Intervista con Laura Banfi

Ciao Laura, ti chiedo di presentarti e dirci di che cosa ti occupi.laura_intervista
Ciao… che faccio? Mi occupo di teatro, danza e improvvisazione, sia come performer sia come regista, coreografa e insegnante; insegno Feldenkrais, Contact Improvisation, danza, da un punto di vista pedagogico e creativo con persone abili e disabili.

Lavori con bambini o con adulti?
Soprattutto con adulti e giovani.

Quando hai iniziato i percorsi di formazione BMC?
Ho cominciato la formazione BMC nel 2006 e l’ho completata nel 2009 con la certificazione SME. Poi ho fatto da traduttrice in un corso IDME per Leben, e l’ho trovato così interessante che ho deciso di intraprendere anche questa formazione. L’ho completata con Babyfit, il centro autorizzato BMC® a Bratislava, in Slovacchia.

Come hai conosciuto il BMC?
Come prosecuzione di un pensiero nato molto tempo prima nel lavoro di Contact Improvisation. Sono poi stata in dubbio se seguire la formazione in Feldenkrais o BMC.

E come hai fatto a scegliere?

Erano per me tutt’e due interessanti, poi il Feldenkrais mi è arrivato su un piatto d’argento, perché nel 1992 è partita una formazione davanti casa mia, e così l’ho iniziata. Ora sono molto felice di averla fatta.

Che cosa è successo in seguito?
Ho avuto un problema di salute piuttosto serio, che mi ha portato a guardare l’essere umano nella sua evoluzione nel tempo, ad approfondire come si acquisiscono, sviluppano e raffinano i sensi. È così che ho deciso di iniziare il percorso formativo BMC. Pensavo di farlo negli Stati Uniti o in Germania, poi ho saputo che partiva in Italia con Gloria Desideri.

Che importanza ha avuto per te questa formazione?
La formazione BMC è stata per me di grande significato, non solo dal punto di vista personale, di salute, di vita, oltre che filosofico, ma anche, e soprattutto, dal punto di vista professionale, perché nel mio lavoro ho ora la possibilità d’integrare le esperienze passate, tutte le mie diverse storie.

Feldenkrais e BMC: elementi in comune?
Trovo che non siano affatto in contraddizione. Entrambe sono esplorazioni che comportano un enorme lavoro sull’ascolto di sé e degli altri, lavorano sul raffinare il tocco, che diventa strumento di entrata in relazione e di dialogo, e hanno anche affinità con la Contact Improvisation… contatto e comunicazione attraverso la pelle… Hanno inoltre in comune chiarezza e precisione di linguaggio, in cui le indicazioni date per esplorare un percorso danno direzione ma non sono mai impositive.

Prova a spiegare meglio qual è, secondo te, la caratteristica specifica dell’approccio BMC. 
Nel BMC si ha la concezione del corpo-mente-anima, del corpo come supporto; si utilizza il movimento per poter raggiungere livelli molto profondi di attività neuromotoria, ma è efficace, ad esempio, anche nella risoluzione di problemi, invitando a un atteggiamento molto vicino a quello dei bimbi: esplorare differenti possibilità per poter scegliere la soluzione migliore più buona in quel momento.

Come ti definisci, in due parole, a persone che non sono del campo?
Mi occupo di teatro e danza con diversi strumenti, voce, movimento, coreografia e improvvisazione, includendo tutte le persone abili e disabili. Ecco vedi, in Italia bisogna usare tante parole per definire l’attività di cui mi occupo…

Quanto il BMC è entrato nel tuo lavoro?
Molto! Già le mie insegnanti di Contact avevano lavorato con Bonnie e mi avevano introdotto a questo approccio come supporto all’apprendimento della danza. Quindi non la tecnica come imitazione di un gesto ma l’esplorazione di ciò che sta sotto e che permette una ricerca molto profonda e individuale… sostenere la persona in tutto il suo essere e non sviluppare dei cloni di altri.

In che modo sostiene la persona?
La sostiene nel farle scoprire la propria poetica, la propria crescita e creatività, in un viaggio attraverso i propri diversi panorami, nell’integrazione dei vari sistemi corporei.

Nella tua danza come entra questo tipo di esperienza?
Mi rendo conto che posso muovermi con diverse qualità, ampliando il mio immaginario e cogliendo mille sfaccettature. È affascinante lo spunto che i diversi sistemi offrono all’espressione del movimento!

Quale sistema ti ha più colpita?
Gli organi mi hanno colpito molto: quando cominciavo a farne esperienza li immaginavo come un’allegra brigata, ognuno mi dava l’immagine di una maschera italiana, come se ogni volta si mettesse in atto una commedia, un film… Gli organi organizzano e collegano. Mi hanno anche riappacificato rispetto a un lutto che ho avuto in famiglia.
Il sistema nervoso, per la mia esperienza, è stato il più difficile. Comunque, ogni volta che si affrontava un sistema bisognava poi trovare un nuovo equilibrio con gli altri sistemi.

Le persone con cui lavori sentono gli effetti di questo lavoro?
Sì, li sentono. Intanto perché è cambiato qualcosa in me. Naturalmente le cose non sono staccate: una persona fa qualcosa per sé e nel frattempo cambiano delle cose nella sua vita. Questo lavoro è stato una sorta di medicina per riscoprire il mio sistema nervoso centrale. Il corso sullo sviluppo ontogenetico mi è servito proprio per rivivere sulla mia pelle quello che avevo vissuto da piccola, permettendomi ora di farne diversa esperienza, un’altra volta e un’altra volta ancora.

Parliamo adesso della tua esperienza professionale. Dove lavori?
A Rho presso l’associazione “Il Cortile”; questo è il mio punto stabile e qui collaboro con diverse persone: la base per la creazione di progetti e spettacoli. Poi lavoro anche tanto in giro, con disabili e non, presso organizzazioni sensibili al mio lavoro artistico. Ho lavorato anche in Puglia, in Toscana, in Lombardia e in altre regioni, in ambiti diversi che vanno da spazi di cooperative ad associazioni, scuole pubbliche, accademie di teatro e danza.

Nelle accademie di teatro e danza ti capita di fare il lavoro sulla presenza scenica o di accompagnare un singolo artista nel suo lavoro? 
Sì. Rispetto alla ricerca artistica personale, vedo che il BMC può prepararti alla presenza in scena, così importante per la danza e nel teatro.

Nei laboratori di movimento con disabili come lavori?
Trovo bello e interessante l’includere e non l’escludere. Nei miei laboratori lavorano insieme abili e disabili, di diverse età e con diverse esperienze nel campo del movimento.

Come arrivano a te?
Passaparola. Penso di aver avuto un ruolo pioneristico nel aver portato la Contact Improvisation in Italia dando continuità per lo studio e applicazioni, come per esempio le jam. Ho inoltre promosso con continuità e coerenza il lavoro sulla danza e la disabilità. Nel 2001 abbiamo organizzato il primo programma di formazione per insegnanti di Danceability, condotto da Alito Alessi.

Proietta il BMC tra 50 anni. Cosa vedi? In positivo…un sogno…
Più rispetto tra le persone, ospedali umani e luoghi dove le persone s’incontrano per fare esperienze e creare qualcosa di nuovo. Lo metterei nel sistema educativo e formativo.
A supporto delle accademie teatrali, di danza, nei master di management, nelle università di scienze della formazione, di medicina e veterinaria. Le persone che hanno a che fare con gli altri hanno bisogno di un modo per proteggersi e sostenersi mentre lavorano.

Secondo te perché oggi un approccio così evoluto fa fatica a prendere spazio nella nostra società?
Perché non ci sono strutture che possono ammettere la legittimità professionale di queste nuove figure. Dovremmo avere noi la capacità di promuovere questa professione e farne comprendere il valore anche attraverso il nostro livello di professionalità fino ad averne riconoscimento. In altri paesi europei le cose sono diverse: in Francia, per esempio, i danzatori che studiano BMC ricevono finanziamenti da organismi statali.

Sei soddisfatta di ciò che fai?
Sì, e sono anche contenta della sequenzialità con cui questi stimoli si sono susseguiti nella mia vita, di come sono arrivati al momento giusto… stimoli che mi hanno aiutato ad emergere e a trovare la mia espressione originale.

Titolo di un seminario che hai proposto con elementi BMC?
Percorso trasversale: dall’acqua alla terra.

foto_sabbiaGiugno 2012
La rubrica Leben in rete è a cura di Gloria Desideri
Intervista: Emanuela Passerini
Traduzioni: Eleonora Parrello
Editing: Gloria Desideri

Hello Laura, would you please introduce yourself and tell us what you do?laura_intervista
Hi… what I do…Well, I work in theatre, dance and improvisation, as a performer, director, choreographer and teacher; I also teach Feldenkrais, Contact Improvisation and dance, working with able and disabled people, from a pedagogic as well as creative perspective.

Do you work with children or adults?
Mainly with adults and young people.

When did you begin your BMC training?
In 2006, and in 2009 I got my SME certification. Then it also happened that I worked as a translator in an IDME course organized by Leben, which I found so interesting that I decided to follow that training too. I completed it with Babyfit, the licenced BMC® center in Bratislava, Slovakia.

How did you meet the BMC approach?
As an ongoing thinking process started long time ago out of my work with Contact Improvisation. Yet, for a while I had been in doubt whether to follow the BMC or the Feldenkrais training.

And how did you come up with a choice?
I was very much interested in both, but then the Feldenkrais training was served to me on a silver tray, so to speak, because in 1992 a program started just in front of where I live, so I made my decision. Now I’m very happy that I did it.

And what happened next?
I had a serious health condition, which then led me to view the human being from an evolutionary perspective, through time, and to deepen my interest in how the senses develop and refine. For this reason I decided to start the BMC program. At first I thought I would do it in the United States or in Germany, but then I found out that a BMC program was just starting in Italy, with Gloria Desideri.

What did this program mean to you?
It has had a great meaning to me on many levels: personal and philosophical, for my health and life in general, but mainly on a professional level. In my work I have now the possibility to integrate all my past experiences and all the different paths that I followed.

Feldenkrais and BMC: elements in common?
I don’t think they are in conflict at all. They are both explorative approaches that require a great deal of listening to oneself and others, they both work on refining touch as a tool to establish relationship and dialogue, and they also have affinities with Contact Improvisation…. contact and communication through the skin… They also have in common a clear and precise use of the language, giving directions in order to explore a certain process, but never imposing.

Could you try to better explain what, according to you, the specific feature of the BMC approach is?
In BMC there is this concept of the body-mind-soul unity, and of the body meant as support; movement is used to reach very deep levels of neuromotor activity, but it is also effective, for instance, in problem solving issues, if used with an attitude very close to that of children: exploring different possibilities in order to choose the best solution in any given specific moment.

