Intervista con Jocasta Crofts

Jocasta Crofts (IDME 2007, SME 2009) è stata intervistata da Eleonora Parrello (SME 2012) nel corso di una foto jocasta 2conversazione Skype.

Ciao Jocasta, per iniziare, cosa diresti in sintesi di te e della tua vita?

Sono una mamma single, vivo a Bristol, Regno Unito, in una casa dove abitano altre 13 persone di tutte le età, diciamo, un casa multigenerazionale. Vivo in un appartamento insieme a mio figlio e a due care amiche, mentre mio padre e la mia matrigna vivono al piano di sotto. Ho viaggiato a lungo, per circa 10 anni, ma negli ultimi tempi ho messo radici e mi sento connessa più alla comunità locale che a quella globale.

Mi dici di aver viaggiato molto, per 10 anni, ci racconti dove sei stata?

Credo di avere uno spirito gitano, sono andata in così tanti posti! Sono stata tanto in India, negli Stati Uniti, ho girato molto l’Europa, tre anni in Finlandia, un anno in Francia, e per un breve periodo in Australia e Nuova Zelanda. Di solito quando viaggio studio anche, cioè seguo delle formazioni o dei seminari… Il contatto con una comunità mi cambia sempre molto. Non sono il tipo di viaggiatrice a cui piace starsene sdraiata in spiaggia. Ma negli ultimi anni, come dicevo, sto affondando radici, sono più stabilmente a casa.

Puoi raccontarci qualcosa degli studi che hai fatto durante I tuoi viaggi?

Ecco, diciamo intanto che il punto centrale della mia vita è il corpo, il corpo fisico, anche se altrettanto importante è l’essere interiore, connesso alla dimensione spirituale… il restare in ascolto verso l’interno. Ho fatto del lavoro meraviglioso attraverso la danza, la performance, l’educazione somatica e il BMC, la meditazione, lo yoga e il bodywork. Purtroppo negli ultimi tempi non ho avuto così tanto tempo da dedicarmi a tutto ciò e poter restare in contatto con queste pratiche. Ma tutto quanto è lì sopito e all’occorrenza si manifesta istintivamente.

Puoi spiegare meglio cosa intendi quando parli del corpo fisico e dell’essere interiore?

All’incirca nel ’97 ho scoperto di amare il corpo. Inizialmente era un qualcosa di principalmente fisico che poi ho sempre più interiorizzato. Nella danza è diventato l’esplorare le qualità del solido e del morbido tra, tra l’esterno e l’interno, per così dire tra il mondo fuori e il mondo dentro. Ho iniziato a conoscere e a esplorare l’approccio somatico quando avevo trent’anni, durante un corso di danza che frequentai per tre anni in Finlandia. Il programma di quel training si basava sul BMC, per cui trascorremmo tre anni a strisciare per terra, a studiare scheletro e organi e come si muovono i bambini. Fu durante quelle lezioni di danza che cominciai a interessarmi veramente al BMC.

Mi domando se quando parli di un mondo fuori e un mondo dentro non vi sia l’eco di un qualche conflitto tra i due… In che misura la percezione di questa ‘dualità’ ha influenzato la tua ricerca attraverso i viaggi, lo studio e la pratica nella danza, nella somatica, nella meditazione?

Quando avevo vent’anni praticavo l’arte del circo e anche yoga, shiatsu, Qi Gong. Erano esperienze della vita molto diverse tra loro: da una parte il mondo dentro di me e dall’altra quello fuori e adrenalinico del circo. A quell’età in effetti credo che vivessi questi ambiti in conflitto tra loro. Ma poi, quando iniziai a praticare danza, educazione somatica e BMC, il corpo fisico divenne sempre più integrato grazie al dialogo tra il mio interno e l’esterno. Cominciai allora a sentire sempre più armonia, meno tensione. Poi, più tardi, quando andai in India, mi si aprì davanti ancora un’altra dimensione. In India all’inizio studiavo yoga, ma non era lo yoga in sé che mi toccava. Vissi a lungo in un ashram della comunità di Osho. Quello che mi attraeva profondamente erano i rituali e le danze che si praticavano, perché avevano qualcosa di molto spirituale. La danza e i rituali sono cose che amo molto, sono importanti per me. Credo di avere sempre avuto il senso della spiritualità. Nell’ashram sperimentai diverse tecniche di meditazione, ma soprattutto feci esperienza del fatto che qualunque cosa può essere una meditazione: mangiare, lavare i piatti, ridere, danzare, urlare – sì, qualunque cosa può essere una meditazione. Questo fece realmente scattare qualcosa dentro di me. Nell’ashram in realtà ci veniva spiegato che noi non siamo il nostro corpo, non siamo la nostra mente né il nostro corpo fisico. All’epoca era molto difficile per me capire questo concetto perché ero innamorata proprio del poter essere nel corpo. Amavo tutto il lavoro corporeo, la somatica, e non volevo non essere nel corpo! Poi però riuscii a integrare l’esperienza, e capii che non essere nel corpo significava piuttosto essere connessi ancora più profondamente al corpo stesso, amarlo, lavorarci, e grazie al fatto di ESSERE nel corpo, vivere le esperienze della vita in modo ancora più profondo. Fu un viaggio molto interessante. La parola embodiment, come ci piace usarla in BMC, oggi per me significa questo: quanto più sono nel corpo, cioè consapevole e radicata nella vita fisica che conduco, tanto più mi sento in connessione con lo spirito. Più mi connetto alla terra, al suolo e al corpo e più mi sento connessa interiormente.

Ecco dunque che la parola embodiment ci porta al BMC: dicevi di aver incontrato quest’approccio durante la tua formazione di danza?

Sì, quando avevo trent’anni. Tutti i miei corsi di danza all’epoca erano basati sul BMC.

E quando decidesti di seguire il programma di studio SME?

Studiavo danza in Finlandia, e dopo solo qualche lezione di BMC capii che avrei voluto saperne di più. Così trovai in biblioteca “Sensing Feeling and Action” [“Sensazione, emozione, azione” di Bonnie Bainbridge Cohen, SomaticaEdizioni 2011] e passai l’inverno a leggerlo! Poi decisi che allo scadere dei tre anni del training che stavo facendo, avrei studiato BMC. Così è stato: un anno dopo la fine della scuola di danza iniziai il programma BMC negli Stati Uniti. Alcuni anni dopo, ho frequentato il programma IDME in Italia.

Nel frattempo continuavi a viaggiare da un posto all’altro?

Per circa 2 o 3 anni ho danzato spostandomi tra gli Stati Uniti, l’India e l’Inghilterra, ma sono stata soprattutto in India. In quel periodo mi dedicavo alla pratica spirituale e studiavo BMC, Il che mi dava un gran senso di radicamento. In quei 3 anni mi sentivo completamente trasportata in un altra dimensione: non sapevo più come mi chiamavo, non sapevo cosa stava succedendo. In un certo senso, attraverso le nuove esperienze che facevo, stavo ricostruendo completamente me stessa. Nancy Stark Smith, la “progenitrice” della Contact Improvisation, ha denominato “vuoto” quella dimensione spaziale in cui non sai dove ti trovi. Il vuoto è quando sei totalmente disorientato. Il bello è che, se sai di essere nel vuoto, allora puoi restarci e affrontarlo. Ecco, in quei tre anni io mi sentivo così, come nel vuoto: mi arrivavano così tante nuove informazioni che non potevo andare avanti, dovevo solo assorbirle, lasciarle sedimentare e così ricostruire me stessa. Poi arrivò il tempo della trasformazione, e arrivò al momento giusto. Fu un periodo meraviglioso e spaventoso allo stesso tempo, la vita ricominciò a fluire lentamente e a prendere una nuova forma. All’epoca avevo circa 37-38 anni.

