un po’ strette nelle definizioni di sofferenza, malattia ecc. date dalla medicina ufficiale. Abbiamo frequentato insieme anche la formazione in Voice Dialogue e attualmente conduciamo la lezione di psicopatologia prevista all’interno di questo percorso… Ovviamente si tratta di una lezione in cui usiamo musiche e movimento… Io ho anche frequentato vari corsi sull’uso del disegno e dell’acquarello come mezzo di cura. Conoscere Annarita mi ha aiutato a trovare il coraggio per “lanciarmi” in questi nuovi mondi, non proprio convenzionali, e per convincermi che si potevano integrare nel nostro lavoro.
A.R.- Per me è stato importante condividere con Paola i percorsi esperienziali che completavano la nostra formazione accademica, più intellettuale: ho trovato un’amica e un’interlocutrice con cui poter scambiare e riflettere anche su come portare le nostre esperienze nel lavoro che svolgiamo.
E: Pensate che il BMC abbia arricchito le vostre rispettive professioni? Se sì, in che modo?
A.R.- Nelle terapie cognitivo comportamentali il BMC mi è stato molto utile per facilitare l’espressione e la consapevolezza corporea. Ma prima di tutto, sono cambiata io! Ho maggiore consapevolezza del mio corpo ed è cambiato il mio approccio: accolgo le persone in modo più “fisico”, sono più percettiva e più predisposta ad entrare in empatia, ho più possibilità di sentire come sto io nelle situazioni…
E: Paola, e per te?
P.R.- In questa formazione ho sperimentato nella pratica cose fino ad allora apprese esclusivamente a livello mentale, com’era stato nella mia formazione “ufficiale”, e ho scoperto nuove cose di me. Oggi sento di avere una maggiore “empatia corporea”, nel senso che sento di mettermi in gioco nella relazione non solo con la testa ma anche con il corpo. Mi sono resa conto che nelle sedute uso molte immagini e similitudini che mettono insieme il nostro “sentire” e il nostro “stare nel corpo”. Un’altra grande acquisizione, per me, è stata la maggiore consapevolezza che ho ora delle transizioni, dei passaggi da un ritmo all’altro, o da uno stato d’animo all’altro.

E: Paola, accennavi al fatto di usare delle similitudini nelle tue sedute di psicoterapia. Puoi darcene un’idea?

P.R.- Sì, prendiamo ad esempio i principi dello yield e del push come modalità d’azione: uso queste esperienze corporee per analizzare e comprendere come ci si relaziona al mondo, agli altri: come si aderisce (yield) alle situazioni o come ci si spinge via (push) da qualcosa; come si portano gli oggetti nel proprio spazio personale o come si allontanano. Uso anche molto tutte le immagini legate all’uso dei nostri sensi e delle nostre capacità percettive (come si tocca o come si è toccati, come si guarda o come si è guardati). Trovo tutto questo molto utile per accompagnare delle persone il cui rapporto col mondo ha subìto un blocco a causa di una malattia, di un lutto, di una difficoltà.Annarita, un tuo esempio su come usi il BMC nelle tue sedute?

A.R.- Provo a spiegarmi riferendomi a un caso specifico: una mia cliente con problemi di anoressia ha paura di soffocare quando mangia. Con lei lavoro con esercizi di somatizzazione: cioè guido la sua attenzione chiedendole di sentire la parte alta del tubo digerente, le parti morbide interne; oppure le chiedo di colorare dei disegni anatomici della bocca e della gola. Queste pratiche l’aiutano anche quando deve affrontare dei cibi che le fanno paura.

E: In quali spazi svolgete gli incontri? Avete un vostro studio o utilizzate altre strutture?

A.R.- Ho uno studio privato e i pazienti vengono da me a studio.
P.R.- Anche i miei pazienti vengono a studio da me. A volte, faccio visite domiciliari.

E: L’esperienza BMC ha influenzato il vostro setting di lavoro?

P.R.- Certamente. Negli anni ho preso a muovermi sempre di più con il paziente durante le sedute. Utilizzo molto anche il disegno e la scrittura. Quindi oltre a due poltroncine per parlare, nel mio studio, ci sono anche tavolo e sedie. Purtroppo lo spazio vuoto è poco, perché la stanza è piccola, ma ovviamente cerco di sfruttarlo al meglio ogni volta che c’è bisogno di alzarsi e muoversi.
A.R.- Sì, anche per me il setting si è trasformato: ora lavoro con le persone a terra, seduti su una stuoia o su un seggiolino basso, e siamo a piedi scalzi. Il seggiolino è comodo da spostare se la persona ha voglia di sdraiarsi a terra.

E: Qual è la forma d’espressione corporea che usate maggiormente?

P.R.- Varie tecniche di rilassamento, le somatizzazioni e, come dicevo, il disegno. Il disegno coinvolge molto i pazienti. Coi gruppi, più il movimento.
A.R.- Io lavoro maggiormente con la respirazione cellulare, le somatizzazioni e il movimento; vorrei lavorare di più con la voce, ce ne sarebbe molto bisogno, ma per i pazienti non è facile.