In short, how do you introduce yourself to people that don’t work in your field?
I work in theatre and dance using different tools such as voice, movement, choreography and improvisation, with a wide range of able and disabled people. You see, in Italy I have to use a lot of words to explain what I do…

How much has the BMC approach entered your work?
A lot! My Contact teachers had already worked with Bonnie and introduced me to this approach as a support in dance training. So I would say: not a dance technique as imitation of gestures, but the exploration of what is underneath those gestures, thus supporting a very deep and personal research…the point is then how to support a person in the expression of his/her authentic being instead of developing clones of other people.

In which way can BMC support individuals?
It supports us in the discovery of our own poetic, growth and creativity, through a journey where we can meet our personal landscapes, through the integration of the different body systems.

How does this experience manifest in your dance?
I am aware that I can move with different qualities, widening my imagination and catching hundreds of different movement aspects. Experiencing all the cues that different body systems can offer to the expression of movement is simply fascinating!

Which system has affected you most?
The organs, I would say, affected me quite a lot: when I began exploring them I used to imaging them as a lively bunch where each one was like a mask from the commedia dell’arte, as if each time a play or a film was been performed …The organs organize and connect. They also helped me to find peace after a family mourning. The nervous system, on the other hand, was the most difficult for me. Anyway, each time we were dealing with a new system, a new balance had to be found with all the others.

Do the people that you work with perceive the effects of this work?
Yes, they do. First of all because something has changed within myself. Of course, things are not separated: you do something for yourself and things begin to change in your life. The BMC work has been a kind of medicine to rediscover my central nervous system. The course on ontogenetic development helped me to feel again in my body what I had experienced as a baby, giving me now the chance to repattern that experience… again and again.

Let’s now talk about your professional experience. Where do work?
In Rho, at the association “Il Cortile”: this is my base, where I work with many different people, developing projects and performances. I also work a lot around the country, with able and disabled people. I worked for instance in Puglia, in Toscana, in Lombardia and other Italian regions, in different settings, from studios run by associations and cooperatives, to public schools or dance and theatre academies.

In dance and theatre academies, does it happen to you to work on stage presence or to coach individual artists in their own work?
Yes. Dealing with personal artistic research, I find that the BMC approach can help improving the stage presence, so much important in dance and theatre.

How do you work in movement workshops with disabled people?
In general, I find that to include and not to exclude is a beautiful and interesting thing. In my workshops, able and disabled people of different ages and movement experiences always work together.

How do they come to you?
By word of mouth. I think I had a pioneer role in bringing Contact Improvisation in Italy, giving continuity to both study and applications such as, for instance, the jams. I’ve also consistently supported and promoted the work on dance and disability. In 2001 we organized the first educational Danceability teacher program, taught by Alito Alessi.

BMC, 50 years from now: what do you see? Thinking positive, I mean…a dream…
More respect among people, more humane hospitals and places where people can meet to develop and create something new. I would include BMC in different educational programs, for instance in dance and theatre academies, in MA’s on management, in college’s departments of science education, medicine and veterinary. People that give services to others need a way to protect and support themselves while they are working.

Why such an innovative approach has difficulty in taking more space within our society? What is your opinion?
At the moment, there are no facilities that can recognize the legitimacy of these new professional figures. I think that it is up to us then to promote our professionality and make people understand the value of this work, also through our reaching good results and high professional standards. In other countries things are different: in France for instance dancers who study BMC are funded by the state.

Are you satisfied with what you do?
Yes, and I am also happy of the sequence of stimuli that I met in my life, and of how they arrived at the right moment…they all supported me to emerge and to find my authentic expression.

The title of a workshop that you offered, with BMC elements?
Cross paths: from water to earth.

foto_sabbiaJune 2012
Leben Network is curated by Gloria Desideri
Interview: Emanuela Passerini
English translation: Eleonora Parrello
Editing: Gloria Desideri

Intervista con Angélica Costa

 DSC_7912compressaCiao Angélica, ti chiedo di presentarti.

Sono psicologa e psicomotricista laureata a Sao Paulo del Brasile. Mi sono trasferita in Italia nel 2006 per seguire la formazione Body-Mind Centering® e qui ho ricevuto i diplomi di IDME nel 2007 e di SME nel 2009.

Di cosa ti occupi nello specifico?
Mi occupo prevalentemente di educazione del movimento in età evolutiva.

Dove lavori?
Lavoro a Roma presso tre strutture diverse: l’associazione culturale “Eppur si muove” che organizza una serie di corsi infrasettimanali e laboratori artistici e didattici per bambini, “Latte&Coccole”, un ambulatorio per l’allattamento e sostegno alla genitorialità, e il “Margherita Medical Center”, uno studio medico di ginecologia e ostetricia. Lavoro anche in scuole d’infanzia e nidi.

… e Baby Moves?
Sì, certo… Nel 2009 ho ideato il progetto Baby Moves, che offre attività di gruppo per la facilitazione al movimento e consulenza a sostegno della genitorialità. Mi rivolgo a bambini, genitori ed educatori d’infanzia.

Prima dicevi che sei venuta in Italia apposta per studiare BMC?
…già, e poi ci sono rimasta!

Che intraprendente! Come mai proprio l’Italia e non un altro luogo del mondo?
Volevo iniziare la formazione ma non potevo sostenere i costi dei corsi e quelli di viaggio, vitto e alloggio in un altro paese. L’unico modo era trasferirmi a vivere in America o in Europa. Tramite Thomas Greil ho contattato Gloria Desideri che da poco aveva creato Leben. Ci siamo scambiate delle mail per circa tre mesi, poi Gloria mi ha offerto la possibilità di venire in Italia a studiare grazie a una borsa di studio e sono entrata nell’associazione che lei aveva fondato.

Ma in Brasile, come avevi saputo del BMC?
Mi sono innamorata del BMC quando frequentavo ancora psicologia all’università e contemporaneamente studiavo danza e Contact Improvisation. Ho conosciuto il BMC durante un seminario presso lo studio dove seguivo le lezioni.

Allora te lo ha fatto conoscere una danzatrice?
Sì, una danzatrice che si chiama Rose Akras e che aveva seguito la formazione alla School for New Dance Development (SNDO) in Olanda. Lì non si faceva esattamente BMC, ma alcuni insegnanti di Rose avevano studiato e lavorato per diversi anni con Bonnie Bainbridge Cohen. Con Rose ho fatto seminari sullo scheletro, sugli organi e sui fluidi. Poi ho conosciuto Adriana Almeida Pees, che allora era l’unica BMC® Practitioner in Brasile. Ora è anche BMC® Teacher.

Secondo te è possibile portare il BMC in Brasile?
Sì, è proprio questo che ora sta succedendo. Quando io studiavo con Adriana, i suoi corsi non erano ancora accreditati da The School for Body-Mind Centering®. Quando poi lei ha avuto l’autorizzazione della SBMC a dirigere la formazione in Brasile, io già da un po’ mi ero trasferita in Italia. Hanno iniziato lì quando io qui avevo già completato due percorsi formativi.

Come integri il BMC con la tua formazione di psicologa?
Quando studiavo psicologia cercavo avidamente di capire cos’era la mente, cos’era il corpo, come queste entità si integrano tra loro. Integrare psicologia e BMC è una ricerca continua nel mio lavoro. Avevo studiato diversi approcci terapeutici, di orientamento reichiano, bioenergetico, ecc. Nonostante in questi approcci il corpo sia centrale, mente e corpo, per ragioni didattiche, erano presentati come fossero due entità separate. E questo non mi soddisfaceva…

Interessante, puoi dirmi di più su questo?
Il fatto è che ci facevano accedere alla materia di studio in modo intellettuale. D’altra parte, dedicavo energie a esercizi fisici, a tecniche di massaggio e ad altre discipline corporee. Questo mi faceva sentire comunque dissociata. Solo col BMC ho potuto percepire quanto mente e corpo siano in continuo dialogo e che la mia mente si muove col mio corpo.

Nel tuo lavoro quanto conta che tu sia laureata in psicologia?
Non ho richiesto l’equipollenza del mio titolo di studio in Italia, quindi non mi presento come psicologa, ma ovviamente la psicologia rimane, per così dire, “in the back of my mind”. Ai genitori dà un senso di fiducia sapere che ho una formazione tradizionale, anche se in effetti tutto quello che si insegnava sulla psicologia dell’età evolutiva, ai tempi in cui andavo all’università  non era poi così tanto all’avanguardia  Ieri come oggi. Mentre il BMC lo è.

Ma allora come ti definisci quando ti presenti ai genitori o quando scrivi un progetto che vuoi far partire?
Mi definisco così come mi sono presentata all’inizio: sono un’educatrice del movimento in età evolutiva ed educatrice del movimento somatico; entrambe queste formazioni sono certificate da The School for Body-Mind Centering®; BMC® è l’approccio creato in America da Bonnie Bainbridge Cohen. Mi occupo di educazione, facilitazione del movimento e sostegno alla genitorialità. E poi, non è tanto una questione di titoli: io punto all’applicazione del BMC nel campo dell’infanzia; utilizzo i principi del BMC come punto di partenza per stabilire delle relazioni. Sono talmente basilari e applicabili a una vasta gamma di situazioni, anche intorno al bambino, famigliari e scolastiche, che ne ho a sufficienza! Sento che il BMC valorizza le mie capacità di relazione, di ascolto e dialogo, che ho sviluppato come psicologa.

Scrivi tu i progetti o sono gli altri che ti chiamano per condurre un gruppo?
Sì, li scrivo io… e collaboro con altri psicologi ed educatori.

Le strutture di cui mi parlavi, “Eppur si muove”, l’ambulatorio, lo studio medico di ginecologia e ostetricia e la scuola dell’infanzia, sono pubbliche o private?
La prima è un’associazione culturale senza scopo di lucro, le altre sono strutture private. Anche le scuole in cui lavoro, per la maggior parte, sono private.

Hai mai provato a presentare progetti a strutture pubbliche?
Sì, nelle scuole pubbliche sono riuscita ad accedere tramite altre associazioni culturali che gestiscono progetti finanziati dalla regione, oppure dagli stessi genitori. Insieme a Margherita Ferraro (IDME) ho provato anche in un centro di accoglienza a Roma, l’unico che ancora offre servizi alle famiglie. Ero stata indicata da mamme che avevano frequentato i miei gruppi e frequentavano questo centro, ma un’altra associazione aveva… le spalle più calde delle mie, un’espressione brasiliana per intendere che gli altri erano favoriti..

Quindi nel centro di accoglienza il vostro progetto non è passato?
No, non è passato, non ancora… Comunque sono a stretto contatto con una serie di organizzazioni che diffondono la cultura della genitorialità secondo natura (preferisco l’espressione, “secondo natura” che spiega meglio il concetto, piuttosto che il termine “ecologica”, che pure viene usato).