Dici che il BMC e le tue esperienze in giro per il mondo, specialmente quelle fatte in India, hanno contribuito al tuo processo di radicamento e di crescita: c’è un terreno comune tra la meditazione, la spiritualità e il BMC?

Quello che amo del BMC è che è possibile applicarlo praticamente a tutto, perché si fonda sul corpo e sull’esperienza personale. Mi piace anche il fatto che il BMC non mi dice cosa devo fare o chi devo essere. Bonnie dice spesso “Io sento questo, tu cosa senti?”. Apprezzo il fatto che la fondatrice del BMC non dica mai “è così”. BMC non ha copyright, dà valore all’esperienza individuale di ciascuno nella vita. Mi sono sempre sentita al sicuro col BMC, perché è nel mio corpo. Qualunque esperienza può essere tradotta nel corpo e il corpo non mente mai. Può essere confuso, ma non è mentitore. Devo dire che BMC mi ha veramente aiutato a integrare tutte le esperienze che mi si erano stratificate nel corpo.

Ci diresti qualcosa di tuo figlio, Indra? E’ nato prematuramente, giusto? Immagino che l’esperienza della nascita di Indra abbia rappresentato un momento molto difficile e impegnativo per te…

Quando ero incinta sentivo di essere una sorta di tramite, come se dal cielo si canalizzassero attraverso di me degli insegnamenti, dei messaggi da registrare. Quando poi Indra è nato, anche se era in anticipo di 3 mesi (pesava circa 1kg), avevo molta fiducia in quello che stava accadendo. In un certo senso avevo fiducia che dovesse andare così, che io dovessi affidarmi a questa danza tra lo spirito, ovvero il disegno più grande, e la materia, cioè il corpo.
Ricordo che subito dopo la nascita di Indra una delle infermiere dell’ospedale mi chiese “come fa a essere così calma e felice?” e si domandava se dipendesse dal fatto che io pratico meditazione. In effetti era così: ho vissuto quel periodo in ospedale come una lunga meditazione, basata sul rimanere presente, sul sentire l’amore, non sapere cosa sarebbe avvenuto in seguito. Tutto ciò mi è stato di grande aiuto. Ma anche il BMC mi ha aiutato tanto.

In che modo il BMC ti ha aiutato in quel frangente?

Indra era in incubatrice. Io lo guardavo e sapevo che il suo corpo sarebbe dovuto stare in flessione totale, appallottolato, come se fosse ancora nel mio grembo. Ma questo non avveniva. Io conosco il valore della flessione, della compressione. L’ho sperimentata tanto nella danza, e so che mi porta a un maggior senso di me stessa, mi dà consapevolezza dell’essere nello spazio. Una buona compressione mi radica e mi fa sentir bene. Mi rendevo conto che Indra non stava avendo la possibilità di vivere quell’esperienza. Sapevo che comprimere gli organi stimola il sistema nervoso parasimpatico, che aiuta a calmarci. Lui invece era lì in ospedale, con luci abbaglianti, rumore, macchinari e un sacco di gente intorno che gli faceva di tutto. Si trovava in una condizione di dolore costante, con il corpo in una posizione di estensione estrema, gli arti allungati. Il suo sistema nervoso era sotto shock, nella paura. La cosa migliore che potevo fare era aiutarlo a stare il più possibile dentro se stesso, ricurvo in flessione. Così feci un esperimento con il primo dei pattern neurologici di base: la vibrazione. Volevo aiutarlo a ritrovare l’esperienza della vibrazione, come se lui fosse ancora nella mia pancia. Provai a far risuonare la vibrazione della mia voce nel suo corpo, cantando in armonia e al ritmo dei suoni prodotti dai macchinari nella stanza, poiché in un certo senso l’incubatrice, le infermiere e le macchine per lui erano come un grembo. Non era più nel mio, ma esisteva un grembo artificiale che lo conteneva. Così cercai di creare un ambiente il più possibile simile a quello del grembo materno, nonostante il dolore, gli aghi e tutte le procedure che lo tenevano in vita. Cercavo di aiutarlo il più possibile a stare dentro se stesso. Ogni giorno lo tenevo in braccio. In ospedale incoraggiano il contatto e le coccole, e quando lui riposava sul mio corpo tornavamo finalmente ad essere come un tutt’uno. Non lo toccavo molto né gli parlavo gran che, cercavo semplicemente di farlo riposare sul mio corpo lasciando che si stabilisse questa fusione tra noi, per tornare a sentirci connessi l’una con l’altro. I primi pattern neurologici di base mi furono di grande sostegno, e li usavo più che potevo. Tutto questo supporto veniva dalla mia esperienza di vita. Penso invece che molti genitori nella stessa situazione non sappiano davvero cosa fare e vivano un senso di grande frustrazione, sentendosi perduti.

Ho capito bene, potevi quindi toccarlo, avere un contatto corporeo con lui?

Si, a volte me lo tenevo addosso, stabilendo un contatto a pelle oppure attraverso i vestiti. Era così piccolo che i suoi piedini sparivano dentro il mio reggiseno, spesso lo tenevo proprio qui [mi mostra la zona dello sterno]. Quando Indra aveva appena due giorni, mi capitò un’esperienza molto forte. Era stato operato perché aveva una piccola perforazione all’intestino. Dopo l’operazione era stato intubato dalla gola perché continuasse a respirare. Aveva così tanto dolore che continuava a inarcarsi cercando di liberarsi dal tubo. Era sotto shock, per via della nascita, degli aghi e di tutto quello che avevano dovuto fargli durante l’operazione. Così, io a un certo punto gli misi una mano sotto la testa e una sotto la zona pelvica, come quando si ascolta il ritmo craniosacrale. Rimasi così per circa un’ora, lasciando che lui si riposasse profondamente nelle mie mani. Per almeno 40 minuti sembrava che non sarebbe mai riuscito a rilassarsi, poi finalmente qualcosa in lui si sciolse e, nonostante il suo corpo non arrivò a flettersi, riuscì a trovare una posizione con la schiena allungata invece che inarcata. Fu molto importante per me sentire che attraverso le mie mani Indra era riuscito a rilassarsi e a lasciare andare qualcosa. Se riuscii ad aiutarlo, lo devo al mio training in BMC, che mi ha dato la consapevolezza di poter offrire a Indra tutta la mia presenza, in qualunque situazione lui fosse, e la possibilità di lasciarsi andare e riposare. Tutt’ora, quando Indra si agita eccessivamente ed è necessario calmare il suo sistema nervoso sovrastimolato, io lo aiuto così.

E’ molto emozionante ascoltare tutto questo… mi torna in mente quello che hai detto all’inizio, riguardo a un esterno e un interno… in un certo senso tu sei stata testimone del processo di sviluppo di tuo figlio, osservandolo dall’esterno, restando però costantemente connessa a lui dall’interno… non posso immaginare come una madre che abbia meno conoscenze e meno strumenti possa affrontare una situazione così difficile, con quale sostegno per lei e il bimbo prematuro… penso debba essere davvero…

…terribile!! In effetti, in un certo senso credo di essere stata la madre perfetta per Indra: tutto quello che avevo imparato nella vita era lì a darmi sostegno, proprio per lui in quel momento. È incredibile: tutte le mie capacità e le mie forze si sono concentrate. Tutto quello che Indra stava vivendo era terribile, ma allo stesso tempo mi rendevo conto che dono del cielo fosse il fatto di avere a disposizione il massimo delle mie forze per poterlo aiutare! Mi sento male quando penso ai genitori di bambini prematuri. Vorrei scrivere un libro, per cercare di aiutarli. Nel periodo in cui stavo in ospedale tenevo un diario, tutti i giorni, e ho fatto anche moltissime foto, tutto il tempo.