E: E riguardo ai sistemi corporei, a quale fate più spesso riferimento?

A.R.- Al sistema scheletrico e ai muscoli.
P.R.- Io utilizzo molto i fluidi e gli organi.

E: Ci sono dei temi che più spesso affrontate attraverso questi sistemi?

A.R.- Io uso molto lo scheletro per lavorare sui limiti, sui confini, sulla struttura, per esempio, con persone insicure che fanno fatica a dire di no; e i muscoli per sentire le proprie potenzialità, la volontà d’azione. Se dovessi esprimere queste due esperienze attraverso un’unica immagine, sceglierei quella di un elefante che per me rappresenta il collegamento con la terra e la potenza del radicamento.
P.R.- Io ho spesso utilizzato le caratteristiche dei fluidi per lavorare sul lasciare andare, sul fluire, sulla morbidezza e l’accoglienza.

E: E come prendono le persone queste vostre proposte di lavoro: arrivano a percepire le caratteristiche dei sistemi corporei e a farne esperienza?

A.R.- I pazienti sono molto contenti quando sentono la potenza del proprio supporto osseo. Ne ho avuti diversi con disturbi dell’alimentazione, anoressia e bulimia. Questo tipo di persone hanno un gran bisogno di confini, struttura e sicurezza: il sistema scheletrico dà loro molto supporto, e quello muscolare la fiducia di potercela fare.
P.R.- Mettiamo il caso degli organi interni: se chiedi alle persone di percepire i propri organi si incuriosiscono e si “scuotono”… si aprono alle emozioni e a nuovi stati dell’essere… comunque in generale propongo questo tipo di lavori quando sento che c’è lo spazio per farlo … Eppure, non finisco mai di stupirmi quando vedo che mi seguono con facilità e come questo lavoro permetta loro il contatto con le sensazioni in maniera, appunto, fluida… A volte mi sembra che l’effetto del BMC sia simile a quello prodotto da un sasso lanciato nell’acqua: a partire da uno stimolo possono nascere tanti cerchi che si allargano e si aprono verso sentieri nuovi.

pioggia_ultimaSettembre 2012
La rubrica Leben in rete è a cura di Gloria Desideri
Interviste: Emanuela Passerini
Traduzioni: Eleonora Parrello
Editing: Gloria Desideri

5160059-grande-elefante_primaHello Paola Rubatta, hello Annarita Raffi, would you like to introduce yourselves and tell us what you do?

A.R.- Shall I start? Yes, Annarita here. I am a psychiatrist and psychotherapist, clinical psychologist, counselor in Voice Dialogue and a somatic movement educator. I work in both individual and group sessions. I live and work in Bologna, where I have a practice as a professional psychotherapist since 1995.
P.R.- And I’m Paola, a psychiatrist and a systemic relational psychotherapist. I work with adults and adolescents, in individual and/or family sessions, and in groups. I live in Bologna too, but at the moment I commute to Cagliari to work there. I began my professional practice in 2000.
How did you come to know about the BMC approach?
P.R.- Thanks to Annarita who first suggested me a workshop with Gloria Desideri in Bologna, which actually I couldn’t attend at the time… Later though I started to take the first training courses in Tuscania, powered by curiosity and the desire to do something different, something that could give more space to expanding body awareness in my work.
A.R.- My encounter with BMC happened in fact because of that workshop with Gloria in Bologna. It was organized by my oriental dance teacher, Maria Martinez. She also decided to follow the SME educational program afterwards and graduated this year. Paola and I graduated in 2009.
What is the target for your work as psychotherapists?A.R.- Adults. I work in individual sessions with people with eating disorders, problems of anxiety or depression, or else people with relational difficulties. With groups it’s different, usually they are attended by people who want to deepen their self-knowledge with an approach that includes body work.
P.R.- I mainly work with adults and young people, couples and families. More or less the same target as Annarita.How do people come to you? Through promotion….word of mouth…P.R.- I would say that clients are mostly sent to us by other colleagues.
A.R.- Yes, and also word of mouth…What did it mean to you, as colleagues and friends, sharing the BMC path, consulting each other and giving support to one another in order to integrate this approach in your life and profession?P.R.- We met during our school of specialization in psychiatry. That is to say that we came out of a very structured form of education, very much focused on cognitive competencies, which are actually necessary in our work. In the following years, we came closer to each other because we were both searching for new ways, more creative and less focused on pathological aspects, to help other people as well as, obviously, ourselves! Somehow we felt uncomfortable with the narrow definitions of suffering and disease, as in the official medicine. Also, we both attended a training program in Voice Dialogue, and now we collaborate in teaching a psychopathology class as part of this curriculum… a class where we obviously use movement and music… I also did many courses on the use of drawing and watercolour as tools for treatment. Meeting Annarita encouraged me to “dive” into these new and unconventional worlds, and to strengthen my trust in the possibility to integrate them in our work.
A.R.- It was important for me to share with Paola these experiential paths that have complemented our academic training which was more intellectual. I got a friend and a person to dialogue with, to share and reflect about how to apply our experience in our field work.Do you think that BMC enriched your professions? If yes, in which way?