E cosa vuol dire “genitorialità secondo natura”?
Un modo naturale di crescere i bambini. Queste organizzazioni si occupano di informare i genitori su tutto ciò che è fisiologico nello sviluppo umano, e creare occasioni di riflessione su quel che va contro natura, come ad esempio l’uso del biberon e del ciuccio, del latte artificiale, degli attrezzi che stimolano una finta autonomia, come girelli, passeggini, seggioloni, ecc.

E se ti dicessero “non è già di per sé un fatto naturale crescere i bambini” tu cosa risponderesti? Cos’è successo tra noi e la natura secondo te?

Tutto inizia col processo della gravidanza e della nascita. Nel XX secolo in Italia, e più precisamente dal dopoguerra in poi, gravidanza e nascita, che prima erano vissute con maggiore naturalezza, cominciano ad essere sempre più medicalizzate. Le famiglie, principalmente le donne, via via perdono l’ascolto delle proprie intuizioni, perdono empowerment, affidandosi ciecamente a quello che la società, in un certo senso, impone loro: la medicalizzazione della nascita. Basta pensare a due aspetti: il parto cesareo, che viene presentato come il metodo più sicuro ed è eseguito anche se non necessario, togliendo a madre e bambino la più potente esperienza di contatto fisico e di creazione di legame tra loro; il latte artificiale, promosso dalle aziende produttrici come alimento più completo del latte materno.
Ma a partire dagli anni ‘60 alcuni professionisti del campo medico hanno cominciato a capire che si stava prendendo una strada sbagliata. Leboyer, ad esempio, propose un nuovo approccio alla nascita, senza violenza. In quegli anni la medicina aveva cominciato a sviluppare tecniche e strumenti per valutare le capacità dei bambini già nella vita intrauterina. Da allora si sono scoperte sempre più cose sulle loro effettive capacità.

Come porti questo pensiero ai genitori?
Nel mio lavoro vedo che c’è molto da fare per far comprendere ai genitori l’importanza di dare ascolto a se stessi e alle proprie intuizioni su come crescere i bambini; per sostenere mamme e papà nella grande sfida di saper ascoltare i bisogni primari dei loro piccoli, e ancor prima, i loro stessi bisogni di genitori.

Danzi ancora?
Danzo poco, purtroppo. Ma i bimbi mi tengono allenata ☺

Un’ultima cosa: sei soddisfatta del tuo lavoro?
Sì, sono soddisfatta del percorso fatto finora. Anch’io imparo continuamente a dare ascolto a me stessa, a rispettare i tempi necessari per sviluppare qualcosa che perduri nel tempo.
È un cammino arduo, proprio perché vado un po’ controcorrente. Ma io sono sempre stata cosi: ho sempre scelto le strade più tortuose, ma che m’invogliano a continuare. È proprio la sfida che mi fa procedere.

foto_intervista_bassa43Agosto 2012
La rubrica Leben in rete è a cura di Gloria Desideri
Interviste: Emanuela Passerini
Traduzioni: Eleonora Parrello
Editing: Gloria Desideri, Donatella Levi

Hello Angelica, please introduce yourself…DSC_7912compressa

I received my degree as a psychologist and psychomotricist in Sao Paulo, Brazil. I ‘ve moved to Italy in 2006 to attend the Body-Mind Centering® training program, and here I got my IDME certification in 2007 and my SME certification in 2009.

What do you do exactly?
Mainly I work as an infant developmental movement educator.

And where do you work?
I have my practice in Rome, in three different structures: the cultural association “Eppur si muove” which organizes a series of weekly courses and artistic and educational workshops for children; “Latte e coccole”, a clinic specialized in nursing and parenting support; “Margherita Medical Center”, a gynecology and midwifery medical center. I also work in some kindergarten and day care centers.

… and Baby Moves?
Yes, of course… In 2009 I developed the Baby Moves project, which offers group activity based on movement facilitation and parenting support. My work is directed to children, parents and early childhood educators.

Before you said that you came to Italy just to study BMC, did you?
…yes, and then I kept staying!

How enterprising! Why Italy then and not another place in the world?
I wanted to start the training program but couldn’t afford paying for the tuition, travelling back and forth, and board and lodging in a foreign country. The only solution was to move to America or Europe for a period of time. Through Thomas Greil I came in contact with Gloria Desideri, who had just created Leben. After corresponding by email for about three months, Gloria gave me the chance to come and study in Italy with a scholarship, and I became a member of the association that she had founded.

How did you come to know about BMC in Brazil?
I fell in love with BMC when I was still studying psychology in college and a student of dance and contact improvisation as well. I met BMC during a workshop at the studio where I used to go for dance classes.

Are you saying that it was thanks to a dancer that you came to know it?
That’s right, a dancer called Rose Akras who had done her training at the School for New Dance Development (SNDO) in Holland. In that school they were not offering “pure” BMC, but some of Rose’s teachers had studied and worked with Bonnie Bainbridge Cohen for a period of time. With Rose I did workshops on the skeletal, organ and fluid systems. Later I met Adriana Almeida Pees, who at that time was the only BMC® Practitioner in Brazil. Now she is also a BMC® Teacher.

Do you think it is possible to bring BMC in Brazil?
Yes, it is exactly what is happening now. When I used to study with Adriana in Brazil, her courses were not yet accredited by The School for Body-Mind Centering®. Later, when she began directing the first training program authorized by SBMC, I had already moved to Italy. When I had already completed two training programs here, in Brazil they had just started.

How do you integrate BMC with your background as psychologist?
As a student in psychology, I was eagerly trying to understand what the mind is, what the body, and how these two entities integrate with one another. Integrating psychology and BMC is a constant research in my work. I had also studied different therapeutic approaches, from the Reichian tradition for example or Bioenergetics. According to these approaches, although the body is considered central, mind and body were presented and studied as separated entities, perhaps because of a certain educational model. Well, this didn’t fully satisfy me…

Interesting, can you say more about it?
The point is that as students we were guided to approach the material in an intellectual way. On the other hand, I was dedicating time to all kinds of physical exercises, massages or other body techniques. This made me feel dissociated. It was only through BMC that I managed to perceive how much body and mind are in a constant dialogue and that my mind moves with my body.

How much important is it in your work the fact that you have a degree in psychology?
I didn’t ask for the recognition of my degree in Italy, so I don’t usually present myself as a psychologist, but psychology obviously always lies in the back of my mind. The fact that I have done traditional studies gives parents a sense of trust, even though what I was given in college, about developmental psychology, was not so an advanced training. On the other hand, BMC is a real innovative work.

So, how do you introduce yourself to parents or in writing a project that you want to develop?
I define myself exactly as in my introduction at the beginning of this interview: an infant developmental movement educator and a somatic movement educator; both these training programs are certified by The School for Body-Mind Centering®. BMC® is the approach developed in America by Bonnie Bainbridge Cohen. My practice is about somatic education, movement facilitation and parenting support. But, I believe, it’s not so much a matter of titles: I aim to apply BMC in the field of early childhood; I use BMC principles as a starting point to establish relationships; they are so fundamental and you can apply them to so many situations: with children, parents, or in school settings. I have enough to be busy! I feel that BMC enhances my skills of listening, establishing relationships and being in dialogue – abilities that I first developed as a psychologist.

Do you usually create your own projects or are you also called to lead a group?
I do write my own projects… and I collaborate with other psychologists and educators.

The structures you were talking about, “Eppur si muove”, the clinic, the medical center, the kindergarten, are public or private?
The first one is a not-for-profit association, the other ones are private structures. Also, most of the schools where I work are private.

Have you ever tried to hand in projects to public structures?
Yes, I managed to work in some public schools thanks to other not-for-profit associations that manage projects supported by public funds, or by the parents themselves. Together with Margherita Ferraro (IDME) I also tried to enter a family center in Rome, the only left one that provides services to families. I had been introduced to this center by some mothers who used to go there and now attend my groups. But another association had…”shoulders warmer than mine” a Brazilian expression meaning that others were already favorite…

So, you’re saying that in this family center your project was not accepted…
Not yet… but I have very close contact with some organizations whose aim is to develop a culture of “parenting according to nature” (also called “ecological parenting”, but I prefer the expression according to nature, because it goes more clearly to the point).

And what is the point of a culture “according to nature”?
A natural approach in growing children. These organizations work to inform parents about what is physiological in human development, and guide them to reflect on what is against nature, such as the use of the feeding bottle and the dummy, artificial milk, or tools that stimulate a false autonomy like baby walkers, pushchairs, high chairs etc.

And if someone says to you: – isn’t growing children already “natural”? – what would you answer? What do you think happened between us and nature?
Everything begins with the pregnancy and birth process. In the XX century, especially after World War II, pregnancy and birth in Italy were more and more medicalized, while in the past they were experienced in a more natural way. Families, and especially women, tend to lose their ability to listen to their own intuitions, losing thus empowerment and ending to trust blindly only in what society imposes: the medicalization of childbirth. Just think about two aspects: the caesarean section procedure is presented as the safest way to give birth and it is often done even when not necessary, denying thus mother and child the most powerful experience of physical contact and bonding relationship; the artificial milk is promoted by manufacture companies as a more complete food than breast milk itself. But in the Sixties some professionals in the medical field started to realize that we were taking a wrong turn. Leboyer, for example, proposed a new approach to childbirth, without violence. It was in those years that the medical science started to develop techniques and tools to assess the baby’s abilities during intrauterine life. Since then a lot of discoveries have been made about the baby’s real abilities when still in the womb.

How do you communicate these ideas to parents?
I realize that I have a lot to do to help parents to understand the importance of listening to themselves and their intuitions about how to grow their children; I give support to mothers and fathers when they are challenged in listening and recognizing their children’s basic needs and, even before that, their own needs as parents.

Do you still dance?
Unfortunately I dance very little now. But children keep me well trained… (laughing).

One last thing: are you satisfied with your work?

Yes, I am satisfied about what I’ve been doing. I also keep on learning how to listen to myself and my needs, respecting the necessary steps to develop something that can last in time.
It is a hard path, because I go a little bit against the current… But I have always been like that: I’ve always chosen the hardest ways, those that tempt me to go on. It is the challenge itself that makes me grow.

foto_intervista_bassa43August 2012
Leben Network is curated by Gloria Desideri
Interview: Emanuela Passerini
Translation: Eleonora Parrello
Editing: Gloria Desideri, Donatella Levi

Intervista con Marcella Fanzaga

Marcella_EleonoreL’incontro con Marcella è avvenuto di pomeriggio, nel suo appartamento a Milano. Era con noi la sua bimba di 7 mesi, Eleonore. Marcella, diplomata IDME ed SME, si presenta così:

M: Mi occupo di danza, di corpi e anime, di poetica del corpo; lavoro in diversi ambiti e conduco incontri con bimbi e adulti, abili e diversamente abili; mi rivolgo a una varia umanità… Lavoro come performer, danzatrice, coreografa. Da anni mi occupo di Improvvisazione e progetti Site Specific.