Si, credo proprio che dovresti realizzarlo!

Si, in effetti è proprio qualcosa che voglio fare. Sono contenta di poterne parlare con te, perché così posso tirare un po’ fuori quello che ho vissuto, quantomeno un pochino…

… penso sinceramente che dovresti scrivere di questa tua esperienza e mi domando se, scrivendone, tu non possa anche portare la tua conoscenza ed esperienza in ambito BMC in un contesto di lavoro con persone che potrebbero veramente avere bisogno del tuo aiuto.

Beh, al momento lavoro con mamme e bambini, e propongo il lavoro IDME. Propongo molto spesso questi argomenti, anche se i bambini con cui lavoro non sono prematuri. E’ abbastanza difficile entrare in contatto con bambini prematuri: sono protetti e tenuti in isolamento negli ospedali, nessuno può far loro visita, a parte i genitori e i parenti più stretti. Piuttosto, mi piacerebbe raccontare la mia esperienza ad altre persone che studiano BMC: nel caso venissero a contatto con bambini che hanno bisogno di aiuto, potrebbe essere utile che sapessero della mia storia.

Quanti anni ha tuo figlio adesso, e come sta?

Ora ha due anni. Sta bene, è molto attivo fisicamente. Il suo sistema nervoso è un po’ iperteso, ma io so come aiutarlo a riequilibrarsi. E’ un bambino adorabile, molto sensibile. Dato che siamo stati separati alla nascita, considerando quanto sia fondamentale la vicinanza al proprio bimbo per poter sviluppare un sano attaccamento, negli ultimi due anni gli sono stata molto vicino, anche dopo il periodo in ospedale. Ora credo che abbiamo un ottimo legame. Lui è felice, ed è anche indipendente quando si sente al sicuro. Mi pare che se la stia cavando benone!
C’è solo una cosa che mi preoccupa: il cibo. Indra non mangia molto. Penso che dipenda dal periodo in ospedale, da tutti quei tubi che gli hanno messo in gola. Non gli è stato possibile sviluppare la capacità di dire si o no a ciò che gli accadeva nel corpo, di scegliere ed stabilire dei sani confini. Non vuole mangiare e fatica a concedersi un buon nutrimento. È una cosa che mi spaventa un po’, anche se so che ogni madre si preoccupa se il proprio figlio non mangia abbastanza. Per questo cerco di aiutarlo a equilibrare il suo sistema nervoso, a far sì che il mangiare possa diventare un’esperienza piacevole. A volte lo allatto ancora, per dargli del nutrimento in più.

Sei una mamma single, vivi in una comunità che ti sostiene. Cosa mi dici del tuo lavoro, cosa fai esattamente?

Insegno BMC – IDME, e lavoro con genitori e bambini insieme.

Dove?

In un centro privato per l’infanzia e la maternità. A casa offro sessioni di massaggio indiano.

Nel centro in cui lavori hai mai parlato della tua esperienza in ospedale, del tuo bimbo prematuro, e dell’intenzione di scriverne un libro?

Beh, sto aspettando di prendermi più spazio, più distanza dall’accaduto.

Danzi ancora?

Si, danzo. Ho sempre danzato durante la gravidanza e lo faccio tutt’ora che sono mamma. Ma non così tanto. Insegno danza e Contact Improvisation. Spesso porto Indra con me allo studio, così può gironzolare e danzare anche lui.

Viene con te anche durante le tue classi BMC con genitori e bambini?

No, perché distrarrebbe troppo la mia attenzione dal lavoro.

Beh, considerando che sei una mamma single, fai moltissime cose! Usi il BMC anche nelle tue lezioni di contact?

Oh, certamente! Tutto quello che faccio si fonda sul BMC. Per me è come la terra sotto i piedi.

Penso che la scrittura aiuti molto a integrare ed elaborare le esperienze. Alle volte quello che ne esce è davvero sorprendente… Spero quindi che inizierai a scrivere il tuo libro e inaugurerai una nuova fase nella tua evoluzione…

Grazie. In effetti, dopo l’esperienza in ospedale, per un anno ho avuto bisogno di spazio, poi l’anno successivo il mio corpo ha cominciato a soffrire per la mancanza di esercizio fisico. Ma adesso sto meglio, mi sento più centrata e credo di avere fatto abbastanza spazio dentro di me per essere attiva. Come ti dicevo, mi piacerebbe prima condividere la mia esperienza con altri educatori e allievi IDME, perché penso così di poterla scaricare dal mio sistema e lasciarla fluire… Direi che tutto questo che mi è capitato è, in un certo senso, una specie di dono dell’universo. Mi sento un po’ come un tramite, disposta alla condivisione.

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Marzo 2013
La rubrica Leben in rete è a cura di Gloria Desideri
Intervista: Eleonora Parrello
Traduzione in inglese: Eleonora Parrello
Editing: Gloria Desideri

Jocasta Crofts (IDME 2007, SME 2009) was interviewed by Eleonora Parrello (SME 2012) during a Skype meeting.
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Hi Jocasta, to begin with, what would you say about yourself and your life?

I am a single mum, I live in Bristol, UK, in a community, a house with 13 other people, of all ages, it’s multigenerational. My father and step mother live downstairs and I live in my apartment with two very good girl friends and with my son. I’ve done a lot of travelling for 10 years and now I’m more rooting and connecting to the community-the local community rather than the global one.

You said you’ve been travelling for 10 years, where about?

I think I have a gipsy spirit, I’ve travelled so many places! I’ve been to India a lot, I’ve been to the States, a lot around Europe, I spent three years in Finland, a year in France, I’ve been in Australia and New Zealand a little bit. Generally, when I travel I study, I do training courses or workshops… living in communities, that changes me a lot. I’m not the kind of hanging-out-lying-on-the-beach traveler. But in the last few years I’m becoming more stable, rooting at home.

You said that during your travelling you did study, can you say something more about it?

Well, the core for me in my life is the body, the physical body, but also the inner being, as a spiritual connection… or just a listening inside. I did amazing work through dance, through performance, through somatic exploration and BMC, meditation, yoga and body work. Unfortunately recently I haven’t had much time for being connected with all this, but everything is sleeping underneath and is coming out through my instinct and through necessity.

Can you explain better what you mean when you talk about the physical body and the inner being?

I think that around ‘97 I discovered that I love the body, and at first it was something more physical, then it became more internal, and in dancing it grew into an exploration between the hard and the soft, the external and the internal, so in a way the outside world and the inner world.

In my 30’s I started to really explore the somatic field through a dance training that I did in Finland, it was three years long. The base line in that training was in BMC, and we spent three years crawling on the floor and learning about our skeleton and organs, and also about how babies move. Somehow I got very interested in BMC through these dance classes.

I wonder whether talking about an outside world and an inner world has an echo of a conflict between the two… So how did the perception of this ‘duality’ influence your research through travelling and through your studies and practice in dance, somatic, meditation?