A.R.- The BMC approach helped me a lot in cognitive behavioural therapies, as a way to facilitate body expression and awareness. But, to say the truth, it has been me the first to change! I have now a wider body awareness and my relational approach has changed too: I welcome people in a more “physical” way; I’m more perceptive and open to empathize with people; I have more possibilities to perceive my own feelings in each situation…

And what about you, Paola?

P.R.- Through this training I had the chance to have a direct experience of things that during my ‘conventional’ training I had only learned on a brain level. In this way, I discovered new things about myself. Today I feel that I can count on stronger “bodily empathy”. What I mean is that now I can engage myself in a relationship not just with my mind but also my body. During my sessions, now that I think of it, I use a lot of images and metaphors that refer to how “feelings” and “being in the body” go together. Another important achievement is that I’m now more aware of transitions: the steps from one rhythm to another, from a certain mood to another.

Paola, you were just speaking of images that you use during your psychotherapy sessions. Can you give us an example?

P.R.- Well, let’s take the movement principles of yield and push, for instance, I use these experiences a lot to analyse and understand how we relate to the world, to other people: how we connect and bond to certain situations or we push away from them; how we take things into our personal space or how we remove them from it. I also use lots of images coming from the experience of our senses and perceptive abilities (how we touch or are touched, how we look at or are looked at). All of this is quite useful to facilitate people whose ability to relate has been compromised by disease, mourning, or any kind of other issues.

And you, Annarita, can you give us some example? How do you use the BMC approach in your sessions?

A.R.- I’ll try to explain myself talking about a specific case: I have a client with problems of anorexia. She’s afraid to choke when she eats. With her I use the practice of somatization, which means guiding verbally her attention for her to perceive the higher part of the digestive track, the soft inner sides; or else, I ask her to colour some anatomic drawings of the mouth and the throat. This type of practice helps her even when she has to face some kind of food that really scares her.

Where do you hold your sessions? Do you have your own office or do you work in other facilities?

A.R.- I have an office and clients come to me.
P.R.- Except for when I’m invited to teach in some training program, usually I work with clients in my office. Sometimes I do home visits.

Did the BMC experience influence your work setting?

P.R.- Certainly. Over the years I have included more and more movement in my work during sessions. Now I also have clients drawing and writing a lot. In my space I have two comfortable chairs for when we talk and also a table with chairs. Unfortunately, free space for movement is limited because the room is small, but I try to use it for the best whenever my patient and I need to stand up and move around.
A.R.- Yes, the setting has changed for me too: now I work with people on the ground, sitting on a mat or on a low chair, and we are barefoot. The little chair is handy to remove in case the client feels like lying down.

What kind of practices do you use more frequently to let the body express itself?

P.R.- Different releasing techniques, somatisation and drawing, as I said before. Drawing usually helps a lot. When I work with groups, I use movement.
A.R.- I work mainly with cellular breathing, somatisation and movement. I would like to work more with voice – it would be very much needed, but it’s not easy for patients.

And to which body system do you refer more often?

A.R.- The skeleton and the muscles.
P.R.- I work a lot with the fluids and the organs.

Which principles do you explore through these body systems?

A.R.- I used the skeleton a lot in order to work on containment, boundaries, structure, for example, with people that have a hard time to say “no”; and the muscles for getting in touch with one’s own potentials, the will to act… If I had to find an image for these experiences related to bones and muscles, I would choose that of an elephant, which represents the connection between the earth and the power of rooting.
P.R.- I often use the fluids’ qualities to work on releasing and letting go, flowing, softness and welcoming.

How do people respond to your proposals, do they arrive to perceive and experience these systems’ qualities?

A.R.- Patients are very happy when they manage to perceive the power of bone support. I had many patients with eating disorders, anorexia and bulimia: people of this kind need to have boundaries, structure and safety: the skeleton system gives them a lot of support. And the muscle system give them the trust to succeed.
P.R.- As for the organs, for instance, if you ask to people to perceive their internal organs they become curious and get even “shaken” by the experience… They open up to new emotions and states of being… In general, I propose this kind of body work when I feel that there is the space to do it… Yet, I get surprised when I see that patients easily follow me and are in contact with their sensations, in a fluid way… Sometimes It seems to me that the effect of BMC is like that produced by a stone thrown in water: you have a stimulus and all the circles moving out are like opening towards new paths.

pioggia_ultimaSeptember 2012
Leben Network is curated by Gloria Desideri
Interview: Emanuela Passerini
Translation: Eleonora Parrello
Editing: Gloria Desideri, Donatella Levi