E: Come riesci a gestire la tua vita di neo mamma con quella lavorativa?

M: Mah, intanto diciamo che Saturno influisce e dà una mano… vale a dire… non c’è abbastanza lavoro!! Scherzi a parte, purtroppo è un periodo in cui insegno molto poco. Dove e quando posso tengo la piccola Eleonore con me, come oggi.

E: Quando la bimba è con te la tieni proprio a contatto fisico?

M: Sì, ad esempio venerdì scorso, alla lezione di gruppo, l’ho tenuta fasciata al mio corpo: è stata tranquilla per un’ora e poi ha iniziato ad agitarsi. Allora mi sono messa a cullarla mentre guidavo i bambini nel danzare con le loro mamme e i loro papà, e lei si è addormentata. Alla lezione di oggi, invece, non potrò tenerla in fascia, perché il gruppo di bambine che frequentano questo corso di danza sono più grandi, vanno alle elementari, la lezione è più tecnica e io mostro tutti gli esercizi e li eseguo con loro. In questo caso, la terrà la mia datrice di lavoro insieme alla sua bimba che ha tre mesi più di Eleonore. Nei corsi di Danza Creativa con le bambine della scuola materna mi è più facile muovermi e danzare tenendo Eleonore nella fascia a contatto con il mio corpo perché il lavoro è meno tecnico e più espressivo. Quest’anno mi sono organizzata così, l’anno prossimo vedremo.

E: Quindi, quali corsi stai tenendo come insegnante?

M: Corsi di movimento mamma e bimbi, danza per bambini e bambine della materna e delle scuole elementari. Il lavoro con gli adulti non è ancora partito, mentre sono stata chiamata per fare alcuni interventi all’interno di due formazioni professionali.

E: Fai anche delle lezioni con incontri individuali?

M: Sì, seguo due persone individualmente: una per delle lezioni di danza contemporanea e l’altra con un lavoro in cui uso il movimento e il tocco delle mani. Con quest’ultima persona lavoro molto gradatamente perché ha avuto un problema abbastanza grave. Le faccio esplorare l’equilibrio e la coordinazione spaziale e attraverso il tocco l’aiuto a porre attenzione alla sua organizzazione interna, ottenendo un effetto distensivo.

E: (mentre parliamo, giochiamo con Eleonore…) Come si comporta Eleonore quando è con gli altri bimbi durante i tuoi corsi?

M: È molto curiosa e attenta, partecipa. Mi fa piacere portarla con me. Adesso va al nido e sta già con gli altri bimbi, ma quando viene con me ho la possibilità di stimolarla attraverso il movimento e la danza e l’ascolto della musica, inoltre in alcuni corsi si relaziona a bimbi più grandi.

E: All’interno dei corsi che hai elencato prima, che tipo di lavoro porti avanti in ciascuno?

Nei corsi mamma-bimbo faccio un lavoro di danza creativa, con esperienze di tocco e contatto che provengono dal BMC. Ad esempio, propongo di fare gli “strizzini”, come li abbiamo chiamati al corso: la mamma dà piccole e dolci strizzate con le mani per risvegliare il corpo del bambino e delle “spalmate” sul corpo stesso del bimbo per connetterne centro e periferia. Quindi seguo gli schemi di movimento omologo, omolaterale e controlaterale (intanto Marcella mi mostra i movimenti facendoli su Eleonore). Li propongo con ritmi diversi: ora mi muovo a onde, ora in modo spezzettato, saltellando, camminando nello spazio, oppure vado nello spazio e mi fermo, o ancora… via! tutti in un punto della stanza!

E: I bimbi di questo corso sono tutti piccolissimi?

M: Sono bambini che hanno una età compresa tra i 4 mesi e i 3 anni.

E: Quali differenze noti tra diverse fasce d’età?

M: I bambini sotto l’anno si stancano molto più facilmente, e hanno bisogno di maggiore lentezza.

E: Altre caratteristiche?

M: La messa a fuoco è sul bambino, sulle sue potenzialità neuromotorie. Questi incontri li definisco “bambino-centrici”: il bambino e le sue esigenze sono in primo piano e la mia intenzione è quella di fornirgli stimoli adeguati per il suo sviluppo e la sua crescita. I genitori sono importantissimi per raggiungere questo obiettivo perché è attraverso il loro corpo che il bambino percepisce il movimento e la musica. Focalizzandomi sul bambino però non perdo di vista i genitori e mi occupo anche della relazione tra loro e il proprio figlio. Sono consapevole che questo tipo di lavoro facilità il bonding e l’emergere di emozioni molto profonde che in questo contesto accogliente hanno la possibilità di essere espresse.

E: Ma i papà vengono a questi incontri, o ci sono solo mamme e bimbi?

M: Certo che possono venire anche i papà! Ma più spesso vengono solo le mamme, o almeno questa è la mia esperienza… forse perché questo lavoro è ancora un po’ sconosciuto. C’è ancora molto da raccontare e spiegare affinché nella cultura corrente si comprenda quanto importante sia fare esperienze di tocco, di movimento e di musica insieme. Tra le finalità del lavoro corporeo c’è anche lo sviluppo del bambino e della sua capacità di entrare in relazione, di stabilire dei legami e un contatto significativo con i genitori. E poi, in questi incontri la mamma può anche esprimere i suoi stati emozionali, che dopo il parto devono ancora regolarsi, mentre il bambino viene stimolato e si diverte.

E: Usi degli oggetti a sostegno del lavoro corporeo?

M: Sì, delle palle, dei teli piccoli… anche i cuscinoni dell’allattamento. Il corso per mamme e bimbi 2-12 mesi è nuovo; diciamo che l’ho ideato e messo a punto dopo la nascita di Eleonore. L’ho chiamato “Danzare una nuova vita”, e fa parte del progetto “Bimbi InForma”. È un mio “brevetto” in cui propongo una struttura molto precisa dove si alternano il lavoro a terra e il lavoro in piedi e le esperienze con il tocco, lo spazio, il ritmo e la melodia, e in cui fondo le mie conoscenze di danzatrice con ciò che ho appreso durante le formazioni IDME e SME.

E: Quindi, venendo su da terra, la mamma tiene il bambino fasciato al suo corpo, o in braccio, e si muove con lui o lei..

M: Esatto, ed è qui che la mia attenzione si sposta alla mamma, perché se la mamma non si muove con facilità, o ha timore a muovere il bambino e a fargli sperimentare le diverse posizioni del corpo rispetto alla gravità, al bambino non arriveranno le informazioni e gli stimoli necessari per percepire e percepirsi. Come dire…se la mamma gioca e danza, il bambino apprende.

E: Credo che per approfondire lo sviluppo della relazione non ci siano altri luoghi e altri modi di lavorare così specifici come questo, cosa ne pensi?

M: Io credo che il nostro lavoro attraverso il Body-Mind Centering® sia ancora poco conosciuto, rispetto a quello, per esempio, degli psicomotricisti, che hanno un riconoscimento professionale ufficiale e quindi sono più facilmente seguiti dalle mamme… È una strada lunga la nostra… perché pratichiamo un approccio esperienziale, che va sperimentato prima di tutto su di sé… ma comunque credo che possa dare delle indicazioni molto specifiche e pratiche. Poi nel mio caso particolare, credo che la specificità del mio lavoro stia nel fatto che unisco molte conoscenze elaborate in anni di esperienza e di studio sul linguaggio e le dinamiche corporee, spaziando dalla Danza Contemporanea al Butoh, alla danza terapia, all’Improvvisazione, al Body-Mind Centering®.

E: Parlami un po’ del lavoro con i bimbi e le bimbe più grandi.

M: Con loro faccio danza creativa contemporanea, propongo spunti d’improvvisazione adatti ai bambini, su aspetti della danza che secondo me sono importanti: il ritmo, il tempo, lo spazio, le parti del corpo. Non facendo leva sull’imitazione del maestro, ma sulla creatività degli allievi, credo che quest’esperienza sia per loro una buona base per poter poi studiare qualsiasi tipo di danza: un risveglio, un’integrazione che predispone al movimento. Anche questo, però, è un discorso difficile da fare e da capire, perché molti genitori conoscono ancora solo la danza classica, quella classicamente strutturata come… danza “normale”, come recentemente, mi è stata definita da una insegnante di scuola dell’infanzia…

E: Cosa ha influenzato il tuo approccio all’insegnamento, da dove vengono le tue idee per i corsi?

M: Per il lavoro di danza con le bambine più grandi, contano le mie esperienze e le formazioni di danza e improvvisazione; il corso mamma-bambino è molto influenzato dallo studio del BMC, e in particolare dalla formazione IDME: il modo di toccare, lo stare al livello del bambino, dare particolare attenzione alla relazione mamma-bimbo e alla relazione dei bimbi tra loro; e poi, tutto il lavoro sugli schemi neurocellulari di base…; e mettiamoci anche tutti gli altri studi di danza che ho fatto in passato!
In particolare il lavoro sul tocco per me è molto importante. Avevo avuto nozioni di BMC anche prima delle mie formazioni SME e IDME, all’interno del programma della scuola di danza in Olanda… Avevamo classi in cui si esplorava e si studiavano i diversi sistemi. Io ho studiato lo scheletro, perché la direttrice era un’insegnante certificata BMC e quindi la formazione era intrisa di elementi BMC. Quando, tornata in Italia, ho iniziato a lavorare, questa mia sensibilità attraverso il tocco è emersa nel lavoro con gli anziani; ho affinato una modalità e un approccio sensibili nel suggerire loro la danza, senza manipolare, ma facilitando il movimento nell’ascolto, così da creare insieme un dialogo attraverso il tono e il contatto.

E: Nel tuo lavoro come performer e danzatrice, una delle tue peculiarità è l’improvvisazione, e con ottimi risultati, come ho avuto modo di constatare personalmente. Come riesci a mantenere l’attenzione alla ricerca interna e alla qualità del movimento, senza fissare le sequenze che danzi?