In my twenties I did a lot of circus and also a lot of yoga, shiatsu, Qi Gong and they were very opposite experiences of life – the inner world and the external adrenalized world of circus. In my twenties I would say that the inner and the external world were in conflict but when I started to practice dance, somatics, BMC, the physical body became very integrated through the dialogue between the inside and outside, and there was much more harmony, much less tension. Later, when I went to India, another dimension came in. I did study yoga there at first, but it was not really the yoga that touched me. I was in an ashram, an Osho ashram, for a long time, and what attracted me were the celebrations and dancing there because they were very spiritual. Dance and celebration are things I love, they are very important for me. I’ve always felt a sense of spirituality. Thorough the ashram I experienced many kinds of meditations, and that everything could be a meditation: eating your food, washing up, laughing and dancing, shouting – anything can be a meditation. That really shifted something inside me. The interesting part was that in the ashram they talked about the fact that we are not our body, we are not our mind, we are not the physical body. At the time for me it was hard to understand because I was in love with being my body, I loved all the body work, the somatics, and I didn’t want not to be my body! But then I somehow integrated the experience: not being the body but being more deeply connected to the body, loving the body, working through it and having deeper experiences of life really BEING in my body.

That was a very interesting journey. Now this word we like in BMC, ‘embodiment’, for me that means that the more in the body I am, which means really being aware or just to be very grounded at living life, the physical life, the more I feel in contact with the spirit. The more I connect with the earth, the ground and the body, the more I feel connected inside.

So, yes, the word embodiment brings us to BMC: when did you meet this approach, was it during your dance training?

Yes, it was in my thirties. All my dance courses at the time were based on BMC.

And how did you choose to follow the SME training program?

As soon as I did a few BMC classes, in my dance training, I knew I wanted to know more, so I got ‘Sensing Feeling and Action’ from the Library and spent the first winter just reading it! Later I decided when I finished the three years that I would go and study BMC, so a year after I finished my dance training, I started my BMC training in the States. Then I did my IDME training in Italy.

And in the meantime you were still travelling around, back and forth?

I kind of danced between the States, India and a little bit of England, for about 2 or 3 years, but I was mainly in India. In that period I had all this spiritual practice going on and also the BMC study, which was grounding me and it was very deep. For those 3 years, I felt like I was completely taken apart, I didn’t know what my name was, I didn’t know what was going on, I was completely reconstructing myself somehow through these experiences. Nancy Stark Smith, the grandmother of Contact Improvisation, named the place where you don’t know where you are “the gap”. The gap is when you are totally disorientated, but if you know that you are in the gap, you can hang out there and deal with it. During those three years I felt like that, like I was in a gap, when there is so much new information coming in and I couldn’t go forward, I just had to absorb and let it settle and reconstruct myself, and then something changed when it was the right time. It was an amazing and scary time and then life started slowly to move on again with a new form. That was about when I was 37-38.

You say that BMC and all your experiences around the world, especially in India, contributed to your grounding and growing process: is there a common ground in your path through meditation, spirituality and BMC?

What I love in BMC is that you can apply it to almost everything, because it’s based in the body and in your experience, and I love the fact that BMC is not telling me what to do or to be. Bonnie always says: “I feel this, what do you feel?” I love the fact that the main teacher is still not saying: “it’s like this”. It’s not copyrighted, it gives value to everyone’s individual experience of life. I’ve always felt very safe in BMC because it’s in my body. Any experience can be translated into the body and the body doesn’t really lie to me, it can be confused but it’s not really lying. So I think that BMC helped me to integrate all the experiences that were packed into my body.

Would you tell us something about your little boy Indra? He was a premature baby, right? I guess that all that you experienced after Indra’s birth must have been a very hard and challenging moment for you…

Being pregnant I felt very much like a channel, through heaven were coming teachings or “downloads”. So, somehow when he was born, even though he was 3 months early (he was about 1 kg), I had a lot of trust in what was happening. Somehow I trusted that it was meant to be, I trusted in the dance between the spirit, or the bigger picture, and the physical.

I remember, just after Indra’s early birth, one of the consultants in the hospital was asking me “how is it that you seem so happy and calm”, he was wondering if it was because of the meditation. And it was. I actually took the hospital as a long meditation in presence and love, in not knowing what would follow next, and that was very helpful. But also BMC supported me a lot.

In which way did BMC support you?

Indra was in an incubator, and I knew that he should be in flexion, as a small ball, like as if he was still in my belly, and he wasn’t. I know the value of flexion, compression. I’ve experienced it a lot in my dance, and that is what gives me a sense of myself, awareness in space. A good squashing really grounds me and makes me feel happy, and I knew that Indra wasn’t going to get any of that. I knew that squashing the organs can stimulate the parasympathetic nervous system, which is the thing that can calm you down. He was in the hospital with bright lights, very noisy, with machines and people around doing things of all kinds to him. He was in constant pain and was in this body position where he was over extended with his limbs over streached. He was in shock and fear in his nervous system. I knew that the best thing I could do was to help him to stay as much as possible inside himself, curled around his own belly, in flexion. So, I experimented with the very basic developmental pattern, which is vibration. I wanted to support him back into the state of vibration as if he would have been in my belly. I tried to sing the vibration into him, singing in tune and rhythm with the machines in the room. In a way that incubator, the nurses and the machines were like a womb for him. Because he wasn’t in my womb anymore, there had to be an artificial womb for him. I wanted to create a womb-like environment despite all the pain, all the needles and all the procedures that were keeping him alive. I wanted to to help him find the way back inside him self as much as possible, and everyday I tried to hold him. In the hospital they actually encourage cuddling time, so he could rest on my body and we could be one again. I didn’t really touch him a lot or talk to him, I just tried to let him lie on me and letting him melt into me, connected again to me. The very basic developmental patterns were quite a support, and I stayed with them as much as I could. This was all support I had from my life experience, and I think that a lot of parents in the same situation don’t know what to do and feel very frustrated and helpless.

So did I understand well, could you really get in touch with him, having him in contact with your body?

Yes, he lay upon me, skin to skin, or clothed. He was so small that his feet would be tucked into my bra, often he could sit just here (she shows me her sternum). One thing that was really powerful for me was when he was two days old. He had had an operation because had a little hole in his intestines. After the operation he had to have a pipe down his throat to make sure he kept on breathing, it was very uncomfortable for him so and he was arching a lot trying to pull away from the pipe. He was also in shock, because of the birth, all the needles and everything they had to put inside him for the operation. So, I put my hand underneath him, under his head and pelvis, and just like when you listen to the craniosacral rhythm, and I stayed like that for about an hour, letting him relax deeply into my hands. For about 40 minutes he couldn’t relax and finally something melted in him, and even if his body didn’t come into flexion, at least he came to a straight back, rather than an arched one. Through my hands, he could really relax and let go, and for me that was really important. Being able to do that came from my BMC training, being able to stay present, to just be with him, wherever he was at, to offer him something so that he could finally let go and rest. Even now I help him in this way when he gets too hyper, because his nervous system is quite stimulated and he needs to calm down.

This is all very moving to hear, and It makes me think about what you said at the very beginning, about the outside and the inside… Because in a way you have been witnessing the developmental process of your baby from the outside, but constantly being connected with him from the inside… I can’t imagine how a mother, with maybe less elements or knowledge, could manage to support herself and her premature baby in such a hard process… I think it can be really…

… awful!! In a way, I think that I was the right mother for Indra, because everything I had ever learned in my life supported my being there for him, in that moment. It was incredible for me: all my skills and powers came together. It was terrible that he was going through so much pain, but I found that it was a gift from heaven that I came into my power to support him as much as possible. I do really feel very bad for a lot of parents. I really want to write some sort of helpful booklet. When I was in hospital, I kept a journal everyday and I took lots of photos all the time.

Yes, maybe you should really do it!

Yes, it’s something I want to do. I’m actually really happy to talk to you, because talking about this experience, in a way, brings it out of me, a little bit out…

… I think you should really write about this experience and I’m wondering whether it could be also a way to integrate your BMC knowledge and experience in a working field with people that might need your help.

Well, currently I’m working with mothers and babies, doing IDME work. I teach a lot around these topics, but these babies are not premature babies. You know it’s quite hard to get to work with premature babies. They are totally protected and kept in isolation in the hospitals, no one is allowed to visit them except for the families and close friends. I would like to visit during the IDME courses and share all my experience with BMC students, because they might meet more babies and be able to help them after hearing my story.

How old is your boy now, and is he fine?

Now he’s two. He is fine, very active and physical. His nervous system is quite highly set, but I know how to help him to re-balance. He is quite sensitive, really a lovely guy. Having had all this training, about staying close to your baby if you have been separated at birth, because otherwise you miss the bonding, I’ve kept myself very close to my child in the last two years, not just in the hospital. And now I feel we have a very good bond. He is happy, and he is also very independent when he feels safe. In my experience I think he’s doing pretty well!

There is only one aspect which makes me anxious: feeding. Indra is not a very good eater. I think it’s really coming from the period in the hospital, having had all the pipes put down the throat, it made him lose his choice to say yes or no to what happened to him or what came into his body, to make choices and be clear in his boundaries. He doesn’t really want to eat that much and he finds it very hard to allow in good nourishment. That can be a bit scary, and for sure every mother worries if her child is not eating enough. So, I try to help him to stay balanced in his nervous system and make sure that he can develop an experience of enjoying the food. We’re still breast feeding to give him some extra nourishment.

As a single mother, you live in a community that supports you and give you some help. So what about your work, what do you do exactly?

I teach BMC-IDME work, working with parents and children together.

Where does it happen?

I work in a private baby and pregnancy center, I also give Indian massage at home.

In the pregnancy center where you work, have you ever talked about your experience in the hospital with your premature child and about the intention to write some kind of booklet about it?

Well I am waiting to have space and more distance.

Do you still dance?

Yes, I dance, and have danced all the way through my pregnancy and motherhood. But not so much now. I teach dance and Contact Improvisation, and I take Indra a lot to the studio with me, to be around and in the dance.

Does he also come with you during your BMC classes with parents and children?

No, he would draw my attention away from my work too much.

So, considering that you are a single mum, you do a lot of things! Do you use any BMC work during your contact classes?

Oh yes, everything in my work is based on BMC, it’s like the ground now for me.

I am thinking that writing is a very good way to integrate and process experiences. Sometimes what comes out can be really surprising so… I really hope that you will start writing your booklet, to open up a new phase in your evolution…

Thank you. You know the first year I needed more space from the experience of the hospital, the second year my body was hurting so much for not getting much exercise, but now I am more balanced and I think I have space enough inside myself to do that. You know I would love to share my experience with IDME people because that would help me to make it flow out of my system… in a way, I would say, all this experience for me it’s really like a gift from the universe. I feel more like a channel, willing to share.

foto-jocasta-1February 2013
Leben Network is curated by Gloria Desideri
This month interview by Eleonora Parrello
Editing by Gloria Desideri

Intervista con Maria Corno

Maria Corno, Somatic Movement Educator e insegnante di Metodo Funzionale della Voce, è appassionata ed esperta camminatrice sulle antiche vie dei pellegrini. Gloria l’ha incontrata alla fine di maggio, durante la sua sosta a Viterbo e poi a Roma all’arrivo. L’intervista è stata fatta successivamente via Skype.

... in cammino sulla via Francigena

… in cammino sulla via Francigena

Gloria-  Maria cara, avevo immaginato d’intervistarti camminando al tuo fianco sulla Via Francigena, almeno per un piccolissimo pezzo, e invece eccoci qua su Skype, davanti al computer! Non sono proprio riuscita a staccare con la vita frenetica che conduco, anche due soli giorni, per entrare nel ritmo del procedere lento, a piedi… Ma forse a te è più facile raccontare qualcosa ora che il Cammino s’è compiuto… è così?

Maria-  Sì, in effetti è vero: quando si cammina le parole in qualche modo se ne vanno da un’ altra parte. Sicuramente ci vuole un po’ di distanza per elaborare l’esperienza, perché quando ci si sta dentro le parole passano in secondo piano.  Anche la condivisione con gli altri pellegrini non avviene tanto con i discorsi, ma sulle piccole sintonie nelle cose concrete, come se il solo fatto di incontrarsi sia significativo di per sé, senza bisogno di metterci sopra tante parole. Sì, quindi mi sta bene rifletterci dopo, m’è congeniale: pensieri ed elaborazioni sull’esperienza che ho fatto stanno affiorando solo ora, nel tempo.

Insomma, quando cammini è in atto qualche forma di comunicazione non verbale con la natura, con te stessa, dentro di te, e quindi non c’è granché la voglia di parlare.

Uhm… durante un cammino c’è un’evoluzione su questo. È un po’ come con la meditazione: all’inizio c’è molto dialogo interiore, molto commento interiore. Quando facciamo qualunque cosa, siamo abituati ad accompagnare le nostre esperienze con un commento interiore: possiamo esplicitarlo o tenerlo nella mente, ma un qualche discorso avviene, come se l’esperienza da sola non avesse abbastanza valore senza le parole ad attribuirgli un significato.
Poi camminando, a poco a poco, questo discorso si placa, ma bisogna camminare a lungo: a un certo punto, dopo giorni, ti accorgi che la mente arretra, la sensazione precisa è che scenda a un livello più basso. E quello che resta in primo piano è l’esperienza nuda e cruda, così com’è. E allora si aprono altri canali, si apre un altro modo di essere al mondo che tiene in primo piano il canale sensoriale, la capacità di sentire e l’intuizione. Dico intuizione intesa come quel modo di afferrare al momento le cose, di essere in sintonia con le esperienze e che non passa attraverso l’elaborazione del ragionamento.

Intendi anche in senso fisico? Un po’ come tornare alla natura animale?

Esattamente! Durante un lungo cammino mi sembra a volte di poter intuire come poteva essere la coscienza dell’uomo arcaico, pre-moderno. Entri in quella magia che fa accadere le cose: come quando per esempio ti chiedi se sei sulla strada giusta, alzi gli occhi e ricevi un segnale, oppure stai pensando a una persona ed ecco che la incontri, hai bisogno di qualcosa e ti arriva. Succedono queste cose lungo il cammino: possono apparire come delle coincidenze, ma chi cammina a lungo sa che non lo sono. O meglio, sono sì delle coincidenze, ma non casuali. Possiamo forse definirle sincronicità? Si sentono tanti, tanti racconti sul cammino che parlano di incontri giusti fatti al momento giusto, di bisogni soddisfatti al momento giusto.

Si stabilisce una certa sintonia con il reale intorno a te, o meglio, con quello che tu percepisci.

Esattamente! E quando questa sintonia non c’è (anche sul cammino ci sono i momenti storti, le fasi difficili), quando non trovi il soddisfacimento dei tuoi bisogni, è facile cogliere che è perché in quel momento sei tu a non essere in sintonia!

Stai dicendo che quindi te ne accorgi subito? Noti, per esempio, che il corpo si stanca di più o comincia a sentire delle scomodità? Insomma, diresti che essere in sintonia ti fa essere più in buona forma fisica, ti dà più resistenza?

Non so se si possa stabilire un rapporto di causa-effetto: più sintonia – più in forma, non era questo che intendevo dire. Sicuramente però, l’essere in sintonia con il corpo è una condizione di questo stato che ho descritto.

Ce ne puoi parlare un pochino di più?

Ecco, il primo grosso “lavoro” del cammino è quello sul corpo. Il corpo è lo strumento: il corpo anche nei suoi aspetti più umili, come i piedi. I piedi sono lo strumento fondamentale, e la cura del piede simboleggia la cura del corpo che è necessaria lungo tutto il cammino. È chiaro che il nostro corpo non è abituato a camminare a lungo, tutti i giorni. Mentre anticamente era così, per noi oggi non lo è più. Quindi il camminare a lungo è certamente un lavoro, una fatica, richiede una sorta di “rimodellamento” del corpo.