M: Questo, per fortuna, è l’unico dono… Scherzo… La storia è lunga. Ho studiato tanto. In Olanda praticavamo tanta improvvisazione. E poi ho studiato a lungo il Butoh. Con la danza Butoh ho imparato a portare l’attenzione verso ciò che succede dentro mentre sono in performance, ad essere dentro e fuori allo stesso tempo. Avevamo un maestro molto attento che si accorgeva subito quando fingevi o ti perdevi… Essendo il Butoh un’arte performativa, il ponte della comunicazione è sempre aperto. Questo è il grande allenamento: non puoi entrare troppo dentro di te e perderti, devi tenere l’ascolto sulle motivazioni interiori in atto, sui “paesaggi interiori”, come li chiamava il mio maestro, e nello stesso tempo essere presente agli stimoli provenienti dall’esterno e consapevole di essere un tramite perché avvenga una comunione artistica con il pubblico, uno scambio, un dialogo che definirei energetico e cellulare.

E: Bello! Mi hai spiegato bene perché ho provato quello che ho provato quando ti ho vista improvvisare!

M: Nel tempo, dell’improvvisare ne ho fatto una filosofia. La ritengo una pratica molto alta, presuppone allenamento, conoscenza in modo approfondito del proprio corpo, di una tecnica corporea e di composizione coreografica. Perché sia una pratica viva, non ci si può permettere di rimanere imbrigliati nelle proprie abitudini di movimento, nei limiti o in quello che meglio conosciamo. Per fare un caso estremo, pensa come sarebbe limitato e limitante il restare bloccati in uno schema che deriva da quella che era la nostra posizione in utero e continuare a riproporlo all’infinito. Prendere coscienza dei nostri limiti è un esercizio fondamentale ed estenderli attraverso lo studio e la pratica è importante per arricchire il nostro vocabolario di movimento significante.
La pratica dell’Improvvisazione richiede ascolto e respiro, richiede la capacità di lasciare le risposte al corpo e al tempo del corpo, per cui occorre allenare la mente ad essere presente nel dialogo corporeo senza predefinire le risposte, ma aprendosi all’inaspettato. Questo può generare ansia…

E: Che consapevolezza ti ha portato la nascita di Eleonore e la sua presenza nella tua vita?

M: Ho scoperto che il corpo della donna è in grado di compiere un atto miracoloso, potente e fragilissimo allo stesso tempo. Nulla può essere dato per scontato, dall’avere una gravidanza fino al portarla a termine… Quest’esperienza mi ha aiutata a comprendere meglio, direi proprio sulla mia pelle, che nella nostra società non c’è sufficiente cura per questo miracolo: il generare la vita. Si dovrebbe dare più attenzione alla donna, tutelare di più la maternità e quindi l’umanità. Ho partorito di notte, godendomi il silenzio e la tranquillità per noi due. Penso che le ostetriche facciano un lavoro prezioso, per niente scontato. A loro modo fanno improvvisazione! Hanno delle tecniche, certamente, ma ogni parto è a sé e loro devono capire e agire sul momento, nel “qui e ora”, rispetto alle circostanze di ogni singola nascita. A volte basta un istante…e tutto cambia.

Eleonore… la osservo molto… sta cercando di insegnarmi a non avere fretta, a prendermi cura, più cura, di me e della qualità della vita, ad accettare il vuoto e l’ignoto…dovrei saperlo già fare da improvvisatrice… ma non c’è limite alla consapevolezza! E poi con lei e grazie a lei, forse, sta nascendo una nuova Marcella… che non è quella che ho sempre conosciuto, ora ha una figlia ed è mamma… è una rivoluzione più profonda e sottile. Mi auguro di lasciarla accadere!

Marci_veloOttobre 2012
La rubrica Leben in rete è a cura di Gloria Desideri
Intervista: Emanuela Passerini
Traduzione della versione inglese: Eleonora Parrello
Editing: Gloria Desideri

Marcella_EleonoreE: Marcella and I met one afternoon in her Milano apartment. Her seven month old baby, Eleonore, was with us. Marcella is certified as both an SME and an IDME. She introduces herself like this:

M: I work with dance, bodies and souls, with the poetics of the body; I work in different fields, also leading classes for adults and children, disabled and not. I turn to a variety of different human beings … I work as a performer, dancer, choreographer. For several years I have been dealing with improvisation and site-specific projects.

E: How do you manage your life as a new mum with your professional life?

M: Well, let’s say that the influence of Saturn is lending a hand… that is to say… there’re not enough gigs! Just joking… But that’s true that in this last period I haven’t been teaching as much. Whenever I can, though, I keep my little Eleonore with me, like today.

E: When your baby is with you, do you keep her in close physical contact?

M: Yes, the other day, for instance, I wrapped her on my body during a group class: she stayed quiet for an hour. When, after a while, she began feeling restless, I started to rock her while guiding some children and parents into dancing together, and she fell asleep. For today’s class, I will not wrap her on me because here my teaching is more technical, children are older and I usually demonstrate for them all the dance exercises. My employer will look after Eleonore, along with her child who is three month older. In the creative dance classes that I teach in primary schools, it’s easier for me to have Eleonore wrapped on my body while dancing, because, rather than technical, my work there is more about expression. This is how I’ve managed things so far, let’s see what will come next.

E: So, which kind of classes are you teaching at the moment?

M: I offer movement classes for mums and children and dance courses for children of primary and elementary school. Classes for adults haven’t started yet, but I got called for some work in two professional dance educational programs.

E: Do you also see people for individual session?

M: Yes, at the moment I work with two persons individually: one client comes for private contemporary dance classes; for the other person I use both movement re-education and hand-on work. This last case requires that I work very gently and gradually, because my client has had quite a severe problem. I guide her into exploring her balance and spatial coordination, and through touch I help her to focus on her inner organization: a kind of work that brings along a relaxing effect.

E: (while we converse we are playing with Eleonore…) What is Eleonore’s behaviour like, during your classes, and when she’s with other children?

M: She’s very curious and alert. Present. I like taking her with me. She goes to the day care now, so she’s used to be with other children, but when she comes with me I have the chance to offer her some stimulation through movement and music. It happens that in some courses she’s with older children too.

E: What kind of work do you develop for your classes?

In the mum-baby classes, I do creative dance work which includes experiences based on contact and hands-on work and from various principles of the BMC approach. I propose, for instance, the “little squeezes”, as we named this exercise: each mum touches her baby gently squeezing his or her body for waking it up. Another practice is giving gentle strokes to the baby’s body, in order to connect his/her centre to the periphery. I also work with the homologous, homolateral, and controlateral movement patterns (while speaking Marcella is demonstrating the patterns on Eleonore). I work on these patterns using different rhythm: with wave like movement, in a broken up mode, walking and jumping in space, or moving to this or that place of the room… stop! go! everybody over there…now!

E: Are all children in these classes little babies or also toddlers?

M: They range from four months to three years of age.

E: Which difference do you notice depending their age?

M: Children under twelve months get tired much sooner, they need more time and are slower.

E: What else?

M: I focus on the child, on her or his neuromotor potentials. I would define this kind of sessions “child-centered”: the child and his/her needs are in the foreground, and my intention is to give the right stimuli for the child’s growth and development. Parents are very important in order to reach this goal, because it is through their bodies that the child perceives movement and music. So, yes, the focus is on the child but I don’t forget the parents and I work on the relationship between them and their child. I am aware that this kind of work facilitates the bonding process and the emerging of very deep emotions that in such a welcoming context can be freely expressed.

E: Do daddies come to these sessions, or are there only mothers and children?

M: Of course daddies are welcome! But, in my experience, more often mothers come on their own… maybe because this kind of work is not yet much known in today’s culture. We need to explain what’s about, to communicate the importance of sharing experiences of touch, movement and music. A body-oriented approach is finalized to facilitating development in children, their ability to enter relationship and establish bonds and contact with their parents. During these sessions, while children are stimulated playing and enjoying themselves, new mothers have a chance to express some of their emotional states that often, in the aftermath of childbirth, need to rebalance.

E: Do you use objects and props to support your bodywork?

M: Yes, I use balls, small blankets…and large breastfeeding pillows. The class for mums and children between 2 and 12 months is still quite new, let’s say that I conceived and set It right just after Eleonore’s birth. I called it “Dancing a New Life”, as part of the project “Babies in Good Shape”. It’s a “patent” of mine: it has a precise structure which includes both floor and standing work, along with experiences of hand-on, space, rhythm and music phrasing, integrating my knowledge as a dancer with what I’ve learned during my SME and IDME training programs.

E: So, moving from lying to standing, a mum holds her baby wrapped to her body, or in her arms, and the two move together…

M: Exactly, and at this point my focus shifts to the mother, because if a mum doesn’t move easily, or has any fear to move the baby and let him/her experience different body postures and relationships to gravity, the baby will not get the necessary information and stimuli for developing a process of perception and self-perception. In other words, if a mum plays and dances, her baby will learn.

E: I can’t imagine a better way or place for such a specific learning process, for deepening the development of a relationship, what would you say?

M: I think that our work with Body-Mind Centering® is not much known yet. Think of, for instance, psychomotricity: it is officially and professionally recognized and mothers more easily follow that direction… Our path is a long path… We do an experiential work, meaning that we need to experience it first on our own body, before facilitating others… I think that this work can offer very precise and useful suggestions to parents. The peculiar aspect of my work lies in how I integrate all the diverse knowledge developed over the years, ranging from Contemporary Dance, to Butoh, Dance Therapy, Improvisation and Body-Mind Centering®.

E: Tell me a little bit more about the work you do with older children.

M: I do contemporary creative dance, giving children improvisational hints, suit to them and their age, about important aspects of dance: rhythm, time, space, differentiating body parts… I think that this kind of experiences can be useful for any other dance style they will approach in the future. It’s a way of teaching that doesn’t rely on imitating the teacher, but on stimulating pupils’ creativity, awakening them to integrate and open up to movement. This approach too is hardly known and understood… For parents, ballet is the main reference for dance, the kind of dance considered “normal”, as a primary school teacher recently defined it…

E: What are the roots of your teaching approach, where do your ideas for teaching come from?

M: Regarding dance work with elementary school children, I rely on my studies and experience on dance and improvisation; the mum-baby course is very much influenced by the BMC training, and particularly by the IDME approach: ways of touching, being at baby’s level, giving particular attention to the mother-child relationship and that of babies among themselves. And then, there is the work on basic neurocellular patterns and developmental movement; not to speak of all the dance studies that I did in the past!
The hand-on work with touch is particularly important to me. I had some BMC notions when I was studying in Holland, much before participating in the SME and IDME training programs… In that dance school I could experience different body systems from the BMC perspective. I studied the skeleton, because the school director was a BMC certified teacher and our dance curriculum included many BMC elements. When I came back to Italy, I started to work with old people, and I went back to that gentle hands-on work as a resource. I then kept on refining my sensitive approach to touch, noticing how useful it was to facilitate dancing and moving, and to listen to others in order to establish a dialogue based on tone and contact, not at all manipulative.

E: Improvisation is a characteristic of your work as a dancer and performer, and with quite high results, as I could personally witness. How can you manage to keep your inner research going, and the quality of movement, without fixing the sequences of your dance?