Posso chiederti se i tuoi piedi sono cambiati da quando anni fa hai iniziato a camminare? C’è qualcosa di diverso che senti nei tuoi piedi?

Non lo so, non so rispondere con precisione a questa domanda. Però sì, ho una sensazione di “lavori in corso” nei miei piedi, direi che per esempio c’è un modo diverso di appoggiare i piedi per terra, c’è un’integrazione diversa dei piedi; magari però ne parlo tra poco. Vorrei prima aggiungere qualcosa sul corpo, sulla cura del corpo. Il cammino mette fortemente in movimento il corpo e all’inizio questa cosa la si sente molto, si sente il metabolismo che diventa più veloce, le tossine che se ne vanno, i muscoli indolenziti… Mi piace chiamare questa fase con il nome di una fase alchemica, rubredo: era la fase del fuoco, in cui tutto brucia e fonde. C’è tutta una manifestazione di sovraccarico e di lavoro straordinario del corpo.

Di movimento interno…

… di movimento interno che poi si porta dietro anche un movimento psichico, sogni, pensieri, ecc. La cura del corpo é la cosa essenziale che s’impara lungo il cammino. S’impara la cura quasi come devozione e dedizione al corpo, perché se questa non c’è ti fai male, se corri troppo ti viene la tendinite, se non ti fermi al momento giusto può venirti una vescica, se cammini troppo, dopo non ce la fai più. Quindi, si tratta proprio di avere la capacità di ascoltarsi e prendersi cura del proprio corpo: il massaggio dei piedi la sera, il mangiare nel modo giusto, il dormire, il seguire il proprio ritmo del momento… E questa è una grande disciplina, un grande esercizio. Nella sua banalità la cura è l’esercizio principe del cammino!

Che meraviglia! Senti, Maria, tutto il lavoro corporeo che hai fatto ha avuto su di te un’influenza rispetto al tuo modo di sentire il corpo e averne cura durante il cammino?

Sicuramente sì! Nel senso che nel cammino resta tutto più facile, più naturale, se hai  sperimentato e praticato una sorta di intimità con te stesso e con il tuo corpo, come abbiamo praticato in BMC. In fondo, l’embodiment è questo, inteso come capacità di essere nel corpo.
Sì, credo proprio che sarei stata più inconsapevole, meno presente a me stessa e mi sarei fatta più male nei miei cammini. Se mi fosse mancata quest’esperienza avrei avuto una chiave in meno. In modo più specifico, mi sono tornate utili quelle consuetudini con aspetti del corpo che ho avuto la possibilità di praticare in BMC: per esempio con i legamenti delle ginocchia che sono messi a dura prova lungo il cammino. Conoscerle e aver esercitato una pratica ti aiuta a entrare in dialogo con le parti del corpo che nel cammino sono parecchio sollecitate, e a prendertene cura nel modo giusto. Poi mi è capitato anche di offrite ad altri esperienze di tocco, soprattutto “massaggi” al piede ma anche bilanciamenti con schiene, gambe. Qualcuno mi ha detto: “Hai mani di fata!”

Fortunati, allora! Trovo interessante che parli di disciplina del corpo, di cura, di amore, direi, per il corpo. Fa contrasto col modo ossessivo di occuparsene nel mondo d’oggi. Penso a tutti quegli inserti su giornali e riviste: salute, estetica, diete, cosmesi, ecc.

Scarpe-e-calze

È vero! Io invece parlo di cura e disciplina del corpo non orientate a un modello di bellezza, alla performance, ma legate a un senso molto umile del corpo: lavarsi le calze tutte le sere, lavarsi le magliette, massaggiare i piedi… Direi proprio che questa attività fisica ti mette in contatto con i bisogni essenziali: il gusto di dormire quando si è stanchi, di mangiare perché si ha fame, di bere perché si ha sete. Sono cose quasi un po’ dimenticate, perché difficilmente noi siamo così stanchi al punto di crollare nel sonno, per poi svegliarsi freschi al mattino dopo; ed è perché la stanchezza fisica viene risanata dal sonno, a differenza della stanchezza mentale.

Come dicevamo prima, è quella natura animale che viene fuori. C’è corrispondenza tra bisogni fisici corporali e loro soddisfacimento.

Sì, sì… Paradossalmente, e tutti i mistici, tutte le grandi personalità spirituali lo sanno, soprattutto nelle tradizioni orientali: la disciplina del corpo porta a un rapporto diverso con la mente.

E in che modo? Ce ne puoi parlare? C’è stato un aspetto meditativo in questo tuo incedere sulla via Francigena?

Assolutamente sì! Il cammino per me è una pratica, non intesa come pratica sportiva, ma nello stesso senso per cui si definisce “pratica” lo yoga o la meditazione. Per intenderci, un cammino intrapreso con questo spirito è di fatto una pratica meditativa, perché quello che succede è che a un certo punto la mente cambia, come ho detto prima.
Mentre cammino, a un certo punto arriva la sensazione che la mente trovi il giusto posto in relazione al corpo. Io me ne sono accorta soprattutto nel mio primissimo cammino, che è stato il più lungo che abbia mai fatto, durato 50 giorni. A un certo punto, ho proprio sentito che il corpo e la mente avevano trovato un diverso rapporto: la mente non è più così in primo piano. Potrei cercare di spiegarlo così: che mentre il corpo ritrova il proprio posto, il proprio giusto spazio, anche la mente ha la possibilità di trovare un posto più giusto, forse una sua possibilità d’integrazione. Dico “mente”, ma a quel punto davvero non sai più se stai parlando della mente, o del cuore, o del corpo! Ricordo un momento in cui camminavo e cantavo, e mi è arrivata fortissima l’emozione che forse erano i piedi che cantavano, forse era il cuore che camminava, o forse la mente… E questo per me è un segnale di integrazione.

Puoi darci ancora un altro esempio di integrazione?

Si manifesta in tanti modi, oltre a quello che ho appena detto: ecco, per esempio nel rarefarsi delle parole, nel diminuire del bisogno di raccontare l’esperienza. La sensazione che io provo è che la mente, a un certo punto, non è più avanti, non precorre l’esperienza. Mi viene da dire, molto banalmente, che la mente è nell’esperienza. Viene il giorno in cui stai camminando e ti accorgi che la mente non va più avanti dei tuoi piedi, ma è esattamente sopra i tuoi piedi. E non è una metafora, parlo in senso molto letterale! Hai la sensazione che la testa sia esattamente sopra i piedi,  non hai più bisogno di andare avanti con lo sguardo, con il pensiero. Un amico pellegrino incontrato su un cammino ha espresso bene questa esperienza dicendo: “Stai camminando ma ti senti fermo!” In senso più generale viene un po’ meno questa tendenza compulsiva a immaginare, pre-figurare, progettare, programmare… Sempre di più si è in quello che sta avvenendo, si è nel momento presente.

Mi chiedo, Maria, in che modo questa diversa modalità della mente sia in rapporto con l’uso dell’occhio. Cioè, come sta l’occhio mentre guarda il paesaggio e segue la strada? Immagino ci sia il ritmo di un’andatura e un andare dell’occhio verso il paesaggio. Ma non hai anche la sensazione che sia il paesaggio a venirti incontro? 

Sì, mi piace questa tua idea sull’occhio, perché la prima volta che ho sperimentato questa sensazione della testa integrata sui piedi di cui ho parlato, si è manifestata proprio rispetto allo sguardo, cioè mi sono accorta che, mentre camminavo, il mio sguardo non andava avanti, non anticipava. Ed è stata una grande emozione sentire questo: lo sguardo semplicemente si apre e le cose arrivano. E di nuovo, non sai se è il solo sguardo che si apre: si aprono la pelle, la mente, il cuore. E tu ricevi. Un motto che ho raccolto sul cammino dice: “Il turista visita, il pellegrino è visitato”. E’ proprio così!

Ho capito, bello! bellissima esperienza!

Sì, ovviamente nel cammino non sempre è così! Ma quando questo non avviene, quando non sei in sintonia – come si diceva all’inizio – hai il privilegio di accorgertene. Nella vita di tutti i giorni abbiamo così tanti motivi di squilibrio fuori di noi che è facile trovare qualcuno a cui attribuire la colpa! In cammino sei tu e il tuo cammino, senza costrizioni di nessun tipo (se non quelle che la tua mente si inventa…), non hai altro da fare. Se qualcosa va storto e cominciano ad accadere cose “sbagliate” spesso ti accorgi che sei tu che sei fuori posto, che hai perso di vista le cose importanti, magari sei troppo preoccupato per qualcosa.
Per esempio io, che ho un pessimo senso dell’orientamento e la preoccupazione frequente di sbagliare strada, ogni volta che ho sbagliato mi sono accorta che, certo, magari i segnali non erano perfetti, ma soprattutto ero io che non ero presente nel modo giusto.

E com’era quando sbagliavi strada? Com’era per te provare quel senso di preoccupazione?

Devo dire che in questo cammino credo di non aver mai sbagliato strada, un po’ perché la via Francigena è semplice, segnalata bene, un po’ perché camminavo nel mio Paese, per cui potevo chiedere a qualcuno… Insomma, è stato facile orientarsi. L’esperienza però mi dice, e non so se questo valga per tutti ma per me è stato così, che ogni volta che sbagliavo strada era il segno di una mia scarsa sintonia con quello che succedeva fuori: o ero distratta o chiusa nei miei pensieri o troppo preoccupata o… Insomma, qualcosa impediva un andare più fluido. Poi mi è anche successo che da un errore sono nate delle cose belle: per esempio un incontro che non avrei mai fatto sulla “retta via”! E anche questo forse ha a che fare con l’apertura alle esperienze, con l’istinto. Oppure semplicemente sbagli strada e torni indietro, ti fai qualche km in più e pazienza, paghi il prezzo della distrazione e fai tesoro dell’esperienza…

Prima parlavi della mente, di quello stato di “calma motoria” della mente. Non so se da qui possiamo anche parlare di spiritualità. Per me quest’argomento è sempre un po’ difficile da affrontare: la psiche, lo spirito, quello stato di apertura verso qualcosa che senti presente ma non è solo mente o solo corpo, è tutto quanto… A parte il fatto che ti sei fermata in punti di accoglienza che spesso sono anche luoghi di culto, come conventi e altro, come hai vissuto tu l’aspetto spirituale del cammino? È stato un pellegrinaggio per te?

Questo è un tema molto grande su cui sto riflettendo proprio in questi giorni. Mi piacerebbe scrivere qualcosa in proposito. Oggi molti “laici” camminano sulle vie di pellegrinaggio, ma i pellegrinaggi sono storicamente una pratica sacra, religiosa e non solo cristiana. Ne troviamo un po’ in tutte le religioni: ogni cultura ha le sue pratiche di cammino sacro. I pellegrinaggi sono sacri evidentemente per i luoghi che percorrono: per esempio la via Francigena porta alla tomba dell’apostolo Pietro, e attraversa città dove si conservano reliquie di Santi che attiravano a loro volta i pellegrini (e spesso questi cammini e luoghi santi sono nati su luoghi di culto preesistenti, ancora più arcaici).
Passare per luoghi santi per i credenti ha in sé un significato preciso. Ma anche un non credente trova in questi luoghi e attraverso i cammini una, come dire, “sacralità laica”. Ci sono luoghi che più di altri, anche per un non credente, sono in grado di suscitare il senso del sacro, di richiamare a quel camminare peregrinando, che non è semplicemente spostarsi, ma camminare con una precisa intenzione, che può essere spirituale, o di evoluzione personale, o una semplice pausa nella vita… Forse perché sono stati frequentati con intenzioni sacre (e forse, per i credenti, perché custoditi dai santi e dagli angeli che si incontrano nella via) questi luoghi aiutano chi cammina a ricordare la sacralità di quello che si sta facendo. Ma secondo me questa sacralità, come dicevo, appartiene già all’intenzione, ed è questo il motivo meno ovvio per cui possiamo definire sacro un pellegrinaggio: già di per sé il fatto di aver ritagliato dalla propria vita un mese da dedicare al cammino delimita un tempo che definirei sacro, un tempo in cui intenzionalmente ci si apre al non ordinario, ci si mette in cammino e quindi in ricerca e quindi in ascolto. È questa la riflessione che facevo proprio mentre ero sulla Via Francigena, percorsa da pellegrini ma anche da escursionisti e turisti: ciò che fa la differenza  sta nell’intenzione del camminare. I luoghi non sono santi solo perché lì c’è una reliquia o un convento, ma è il camminare in un certo modo, con consapevolezza e rispetto, che rende quegli stessi luoghi “santi”.  Non so se è chiaro questo discorso, forse è un po’ confuso…

No, no, credo di capirti. Vero è che per una persona laica parlare di queste cose porta con sé tante domande. Mentre spesso la persona religiosa non se le pone e non sente il bisogno di un granché da dire. Crede e basta. Non so, sarà questo un mio pregiudizio? Ma, in realtà vorrei sapere se ci sono stati dei momenti in cui hai avuto una particolare percezione di sintonia col senso del sacro. È stato durante la sosta in una chiesa o mentre osservavi un paesaggio…?

Ci sono luoghi e fatti che più di altri ti restituiscono questo senso del sacro, a volte per oggettivi motivi storici: questa cosa la si sente al massimo grado sul cammino di Santiago, ma anche sulla via Francigena ci sono molti nostri luoghi in cui si può sentire quanto siano stati luoghi di venerazione, di pratica spirituale.
In altri casi scatta una semplice sintonia personale per cui un luogo ti emoziona, ti fa venire la pelle d’oca, ti parla. La sosta in una chiesa romanica, per esempio, per me è sempre emozionante; in alcune in particolare a volte canto, quando ho la possibilità di farlo, cioè se sono sola o sicura che la presenza di altri non modifichi la mia presenza e intenzione nel canto. Ma ho avuto anche grandi emozioni in un bosco dell’Appennino, davanti a una semplice fontana di pietra… Tutti i luoghi, riprendendo il discorso di prima, sono santi se percorsi nell’ascolto, nel rispetto, con questo senso di rispondenza profonda tra il luogo che incontri e il percorso che stai facendo. È come se il passo benedicesse la terra su cui stai camminando e viceversa, la terra su cui stai camminando benedicesse il tuo passo. Questo è quello che a un certo punto ho sentito chiaramente: che una via di pellegrinaggio sia costellata di luoghi santi diventa allora una manifestazione tangibile e visibile della sacralità del percorso.

È stata una realizzazione fatta per lo più nella dimensione intima, personale, solitaria, o anche in momenti di condivisione con altri pellegrini?

È stato qualcosa di più intimo e solitario… a volte anche condiviso, ma in maniera implicita. Sul cammino incontri delle persone con cui sai che puoi condividere questo modo di sentire senza bisogno di grandi parole, sai che è così e basta. Ci sono, per esempio, persone che si occupano di ospitalità lungo il cammino: alcuni di questi incontri possono essere molto belli, ci si trova in sintonia e questo favorisce l’esperienza, anzi, la suscita. Ciò che ho detto per un luogo sacro, che è in grado di far lievitare l’esperienza, può valere anche nell’incontro con la persona che sta facendo la tua stessa esperienza o ha deciso di accompagnare la tua esperienza da “ospitaliere”.