M: This is the only gift I have… Joking… It’s a long story. I’ve studied a lot. We did a lot of improvisational work in Holland. I also studied Butoh for long time. Thank to Butoh, I’ve learned how to focus on what is happening within myself while performing: being thus inside and outside at the same time. We had a very alert teacher who could immediately see whenever you were faking or getting lost… Since Butoh is a performing art, the communication channel is always open. This is the biggest lesson: you cannot go too much deep within yourself and get lost, you have to keep an eye on the inner motivations that are flowing within you, on the “inner landscapes”, as my teacher used to call them. But, at the same time, you have to be present to the stimuli coming from the outside, being aware that you are a medium for an artistic communal experience to happen in the audience, a sharing, a dialogue that I would call energetic and cellular.

E: Beautifully said! You really gave me an explanation for what happened to me when I saw you improvising!

M: Over the years, I made a philosophy out of the art of improvising. I believe it is a very high practice which requires hard training, deep knowledge of your body, of both body technique and choreographic composition. I think it’s a living practice, you cannot afford to be trapped in your movement cliché, to limit yourself on what you know better. Just to make an example, think about the limitations if we were stuck in a recurrent pattern originating from what was our position in utero. Getting aware of our limits is a basic exercise, very important to expand our choices through study and practice, in order to enrich our vocabulary of meaningful movement.
Practicing improvisation requires listening and breathing, the ability to let time for the body to respond, and you need to train your mind to be present, not giving any preconceived answer, rather opening yourself to the unknown. Sometimes this can generate anxiety…

E: The birth of Eleonore, the existence of Eleonore in your life: what kind of awareness is all of this bringing you?

M: I realized that a woman’s body can do a miracle, a very powerful act, very fragile at the same time. Nothing can be taken for granted: from becoming pregnant to carrying the pregnancy through full term… This experience took me to an understanding, on my own skin let’s say, of how our society doesn’t provide enough care for this miracle to happen: which is giving life. Women should be more cared for, motherhood more protected… mankind after all! I gave birth to Eleonore at night, enjoying silence and quietness around us. I think that midwives do a precious job, that shouldn’t be taken for granted. They improvise, in a way! They know the technique, of course, but each birth is different and they have to understand and act in the ‘here and now’, depending on each birth circumstances. Just an instant and everything changes…

Eleonore…I watch her a lot. ..she is trying to teach me not to hurry, to take a better care of myself and to care for the quality of my life, to accept the emptiness and the unknown… As an improviser, I should already know how to do it… But there are no limits to awareness! And thank to her, together with her, a new Marcella is growing… Not the one I’ve always known, because she has a daughter now and she is a mum… It is a much deeper and subtle revolution. Hopefully, I will let it be happening!

Marci_veloOctober 2012
Leben Network is curated by Gloria Desideri
Interview: Emanuela Passerini
Translation: Eleonora Parrello
Editing: Gloria Desideri

Intervista con Annarita Raffi and Paola Rubatta

5160059-grande-elefante_primaE: Buongiorno Paola Rubatta, buongiorno Annarita Raffi, vi chiedo di presentarvi e dirci di che cosa vi occupate.

A.R.- Io, Annarita, sono psichiatra psicoterapeuta, psicologa clinica, counselor a indirizzo Voice Dialogue ed educatrice in movimento somatico, lavoro con sedute individuali e di gruppo. Vivo e lavoro a Bologna dove esercito la professione di psicoterapeuta dal ’95.

P.R.- Io, Paola, sono psichiatra e psicoterapeuta sistemico relazionale. Lavoro con adulti e adolescenti, in sedute individuali e/o familiari e con gruppi. Vivo anch’io a Bologna, ma attualmente divido il mio tempo tra la mia città e Cagliari. Esercito la mia professione dal 2000.

E: Come siete venute a conoscenza dell’approccio BMC?

P.R.- Annarita mi aveva consigliato un seminario tenuto a Bologna da Gloria Desideri, a cui però non mi fu possibile partecipare. In seguito, ho iniziato a frequentare i primi corsi di formazione a Tuscania, spinta dalla curiosità e dalla voglia di fare qualcosa di nuovo che mi portasse a dare più spazio nel mio lavoro alla consapevolezza corporea.
A.R.- Già, il mio incontro col BMC è stato tramite quel seminario tenuto da Gloria a Bologna. L’aveva organizzato la mia insegnante di danza orientale, Maria Martinez, che poi ha anche lei seguito la formazione SME e si è diplomata quest’anno. Paola ed io ci siamo diplomate entrambe nel 2009.

E: Qual è il target di riferimento per il vostro lavoro di psicoterapia?

A.R.- Adulti. Per le sedute individuali da me vengono persone che hanno disturbi del comportamento alimentare, disturbi d’ansia o depressione, o ancora persone con problemi relazionali. I gruppi sono invece seguiti da persone che vogliono approfondire la conoscenza di sé anche attraverso il lavoro corporeo.
P.R.- Io lavoro con adulti e adolescenti, coppie e famiglie. Come target direi che coincide più o meno con quello di Annarita.
E: Attraverso quale canale arrivano da voi le persone? Pubblicità, passa parola …
P.R. Per lo più sono i colleghi che ci inviano le persone.
A.R. Sì, e poi anche il passaparola di pazienti.
E: Che cosa ha significato per voi, in quanto colleghe e amiche, condividere il percorso BMC, confrontarvi e sostenervi nell’integrare questo approccio nella vostra vita e nella vostra professione?
P.R.- Annarita ed io ci siamo incontrate durante la scuola di specializzazione in psichiatria. Quindi, venivamo da una formazione strutturata e molto centrata sulle competenze cognitive, peraltro necessarie nel nostro lavoro. Negli anni successivi ci ha accomunato la ricerca di nuovi modi, più creativi e meno patologizzanti, per aiutare le persone e quindi, automaticamente, aiutare noi stesse. Evidentemente entrambe ci sentivamo un po’ strette nelle definizioni di sofferenza, malattia ecc. date dalla medicina ufficiale. Abbiamo frequentato insieme anche la formazione in Voice Dialogue e attualmente conduciamo la lezione di psicopatologia prevista all’interno di questo percorso… Ovviamente si tratta di una lezione in cui usiamo musiche e movimento… Io ho anche frequentato vari corsi sull’uso del disegno e dell’acquarello come mezzo di cura. Conoscere Annarita mi ha aiutato a trovare il coraggio per “lanciarmi” in questi nuovi mondi, non proprio convenzionali, e per convincermi che si potevano integrare nel nostro lavoro.
A.R.- Per me è stato importante condividere con Paola i percorsi esperienziali che completavano la nostra formazione accademica, più intellettuale: ho trovato un’amica e un’interlocutrice con cui poter scambiare e riflettere anche su come portare le nostre esperienze nel lavoro che svolgiamo.
E: Pensate che il BMC abbia arricchito le vostre rispettive professioni? Se sì, in che modo?
A.R.- Nelle terapie cognitivo comportamentali il BMC mi è stato molto utile per facilitare l’espressione e la consapevolezza corporea. Ma prima di tutto, sono cambiata io! Ho maggiore consapevolezza del mio corpo ed è cambiato il mio approccio: accolgo le persone in modo più “fisico”, sono più percettiva e più predisposta ad entrare in empatia, ho più possibilità di sentire come sto io nelle situazioni…
E: Paola, e per te?
P.R.- In questa formazione ho sperimentato nella pratica cose fino ad allora apprese esclusivamente a livello mentale, com’era stato nella mia formazione “ufficiale”, e ho scoperto nuove cose di me. Oggi sento di avere una maggiore “empatia corporea”, nel senso che sento di mettermi in gioco nella relazione non solo con la testa ma anche con il corpo. Mi sono resa conto che nelle sedute uso molte immagini e similitudini che mettono insieme il nostro “sentire” e il nostro “stare nel corpo”. Un’altra grande acquisizione, per me, è stata la maggiore consapevolezza che ho ora delle transizioni, dei passaggi da un ritmo all’altro, o da uno stato d’animo all’altro.

E: Paola, accennavi al fatto di usare delle similitudini nelle tue sedute di psicoterapia. Puoi darcene un’idea?

P.R.- Sì, prendiamo ad esempio i principi dello yield e del push come modalità d’azione: uso queste esperienze corporee per analizzare e comprendere come ci si relaziona al mondo, agli altri: come si aderisce (yield) alle situazioni o come ci si spinge via (push) da qualcosa; come si portano gli oggetti nel proprio spazio personale o come si allontanano. Uso anche molto tutte le immagini legate all’uso dei nostri sensi e delle nostre capacità percettive (come si tocca o come si è toccati, come si guarda o come si è guardati). Trovo tutto questo molto utile per accompagnare delle persone il cui rapporto col mondo ha subìto un blocco a causa di una malattia, di un lutto, di una difficoltà.Annarita, un tuo esempio su come usi il BMC nelle tue sedute?

A.R.- Provo a spiegarmi riferendomi a un caso specifico: una mia cliente con problemi di anoressia ha paura di soffocare quando mangia. Con lei lavoro con esercizi di somatizzazione: cioè guido la sua attenzione chiedendole di sentire la parte alta del tubo digerente, le parti morbide interne; oppure le chiedo di colorare dei disegni anatomici della bocca e della gola. Queste pratiche l’aiutano anche quando deve affrontare dei cibi che le fanno paura.

E: In quali spazi svolgete gli incontri? Avete un vostro studio o utilizzate altre strutture?

A.R.- Ho uno studio privato e i pazienti vengono da me a studio.
P.R.- Anche i miei pazienti vengono a studio da me. A volte, faccio visite domiciliari.

E: L’esperienza BMC ha influenzato il vostro setting di lavoro?

P.R.- Certamente. Negli anni ho preso a muovermi sempre di più con il paziente durante le sedute. Utilizzo molto anche il disegno e la scrittura. Quindi oltre a due poltroncine per parlare, nel mio studio, ci sono anche tavolo e sedie. Purtroppo lo spazio vuoto è poco, perché la stanza è piccola, ma ovviamente cerco di sfruttarlo al meglio ogni volta che c’è bisogno di alzarsi e muoversi.
A.R.- Sì, anche per me il setting si è trasformato: ora lavoro con le persone a terra, seduti su una stuoia o su un seggiolino basso, e siamo a piedi scalzi. Il seggiolino è comodo da spostare se la persona ha voglia di sdraiarsi a terra.

E: Qual è la forma d’espressione corporea che usate maggiormente?

P.R.- Varie tecniche di rilassamento, le somatizzazioni e, come dicevo, il disegno. Il disegno coinvolge molto i pazienti. Coi gruppi, più il movimento.
A.R.- Io lavoro maggiormente con la respirazione cellulare, le somatizzazioni e il movimento; vorrei lavorare di più con la voce, ce ne sarebbe molto bisogno, ma per i pazienti non è facile.