Dimmi di più su queste persone che non camminano ma sono lì ad accogliere chi cammina: a parte la spiritualità, com’è il rapporto con loro da un punto di vista anche umano?

Ci possono essere esperienze molto diverse tra loro. Diciamo che gli incontri più belli sono con i volontari che si dedicano a questo con un vero spirito di accoglienza e consapevolezza. Penso in particolare ai luoghi gestiti dalla confraternita di San Jacopo: lì ci sono dei volontari per cui l’accoglienza ha un significato cristiano.

È dove è stato il rito del lavaggio dei piedi, di cui mi dicevi quando ci siamo incontrate?

Sì. Loro accolgono i pellegrini riprendendo questo antico rituale, non per gusto folkloristico ma per un convincimento religioso: per loro il pellegrino, lo straniero, è il prossimo per eccellenza, colui che rappresenta il Cristo che passa sulla via. Da qualche parte ho letto una frase che invitava ad aprirsi a colui che passa e s’incontra per la via, perché tu non lo sai ma potrebbe essere un angelo. Ancora una volta siamo di fronte all’espressione di un significato religioso (l’apertura all’altro, al fratello come manifestazione del divino), che però anche per il laico può essere molto pregnante. Nel cammino ti metti in una disponibilità d’animo verso la persona che incontri: non sai perché incontri proprio quella, non sai da dove viene, non sai chi è, eppure può essere molto pregnante il fatto che tu la incontri in quel preciso momento e che in quell’incontro succeda qualcosa di significativo.

Senti Maria, siamo più o meno in chiusura, ma ti voglio chiedere ancora due cose: la prima  riguarda la meta. Come è stato arrivare a Roma, dopo un mese di cammino, di paesaggi naturali, paesini, silenziose chiese romaniche, sintonie di incontri… com’è stato arrivare in quel casino di città che è Roma, che però è la meta…?

Anche quello della meta è un discorso grande da fare. Si dice che la meta non conti: la meta è quello che succede dentro di te. Sul cammino di Santiago in un negozio mi hanno dato un’immaginetta con una scritta che diceva più o meno così: ”Pellegrino non correre, tanto la meta ce l’hai dentro di te!” La meta però è anche quello che ti fa muovere al viaggio, quindi c’è anche un senso di gratitudine verso la meta. Cioè, se non ci fosse stata Roma con la tomba di San Pietro e tutto ciò che comporta, io non sarei partita da Milano per andare a Roma, anche se la mia meta non è Roma ma il cammino. Comunque, quando arrivi succedono tante cose: intanto cambia l’energia del corpo e della mente. Già qualche giorno prima comincia in qualche modo a calare l’energia e ti prepari all’arrivo, che è un processo, non è mai un momento. Ci vuole un po’ di tempo per arrivare, e in più l’arrivo a Roma dura un paio di giorni! L’ultima tappa è alla Storta, alla periferia della città, dopo di che c’è ancora un giorno intero di cammino urbano prima di arrivare. Con un’amica pellegrina con cui ho camminato gli ultimi giorni ci dicevamo: “meno male, è bello che sia così, perché abbiamo il tempo di prepararci”. Nonostante questo, una volta arrivate in Piazza S. Pietro ci siamo dette: “Non siamo ancora arrivate…”. Infatti non basta arrivare fisicamente alla meta. C’è il processo dell’andare che in qualche modo, piano piano, si placa.

Maria e Gloria al Pantheon, Roma

Maria e Gloria al Pantheon, Roma

E quando hai sentito che eri arrivata, poi com’è stato quell’altro “processo” del viaggiare sulla Frecciarossa per tornare a Milano?

Un po’ estraniante (ride). Ma in qualche modo anche normale, perché una volta arrivata, il cammino è compiuto e allora non c’è che da tornare a casa. Straniante però per il fatto di fare in tre ore, a ritroso, la strada che all’andata mi ha richiesto un mese. Straniante vedere le facce tirate delle persone ed entrare anch’io in questa dimensione in cui improvvisamente a tutti manca tempo. Sul cammino il tempo è una risorsa che abbonda; c’è tempo, c’è il tempo giusto… Ecco, una cosa importante da dire è questa: sul cammino c’è il tempo giusto, quello che gli antichi greci chiamavano kairos, il tempo opportuno per le cose. Sul cammino, hai il grande privilegio di concederti il tempo giusto!

Sarebbe anche accettabile questa nostra vita frenetica, con le sue “alte velocità”, purché sapessimo usarne anche altre di velocità: andare anche molto lentamente, per esempio. Il problema è che una volta configurato quello schema nel nostro sistema, poi è difficilissimo disporre di tutta la gamma. Se “il tempo giusto” diventa uno solo, allora siamo nei guai. Penso sia molto sano ogni tanto e periodicamente poter vivere quest’altra dimensione come quella che hai vissuto tu!

Sì, credo sia una norma igienica, nel senso lato di igiene mentale, psico-spirituale.

Se uno un mese non può concederselo, vale secondo te fare comunque tre giorni, una settimana di cammino?

Voglio spezzare una lancia in favore del tempo lungo, anche se, ovviamente, meglio una settimana o tre giorni che niente. Un’esperienza di cammino, secondo me, per essere significativa deve essere un’esperienza lunga; perché è lì che cambiano davvero le cose.

Ci credo! Senti Maria, ultima domanda: se dovessi dire tre parole chiave, che racchiudono l’essenza della tua esperienza, quali sarebbero?

Faccio una piccola premessa: ogni cammino per me rivela il suo tema, che in partenza non è mai del tutto chiaro, ma poi via via si chiarisce. Magari all’inizio è solo una domanda. Questo cammino era dall’inizio in relazione a una mia situazione di salute, per cui è stato un cammino di guarigione, una ricerca di fonti di guarigione. A un certo punto mi sono venute tre parole come ingredienti della salute e del vivere equilibrati. Sono parole che esprimono cose che ho sperimentato nel corso del cammino: il sentimento del selvatico, che ho sentito moltissimo nella natura dell’Appennino; l’esperienza della bellezza, poiché camminare in Italia offre davvero a mani larghissime questa possibilità, uno scialo di bellezza, quasi stordente, la bellezza dei dettagli, la bellezza della natura, ma anche quella degli esseri umani e delle loro infinitamente varie inflessioni dialettali… una bellezza che non so davvero come definire se non come uno scialo, una sovrabbondanza; la terza parola è amore che è il sentimento che sorge quando sei in equilibrio nel cammino. Alla fine di un cammino la parola che affiora è… grazie! Questo senso di gratitudine è il riflesso di un rapporto d’amore con l’esperienza che stai facendo, con i luoghi e le persone che incontri.

A Roma mi hai cantato un brano della Hildegard von Bingen che parlava di Carità. C’entra qualcosa con l’Amore di cui  parli, vero?

Sì, per me sono sinonimi.. In questo cammino ho portato con me alcuni canti. Uno in particolare, che ho cantato più di altri, l’ho scelto come il canto di questo mio cammino, è questo che ricordi tu e dice proprio: Caritas Habundat In Omnia (clicca per ascoltare il pezzo) la carità è l’amore che abbonda in ogni cosa. Quest’abbondanza di amore è la sostanza dell’esperienza. Questa è stata una delle chiavi, per me forse
la chiave.

Giugno 2013

La rubrica Leben in rete è a cura di Gloria Desideri