E: E riguardo ai sistemi corporei, a quale fate più spesso riferimento?

A.R.- Al sistema scheletrico e ai muscoli.
P.R.- Io utilizzo molto i fluidi e gli organi.

E: Ci sono dei temi che più spesso affrontate attraverso questi sistemi?

A.R.- Io uso molto lo scheletro per lavorare sui limiti, sui confini, sulla struttura, per esempio, con persone insicure che fanno fatica a dire di no; e i muscoli per sentire le proprie potenzialità, la volontà d’azione. Se dovessi esprimere queste due esperienze attraverso un’unica immagine, sceglierei quella di un elefante che per me rappresenta il collegamento con la terra e la potenza del radicamento.
P.R.- Io ho spesso utilizzato le caratteristiche dei fluidi per lavorare sul lasciare andare, sul fluire, sulla morbidezza e l’accoglienza.

E: E come prendono le persone queste vostre proposte di lavoro: arrivano a percepire le caratteristiche dei sistemi corporei e a farne esperienza?

A.R.- I pazienti sono molto contenti quando sentono la potenza del proprio supporto osseo. Ne ho avuti diversi con disturbi dell’alimentazione, anoressia e bulimia. Questo tipo di persone hanno un gran bisogno di confini, struttura e sicurezza: il sistema scheletrico dà loro molto supporto, e quello muscolare la fiducia di potercela fare.
P.R.- Mettiamo il caso degli organi interni: se chiedi alle persone di percepire i propri organi si incuriosiscono e si “scuotono”… si aprono alle emozioni e a nuovi stati dell’essere… comunque in generale propongo questo tipo di lavori quando sento che c’è lo spazio per farlo … Eppure, non finisco mai di stupirmi quando vedo che mi seguono con facilità e come questo lavoro permetta loro il contatto con le sensazioni in maniera, appunto, fluida… A volte mi sembra che l’effetto del BMC sia simile a quello prodotto da un sasso lanciato nell’acqua: a partire da uno stimolo possono nascere tanti cerchi che si allargano e si aprono verso sentieri nuovi.

pioggia_ultimaSettembre 2012
La rubrica Leben in rete è a cura di Gloria Desideri
Interviste: Emanuela Passerini
Traduzioni: Eleonora Parrello
Editing: Gloria Desideri

5160059-grande-elefante_primaHello Paola Rubatta, hello Annarita Raffi, would you like to introduce yourselves and tell us what you do?

A.R.- Shall I start? Yes, Annarita here. I am a psychiatrist and psychotherapist, clinical psychologist, counselor in Voice Dialogue and a somatic movement educator. I work in both individual and group sessions. I live and work in Bologna, where I have a practice as a professional psychotherapist since 1995.
P.R.- And I’m Paola, a psychiatrist and a systemic relational psychotherapist. I work with adults and adolescents, in individual and/or family sessions, and in groups. I live in Bologna too, but at the moment I commute to Cagliari to work there. I began my professional practice in 2000.
How did you come to know about the BMC approach?
P.R.- Thanks to Annarita who first suggested me a workshop with Gloria Desideri in Bologna, which actually I couldn’t attend at the time… Later though I started to take the first training courses in Tuscania, powered by curiosity and the desire to do something different, something that could give more space to expanding body awareness in my work.
A.R.- My encounter with BMC happened in fact because of that workshop with Gloria in Bologna. It was organized by my oriental dance teacher, Maria Martinez. She also decided to follow the SME educational program afterwards and graduated this year. Paola and I graduated in 2009.
What is the target for your work as psychotherapists?A.R.- Adults. I work in individual sessions with people with eating disorders, problems of anxiety or depression, or else people with relational difficulties. With groups it’s different, usually they are attended by people who want to deepen their self-knowledge with an approach that includes body work.
P.R.- I mainly work with adults and young people, couples and families. More or less the same target as Annarita.How do people come to you? Through promotion….word of mouth…P.R.- I would say that clients are mostly sent to us by other colleagues.
A.R.- Yes, and also word of mouth…What did it mean to you, as colleagues and friends, sharing the BMC path, consulting each other and giving support to one another in order to integrate this approach in your life and profession?P.R.- We met during our school of specialization in psychiatry. That is to say that we came out of a very structured form of education, very much focused on cognitive competencies, which are actually necessary in our work. In the following years, we came closer to each other because we were both searching for new ways, more creative and less focused on pathological aspects, to help other people as well as, obviously, ourselves! Somehow we felt uncomfortable with the narrow definitions of suffering and disease, as in the official medicine. Also, we both attended a training program in Voice Dialogue, and now we collaborate in teaching a psychopathology class as part of this curriculum… a class where we obviously use movement and music… I also did many courses on the use of drawing and watercolour as tools for treatment. Meeting Annarita encouraged me to “dive” into these new and unconventional worlds, and to strengthen my trust in the possibility to integrate them in our work.
A.R.- It was important for me to share with Paola these experiential paths that have complemented our academic training which was more intellectual. I got a friend and a person to dialogue with, to share and reflect about how to apply our experience in our field work.Do you think that BMC enriched your professions? If yes, in which way?

A.R.- The BMC approach helped me a lot in cognitive behavioural therapies, as a way to facilitate body expression and awareness. But, to say the truth, it has been me the first to change! I have now a wider body awareness and my relational approach has changed too: I welcome people in a more “physical” way; I’m more perceptive and open to empathize with people; I have more possibilities to perceive my own feelings in each situation…

And what about you, Paola?

P.R.- Through this training I had the chance to have a direct experience of things that during my ‘conventional’ training I had only learned on a brain level. In this way, I discovered new things about myself. Today I feel that I can count on stronger “bodily empathy”. What I mean is that now I can engage myself in a relationship not just with my mind but also my body. During my sessions, now that I think of it, I use a lot of images and metaphors that refer to how “feelings” and “being in the body” go together. Another important achievement is that I’m now more aware of transitions: the steps from one rhythm to another, from a certain mood to another.

Paola, you were just speaking of images that you use during your psychotherapy sessions. Can you give us an example?

P.R.- Well, let’s take the movement principles of yield and push, for instance, I use these experiences a lot to analyse and understand how we relate to the world, to other people: how we connect and bond to certain situations or we push away from them; how we take things into our personal space or how we remove them from it. I also use lots of images coming from the experience of our senses and perceptive abilities (how we touch or are touched, how we look at or are looked at). All of this is quite useful to facilitate people whose ability to relate has been compromised by disease, mourning, or any kind of other issues.

And you, Annarita, can you give us some example? How do you use the BMC approach in your sessions?

A.R.- I’ll try to explain myself talking about a specific case: I have a client with problems of anorexia. She’s afraid to choke when she eats. With her I use the practice of somatization, which means guiding verbally her attention for her to perceive the higher part of the digestive track, the soft inner sides; or else, I ask her to colour some anatomic drawings of the mouth and the throat. This type of practice helps her even when she has to face some kind of food that really scares her.

Where do you hold your sessions? Do you have your own office or do you work in other facilities?

A.R.- I have an office and clients come to me.
P.R.- Except for when I’m invited to teach in some training program, usually I work with clients in my office. Sometimes I do home visits.

Did the BMC experience influence your work setting?

P.R.- Certainly. Over the years I have included more and more movement in my work during sessions. Now I also have clients drawing and writing a lot. In my space I have two comfortable chairs for when we talk and also a table with chairs. Unfortunately, free space for movement is limited because the room is small, but I try to use it for the best whenever my patient and I need to stand up and move around.
A.R.- Yes, the setting has changed for me too: now I work with people on the ground, sitting on a mat or on a low chair, and we are barefoot. The little chair is handy to remove in case the client feels like lying down.

What kind of practices do you use more frequently to let the body express itself?

P.R.- Different releasing techniques, somatisation and drawing, as I said before. Drawing usually helps a lot. When I work with groups, I use movement.
A.R.- I work mainly with cellular breathing, somatisation and movement. I would like to work more with voice – it would be very much needed, but it’s not easy for patients.

And to which body system do you refer more often?

A.R.- The skeleton and the muscles.
P.R.- I work a lot with the fluids and the organs.

Which principles do you explore through these body systems?

A.R.- I used the skeleton a lot in order to work on containment, boundaries, structure, for example, with people that have a hard time to say “no”; and the muscles for getting in touch with one’s own potentials, the will to act… If I had to find an image for these experiences related to bones and muscles, I would choose that of an elephant, which represents the connection between the earth and the power of rooting.
P.R.- I often use the fluids’ qualities to work on releasing and letting go, flowing, softness and welcoming.

How do people respond to your proposals, do they arrive to perceive and experience these systems’ qualities?

A.R.- Patients are very happy when they manage to perceive the power of bone support. I had many patients with eating disorders, anorexia and bulimia: people of this kind need to have boundaries, structure and safety: the skeleton system gives them a lot of support. And the muscle system give them the trust to succeed.
P.R.- As for the organs, for instance, if you ask to people to perceive their internal organs they become curious and get even “shaken” by the experience… They open up to new emotions and states of being… In general, I propose this kind of body work when I feel that there is the space to do it… Yet, I get surprised when I see that patients easily follow me and are in contact with their sensations, in a fluid way… Sometimes It seems to me that the effect of BMC is like that produced by a stone thrown in water: you have a stimulus and all the circles moving out are like opening towards new paths.

pioggia_ultimaSeptember 2012
Leben Network is curated by Gloria Desideri
Interview: Emanuela Passerini
Translation: Eleonora Parrello
Editing: Gloria Desideri, Donatella Levi

Intervista con Danila Anzelini

Danila-e-IdaTerapista della riabilitazione dal 1981, operatrice craniosacrale, diplomata come Infant Developmental Movement Educator (IDME) nel 2007, prossima alla certificazione come Somatic Movement Educator (SME). Esercita presso il suo studio privato a Trento, svolgendo il suo lavoro terapeutico attraverso sessioni individuali e quello di educazione somatica in attività di gruppo.

Quando e dove hai fatto diretta esperienza dell’approccio BMC? 

È stato nel 2006, anno in cui per la prima volta Bonnie Bainbridge Cohen è venuta in Italia, a Tuscania, in occasione della conferenza-workshop organizzata da Leben in collaborazione con la ASL Viterbo. Da lì ho iniziato un viaggio formativo che mi ha portato a nuove acquisizioni e a una trasformazione anche a livello personale.

Puoi darci qualche esempio di queste nuove acquisizioni?

Innanzi tutto ho imparato a dare al concetto di riabilitazione un’accezione più ampia. Nel tipo di formazione che ho seguito, il termine riabilitazione è prevalentemente associato al concetto di rieducazione, intesa come correzione di un quadro patologico, al fine di ricondurre quest’ultimo entro parametri comunemente riconosciuti come giusti.
Attraverso l’approccio BMC ho potuto sperimentare quanto la saggezza del corpo possa fare da guida nella definizione del ruolo terapeutico: come terapeuta il mio compito non è quello di correggere, ma piuttosto di accompagnare e dare supporto a quel qualcosa che permette al sistema corpo-mente di trovare la soluzione migliore nel momento e nella situazione specifici. S’instaura così col paziente un percorso condiviso di conoscenza e consapevolezza.
In questo modo, la terapia è intesa come luogo di relazione: l’incontro tra due persone, pur nella chiarezza dei rispettivi ruoli; il gioco di spazi e di tempi; le qualità di tocco, i livelli di attenzione, intenzione e azione.

E di tutto questo, ne hai fatta esperienza diretta su di te?

Certo, e continuo a farne! Il lavoro su se stessi è fondamentale. È importante arrivare a una conoscenza “sentita” dell’anatomia e della fisiologia del corpo umano, all’interno di un processo continuo di autoconsapevolezza.

Puoi dirci qualcosa su dove e come si svolge la tua attività?

Lavoro privatamente, con adulti e bambini. Per le lezioni di gruppo utilizzo una bella sala di 60mq, mentre le terapie individuali si svolgono in uno studiolo con il lettino e abbastanza spazio per lavorare a terra, a seconda dei casi. Ciascun incontro dura circa un’ora e mezza, incluse le adeguate transizioni.
Ciascuna seduta comporta una combinazione di interventi che possono comprendere sottili manipolazioni tattili, attraverso le mie mani, facilitazioni al movimento e modi di usare il suono della voce. Resto comunque in dialogo anche verbale col paziente a cui offro non solo “cose da fare” ma soprattutto consapevolezza e capacità di essere presente, di osservare e ascoltare.
A volte utilizzo palloni gonfiabili di varia misura, cuscini e supporti, pesi da impugnare e, nel caso di bambini, una serie di giochi e oggetti appositamente scelti.
Mi incuriosiscono sempre, mi suscitano interesse, i commenti dei nuovi pazienti dopo una seduta. C’è chi dice “.. è un tocco così delicato.. sembrava non succedesse nulla, ma poi mi sono sentito proprio bene.. erano anni che non provavo un rilassamento così profondo”, oppure, “..mi meraviglia sentire il corpo così collegato in tutte le sue parti”, o ancora, “.. credevo che per sbloccare la spalla dovessi per forza passare attraverso un trattamento doloroso, e invece..”.

Insomma, mi sembra di capire che hai un certo successo.

Beh, in effetti ho constatato come il percorso formativo BMC abbia dato un incredibile impulso alla mia capacità di rispondere ai bisogni e alle richieste di un sempre maggior numero di pazienti.
Da alcuni anni mi dedico in particolare ai bambini con bisogni speciali. La decisione di lavorare in questo ambito è maturata durante la formazione IDME. Le conoscenze trasmesse da Bonnie riguardo allo sviluppo in età evolutiva, e in genere tutto il suo lavoro, hanno avuto un peso determinante nella scelta di rivolgermi a famiglie con bisogni speciali. Queste conoscenze si integrano bene con la mia capacità di entrare in modo adeguato, almeno così mi sembra, in una relazione terapeutica tanto delicata.

Puoi essere più specifica?

A volte si rivolgono a me dei genitori di bambini piccolissimi con diagnosi che non lasciano speranze e per i quali sembra non ci sia molto da fare.
Per iniziare il mio viaggio mantengo sullo sfondo l’importante quadro clinico e comincio a raccogliere elementi scaturiti dall’osservazione e dall’interazione con i bambini e le loro famiglie, utilizzando con efficacia degli strumenti che elaboro basandomi su principi BMC.
Pongo attenzione, ad esempio, alla tonicità e alla funzionalità degli organi interni, indispensabili al sostegno del movimento somatico. Attraverso delicate manipolazioni, posizionamenti, transizioni, aiuto il bambino a mantenere un certo agio interno e questo lo rende più disponibile alla relazione con il mondo, a “dialogare” con i miei stimoli tattili, così che possa incanalare movimenti intenzionali a livello delle braccia e del tronco. Si verificano dei cambiamenti che permettono maggiore espressione e comunicazione. Nonostante prognosi poco favorevoli, la qualità della vita di questi bambini e delle loro famiglie può sensibilmente migliorare.

Ci diresti due parole sul modo in cui questa tua formazione BMC® ha inciso anche a livello personale?

In generale, l’accento sul valore della conoscenza scientifica allargata al gusto dell’esplorazione personale mi ha portato ad una maggiore consapevolezza di me stessa, anche nella relazione con gli altri.
Con curiosità e costanza, ho osservato maturare dentro di me un senso di maggior fiducia nel mio sentire, nel mio pensiero, senza perdere il gusto del confronto.
La continua esplorazione dell’unità mente-corpo, ha poi comportato un cambiamento a livello posturale, fino ad essere in grado di mantenere un buono stato di agio interno.
A questo proposito, voglio accennare a un’esperienza per me molto significativa: avendo sentito forte l’esigenza di ricontattare la mia dominanza emisferica di mancina rieducata, prima di tutto nella scrittura, dopo un’iniziale fatica di coordinazione motoria della mano, ho notato un crescente stato di agio interno nella mente e nel corpo .. una sensazione di essere finalmente arrivata a casa mia!

Con profonda gratitudine penso a Bonnie, a Gloria e a tutte le persone che mi hanno reso possibile la conoscenza di questo approccio.

Maggio 2012
La rubrica Leben in rete è a cura di Gloria Desideri
Intervista: Emanuela Passerini
Traduzione: Eleonora Parrello
Editing: Donatella Levi

Danila-e-IdaRehabilitation therapist since 1981, she is also a Craniosacral Therapist, a Certified Infant Developmental Movement Educator (IDME), and will complete her certification program as Somatic Movement Educator (SME) in July 2012. She has a private practice in Trento, working as a therapist in individual sessions and as a somatic educator with groups.

When and where did you have your first direct experience of the BMC approach?

It was in 2006, in Tuscania, when Bonnie Bainbridge Cohen came to teach for the first time in Italy. The occasion was the conference-workshop organized by Leben in cooperation with the Public Health Service of Viterbo (ASL-VT). My journey began there, leading me to new tools and abilities, professionally speaking, as well as to changes at a personal level.

Can you give us some examples of these new acquisitions?

First of all, I have learnt how to give a wider meaning to the term “rehabilitation”. In my previous training, in the conventional world, the term rehabilitation was mainly associated with the idea of re-education meant as correction of a pathological case in order to ‘bring it back’ within criterions for something to be commonly recognised as “right”.
With the BMC approach, however, I have experienced how much the body’s wisdom can guide me to better define my role as therapist: my task, then, is not to “correct” someone but to offer facilitation and support to that something which allows the other person’s body-mind system to find the best solution in each given specific time and situation.
It is possible then to establish with a client a shared path of knowledge and awareness.
In this way, therapy is meant as a place of relationship: the meeting place between two people with clarity of their roles; the play between time and space; the qualities of touch, the levels of attention, intention and action, all relate to one another.

And did you have direct experience of all of this in yourself, in your body?

Of course, and I keep on doing it! It is fundamental to work on yourself, you know? It is important to get to a felt-in-the-body knowledge of the anatomy and physiology. It is an ongoing process of self-awareness.

Can you tell us something about your private practice: where, how does it take place?

Yes, I have a regular private practice with adults and children. When I work with groups, I use a quite nice and large room, of about 60m². When I work individually, I use a smaller studio that has a massage table and enough space for doing some work on the floor if needed. Each session is about one and a half hour long, including time for transitions.
I may combine different hands-on techniques, gentle manipulation, movement facilitation and vocalization. I keep a constant verbal dialogue with the client, offering not only suggestions about things to do, but primarily my awareness and my ability to be present, to observe and listen.
Sometimes I use inflatable soft balls of different size, cushions and props, weights to hold and, when I work with children, I usually have a selected choice of toys and props.
I am always curious and interested in my new patient’s comments after a session. Someone may say something like “..it’s such a delicate touch…it seemed nothing was happening, but then I felt so good… it’s been years since I’ve felt such a deep relaxation..” or “..I’m astonished to feel the body so connected in all its parts” or else “..I thought that to free up my shoulder a painful treatment would be inevitable, but instead …”

So, it sounds that you have a certain success…

Well, I can actually say that the BMC training has given a big boost to my abilities to meet the needs of a greater number of clients.
Some years ago, I began to work with children who have special needs. My decision to work in this field grew during the IDME program. Bonnie’s approach and the deep knowledge that she handed down about infant development had a big impact on me and my decision to work with parents and children who have special needs. This experience well combines with my innate ability to deal with a delicate therapeutic relationship in an appropriate way, or so it seems to me…

Can you be more specific?

Sometimes I meet parents of little babies whose diagnosis seems to give them no hope, apparently no chance for a better quality of life, nothing to do.
In starting my journey with them, I do keep the serious clinical case in mind, but I also begin to first gather elements out of subtle observation of the children and then interact with them and the family using the tools that I’ve developed from the BMC principles. For instance, I give attention to the tone of the organs, which are fundamental to support the somatic movement. Through delicate manipulations, positioning, care for transitions, I help the child to keep a certain internal ease that makes her or him more open to relate to the outer world and to “dialogue” with my tactile stimuli, so that the baby can direct intentional movements, let’s say, in his arms and trunk. I can see changes that enable a wider range of expression and communication. Despite the negative prognosis, the quality of life of these children and their family can improve.

Would you also tell us few words about how the BMC® study has affected your personal life?

In general, I would say that by having widened my scientific knowledge out of a taste for personal process and exploration, my awareness has deepened, even in relation to other people.
I am observing, with some curiosity too, how I develop a deeper sense of trust in my feelings and in my thinking process, without ever losing the taste for exchange and comparison.
The constant exploration of the body-mind unity has also brought me to changes in my posture, and the ability to maintain a good state of internal ease.
Speaking of which, I want to say something about a quite important experience I’ve done.. Well, I’m a natural left-handed, re-educated to use my right. At some point, I felt the need to contact my hemispheric dominancy again, mainly in hand writing. After a difficult beginning with motor hand coordination, I noticed a growing state of internal ease, both in the mind and in the body…the sensation to have finally arrived at home!
With deep gratitude, my thoughts go to Bonnie, Gloria and all the people that made my encounter with this approach possible.

May 2012
Leben Network is curated by Gloria Desideri
Interview: Emanuela Passerini
English translation: Eleonora Parrello
Editing: Donatella Levi